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La crisi del 1929 e il suo impatto sul PIL in USA, Giappone e nei principali paesi europei

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La crisi del sistema economico globale a cui stiamo assistendo è stata spesso paragonata per intensità a quella del 1929 che generò la depressione degli anni ’30, depressione che molto probabilmente fu tra le cause scatenanti della II Guerra Mondiale. Ma quanto incise realmente il tracollo dell’economia globale sulla ricchezza nazionale degli Stati Uniti e dei principali paesi europei? Per conoscere quanto ha impattato la tremenda depressione del ’29 ci rivolgiamo ad Angus Maddison e alle sue leggendarie tabelle sul PIL. Tra i moltissimi dati disponibili prodotti dal mastodontico lavoro di Maddison, che potete reperire liberamente sul sito di “World Economics”, cerchiamo di vedere come il crollo dell’economia globale ha impattato sul PIL degli Stati Uniti, dei principali paesi europei e del Giappone.

 

USA

GER

UK

FRA

ITA

JPN

1930

-8.8

-1.4

-0.7

-2.9

-4.9

-8.7

1931

-7.7

-7.6

-5.1*

-6.0

-0.6

-0.7*

1932

-13.2

-7.5

+0.8

-6.5

+3.2

+6.8

1933

-2.1*

+6.3*

+2.9

+7.1

-0.7

+8.2

1934

+7.7

+9.1

+6.6

-1.0

-0.4

-1.1

1935

+7.6

+7.5

+3.9

-2.5

+9.6

+1.0

1936

+14.2

+8.8

+4.5

+3.8*

+0.2*

+5.8

1937

+4.3

+6.0

+3.5

+5.8

+6.8

+3.2

1938

-4.0

+7.7

+1.2

-0.4

+0.7

+5.8

1939

+8.0

+9.4

+1.0

+7.2

+7.3

+15.0

 

Evidenziati in rosso gli anni del livello minimo di ricchezza nazionale dalla recessione del 1929 e in blu l’anno del recupero dei livelli del 1929. Asterisco l’anno di abbandono dello standard aureo.

Come si può facilmente notare i paesi che patirono meno la crisi economica, e che più velocemente recuperarono i livelli di ricchezza antecedenti la recessione furono Giappone e Regno Unito. Per il Sol Levante e il Regno Unito la recessione finì già nel ’31 e in pochi anni ritrovarono la via di una crescita economica costante. Il Regno Unito, che negli anni ’20 aveva conosciuto un profondo declino riuscì anche a riassorbire la forte disoccupazione creatasi in seguito alla recessione.

Stati Uniti e Germania furono invece colpiti assai duramente. La gravità della crisi economica produsse diversi sconvolgimenti anche politici. Gli Stati Uniti elessero alla presidenza Franklin Delano Roosevelt mentre in Germania il crollo economico fu l’ultimo chiodo nella bara dell’agonizzante repubblica di Weimar e aprì la strada al regime nazista. L’elezione di Adolf Hitler alla cancelleria coincise con il poderoso recupero dell’economia teutonica che in pochissimi anni recuperò il terreno perduto. La crescita economica a livelli che oggi definiremmo “cinesi” aiutò il regime nazista nella lotta alla disoccupazione di massa creata dalla recessione. Il recupero dei livelli pre-crisi negli Stati Uniti fu invece più duro e accidentato. Sebbene il New Deal innescò comunque una ripresa iivelli pre-crisi vennero recuperati solo nel ’39 e la disoccupazione, arrivata al 24% nel ’33 venne definitivamente riassorbita solo durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’Italia ebbe un percorso bizzarro. Inizialmente venne colpita in maniera marginale dal crack del ’29 e ritornò a crescere già nel ’32. Il biennio successivo però vide una lieve recessione. Nel ’35, anche per via della corsa al riarmo innescata dalla guerra d’Etiopia, l’Italia tornò definitivamente ai livelli del ’29 registrando una forte crescita. Gli anni immediatamente antecedenti il secondo conflitto mondiale videro un’altalena tra anni di forte crescita e anni di stagnazione. Rispetto ad altri paesi l’Italia mantenne un livello di disoccupazione molto basso. Il tasso di disoccupazione non superò mai il 6%, nemmeno nei momenti più duri

La Francia è un altro caso particolare. Negli anni ’20 l’Esagono aveva vissuto un periodo di forte prosperità e aveva accumulato ampie riserve aurifere. Di tutti i paesi sembrava il più solido, e invece fu quello che più andò a impantanarsi grazie all’inettitudine patologica che colpì i governi francesi degli anni ’30. Sebbene la recessione iniziale fu meno dura di quella tedesca per la Francia il recupero fu assai più lento e accidentato e si completò solo nel 1939. La situazione di pantano in cui si ritrovò l’economia francese negli anni ’30 è ritenuta una delle concause della disfatta gallica nella II Guerra Mondiale.

La crisi del ’29 segnò anche la fine dello standard aureo. A poco a poco tutti i paesi sganciarono le loro valute dal biondo metallo e le lasciarono fluttuare per poter finanziare politiche espansive. Regno Unito e Giappone si sganciarono dallo standard aureo già nel ’31 e gli altri seguirono chi prima e chi più tardi. Gli Stati Uniti si sganciarono nel 1933 mentre la Francia si staccò dallo standard aureo solo nel ’36 quando, a seguito di una fuga di capitali innescata dai provvedimenti del governo Blum, il franco si svalutò. Lo sganciamento del franco fu quindi “forzato”. Anche Mussolini difese strenuamente lo standard aureo fino al ’36 ritenendo la cosa questione di orgoglio nazionale.

Un caso particolare fu quello tedesco. La Germania non poteva staccarsi dallo standard aureo ufficialmente per via degli accordi in via ufficiosa però il governatore della Reichsbank, Hjalmar Schacht, cominciò nel ’33 ad emettere certificati di credito sostitutivi del marco utilizzabili da imprese e banche per i pagamenti.

Fonti

V. Zamagni “Dalla rivoluzione industriale all’integrazione europea”

G. Bracco, A. Carreras, T.J. Davis, G.L. Fontana, “Dall’espansione allo sviluppo una storia economica dell’Europa”

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