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LA CGIL E LA LOTTA ALLA DISOCCUPAZIONE

 

L’Italia è immersa da troppi anni in una crisi drammatica e parecchie persone (in particolare Susanna Camusso) auspicano che per far ripartire l’economia lo Stato attui massicci investimenti, in modo da rilanciare occupazione e produzione. Naturalmente nessuno ignora che lo Stato non ha denaro da spendere ed è anzi oberato da un enorme debito pubblico. Dunque, chi auspica questi investimenti, lo fa cosciente che essi dovrebbero essere effettuati non spendendo il denaro che si ha, ma spendendo il denaro che non si ha: cioè stampando banconote e provocando inflazione(1). Nel caso nostro con conseguente uscita dall’euro.

I fautori di questa soluzione conoscono i difetti dell’inflazione ma dicono che in questo momento sarebbe il male minore. Riconoscono che in teoria i risparmiatori ne sono danneggiati ma, a loro parere, possono benissimo difendersi se investono il loro denaro ad un tasso superiore a quello dell’inflazione. In questo modo “galleggiano” comodamente al di sopra di essa. E ciò è vero. Ma così si dimenticano i risparmiatori meno accorti: e non sarebbe giusto tassare l’ingenuità. Inoltre alcune persone posseggono troppo poco per pensare ad investire e dunque l’inflazione tasserebbe la povertà. Infine – ecco il punto di gran lunga più importante – si impoveriscono coscientemente i percettori di reddito fisso che non hanno alcun modo di difendersi dall’inflazione. Per aumentare il prezzo dell’insalata il fruttivendolo non ha bisogno di aspettare una decisione del ministero, mentre paghe e stipendi sono sempre in ritardo sull’inflazione, giustamente chiamata “tassa sui poveri”.

Ma – dicono alcuni – gli inconvenienti sono un prezzo che val la pena di pagare. L’euro è troppo forte, rende troppo cara la merce che cerchiamo di esportare e ciò crea sottoproduzione, disoccupazione e miseria. Se invece uscissimo dalla moneta comune, la lira – che nel momento della conversione formalmente dovrebbe valere un euro – sui mercati internazionali sarebbe immediatamente quotata mezzo euro, e agli stranieri tutto ciò che è italiano sembrerebbe regalato. Stiamo forse esagerando il tasso di cambio, ma ciò serve soltanto a rendere chiari i concetti. La “svalutazione competitiva”, pur favorendo le esportazioni e il turismo, non presenterebbe tuttavia soltanto vantaggi.

Mentre chiunque comprasse qualcosa da noi pagherebbe la metà di prima, gli italiani dovrebbero pagare il doppio le merci straniere. Ci costerebbero il doppio il petrolio, le automobili tedesche, il grano, il cotone, la lana, il caffè, i viaggi all’estero, moltissime cose: dunque saremmo costretti a consumare di meno, comprando soprattutto prodotti nazionali. Ci sarebbe meno disoccupazione ma saremmo tutti più poveri. Il ridimensionamento, forse necessario, sarebbe certo doloroso. Infatti, se la svalutazione competitiva presentasse soltanto vantaggi, non ci sarebbe da esitare. Purtroppo con essa “si regala lavoro”: i nostri operai non sarebbero disoccupati ma lavorerebbero di più per avere un livello di vita inferiore all’attuale. E rimarrebbe il problema del debito: infatti, passando alla lira che vale mezzo euro, i detentori dei nostri titoli di Stato si vedrebbero sottrarre di botto la metà del potere d’acquisto del loro peculio. E gli applausi nelle Borse non sarebbero molto rumorosi.

Non sono astratte fantasie. Basta chiedersi perché siamo invasi dai prodotti cinesi. Gli operai di quel Paese fabbricano gli stessi oggetti che potremmo fabbricare noi ma sono pagati molto meno dei nostri: ecco tutto. La Cina regala sudore.

Per buona regola, né lo Stato né i cittadini devono vivere al di sopra dei propri mezzi. La moneta non deve essere né sopravvalutata né sottovalutata e dovrebbe avere il valore che le assegna il libero mercato. Se avessimo osservato queste regole, la crisi italiana non si sarebbe mai avuta.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

29 ottobre 2014

(1) Per i meno versati nella materia, ma come parte integrante dell’articolo, precisiamo i concetti d’inflazione, svalutazione, potere d’acquisto e teoria di Keynes.

Si ha inflazione quando il denaro circolante aumenta perché chi lo conia (lo Stato) ne dà di più ad alcuni, non perché abbia incassato di più (per esempio col fisco) ma semplicemente perché ha il potere di stampare moneta. La conseguenza, dopo un certo tempo, è che per comprare gli stessi beni di prima bisogna sborsare una somma maggiore: il fenomeno si chiama svalutazione. Gli effetti tuttavia non sono uguali per tutti. I primi prenditori – coloro cui lo Stato dà il denaro “nuovo” – comprano ai vecchi prezzi, che non hanno ancora avuto il tempo di aumentare, e dunque possono avere di più, perché hanno un maggiore potere d’acquisto. Viceversa, dal momento che i prezzi si adeguano presto, coloro cui non è stato dato più denaro di prima, per esempio i dipendenti e i pensionati, continuando a percepire il vecchio reddito, comprano presto i beni al nuovo prezzo, avendo un minore potere d’acquisto. In altre parole l’inflazione beneficia i primi prenditori a scapito dei percettori di reddito fisso.

Tuttavia gli investimenti dello Stato (anche se producono inflazione) sono auspicati dai seguaci di John Maynard Keynes i quali pensano che essi producono temporaneamente dei problemi, ma rilanciano l’economia. In realtà, da un lato il risultato non è sicuro, dall’altro quella teoria (mal interpretata) ci ha condotti ad avere il nostro attuale debito pubblico.

 

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