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Calcio italiano e ricavi: i numeri che spiegano come è cambiata l’economia della Serie A 2025-26

La stagione chiusa con il ventunesimo scudetto dell’Inter, il primo da allenatore per Cristian Chivu, consegna agli analisti un quadro economico che va ben oltre la classifica sportiva. I numeri della Serie A 2025-26 raccontano un sistema che fattura come non mai ma continua a perdere denaro, che distribuisce quasi 900 milioni di diritti tv ma con divari crescenti tra vertice e coda, e che ha trovato nella sorpresa Como la dimostrazione di quanto un piazzamento possa valere in termini di cassa. Vale la pena leggere questi dati con attenzione strategica, perché indicano dove sta andando l’industria del pallone italiana.
La torta dei diritti tv: 887 milioni e un meccanismo che premia le big
Partiamo dal polmone finanziario del sistema. Per la stagione appena conclusa la Lega Serie A distribuirà circa 887 milioni di euro netti ai venti club, in leggero calo rispetto ai 900 della stagione precedente: un segnale non banale, perché fotografa un mercato televisivo domestico che ha smesso di crescere.
La ripartizione segue la legge Melandri corretta dalla riforma Lotti, e il suo funzionamento spiega da solo metà delle dinamiche economiche del campionato: il 50 per cento viene diviso in parti uguali, garantendo a ogni società circa 22 milioni di base, il 28 per cento premia i risultati sportivi tra piazzamento, punti, rendimento quinquennale e tradizione storica, e il restante 22 per cento remunera il cosiddetto radicamento sociale, dove pesano soprattutto gli spettatori allo stadio con il 12,54 per cento e l’audience televisiva con l’8,36.
Il risultato finale della graduatoria 2025-26 dice molto:
- l’Inter campione è l’unica sopra gli 80 milioni, con circa 82 milioni incassati
- il Milan è secondo con 71,5 milioni nonostante il quinto posto in classifica, trainato dal pubblico di San Siro
- Napoli, Roma e Juventus completano la top 5 tra i 63 e i 67 milioni
- Sassuolo, Parma, Cremonese e Pisa chiudono sotto i 30 milioni
- il rapporto tra la prima e l’ultima è di 3,3 a 1, un divario molto più marcato di quello della Premier League
Il caso Milan è la lezione strategica dell’anno: lo stadio pieno vale quanto una qualificazione europea, perché la voce spettatori sposta milioni nella ripartizione. E il caso Como è l’altra faccia della medaglia: il quarto posto e la prima storica qualificazione in Champions valgono ai lariani circa 9,4 milioni dalla sola quota piazzamento, oltre al tesoro UEFA che arriverà, per un progetto che pochi anni fa, parole di Fabregas, si cambiava in un bar.
Il paradosso dei bilanci: ricavi record, perdite croniche
Allargando lo sguardo ai conti aggregati, il paradosso italiano emerge in tutta la sua evidenza. L’ultima tornata di bilanci ha certificato ricavi complessivi per 4,04 miliardi, record assoluto del campionato con una crescita del 6,5 per cento, eppure il sistema ha chiuso con un rosso aggregato di quasi 349 milioni e un indebitamento lordo salito a 4,89 miliardi, pari al 121 per cento del fatturato.
La spiegazione sta nella composizione della crescita: i ricavi ordinari, quelli industriali e ricorrenti, sono fermi a 3 miliardi da due stagioni, mentre a spingere il fatturato è stato il player trading, salito del 33 per cento a 1,035 miliardi tra plusvalenze e cessioni.
In parole povere, la Serie A cresce vendendo calciatori, non vendendo prodotto, e questo rende il sistema strutturalmente esposto ai cicli del mercato. Gli elementi straordinari confermano la fragilità: la cavalcata europea dell’Inter fino alla finale di Champions ha portato da sola 166 milioni, il Mondiale per Club ha aggiunto una trentina di milioni a nerazzurri e Juventus, e persino il Bologna ha ricavato quasi 22 milioni dal suo percorso in Europa League. Entrate vere, ma per definizione non ripetibili.
La battaglia per il tempo libero: il tifoso come consumatore conteso
C’è poi una dinamica più sottile che i bilanci non mostrano direttamente ma che gli uffici marketing dei club conoscono benissimo: il calcio non compete più solo con se stesso, ma con l’intera economia dell’attenzione.
La serata-tipo del tifoso italiano è oggi un mercato conteso tra la partita su DAZN o Sky, le piattaforme di streaming generalista, il gaming e l’intrattenimento interattivo, dove un ampio catalogo di giochi da casinò online rappresenta una delle alternative digitali più frequentate nelle ore in cui il pallone non rotola.
Per i club questo significa che il valore dell’audience televisiva, quel 8,36 per cento della torta Melandri, non è affatto garantito: va difeso ogni settimana contro concorrenti che vendono intrattenimento on demand, senza calendari e senza soste per le nazionali. È anche per questo che la qualità dello spettacolo e gli orari delle partite sono diventati temi economici prima ancora che sportivi.
Le leve strategiche per il prossimo ciclo
Se i numeri del 2025-26 indicano una direzione, le priorità del sistema sono chiare:
- accelerare sugli stadi di proprietà, unica voce capace di far crescere i ricavi ordinari in modo strutturale, come dimostra il peso del pubblico negli incassi tv di Milan e Inter
- ridurre la dipendenza dalle plusvalenze, trasformando il player trading da fonte primaria a componente accessoria del fatturato
- valorizzare i vivai, che oltre a ridurre i costi dei cartellini pesano anche nella ripartizione dei diritti attraverso il minutaggio dei giovani
- espandere i ricavi internazionali, perché il mercato domestico dei diritti ha smesso di crescere e la forbice con la Premier si allarga a ogni ciclo di vendita
Il quadro regolatorio, tra parametri UEFA sul costo del lavoro e controlli federali sempre più stringenti, non lascia alternative: chi sfora rischia esclusioni dalle coppe, blocchi del mercato e sanzioni pesanti, e i casi recenti hanno dimostrato che i revisori non guardano più in faccia nessuno.
La conclusione è meno pessimista di quanto i debiti suggeriscano. La Serie A 2025-26 ha mostrato che il merito sportivo paga ancora, che i progetti sostenibili come Como e Bologna possono sedersi al tavolo delle grandi e che il pubblico, quando il prodotto è credibile, torna a riempire gli stadi. La sfida del prossimo ciclo è trasformare queste eccezioni in sistema: perché i trofei si vincono sul campo, ma si finanziano nei bilanci.







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