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Burevestnik: come funziona davvero il “missile dell’apocalisse” russo (e perché è un incubo tecnico)
Un nuovo studio del MIT svela il dramma del missile russo Burevestnik: un reattore volante senza scudi che disperde scorie radioattive letali per migliaia di chilometri prima ancora di colpire.

Quando, nel 2018, la leadership russa presentò al mondo una nuova generazione di “super-armi”, in Occidente le reazioni furono divise tra un cauto scetticismo e una certa ironia. Tra i vari progetti svelati figurava il missile da crociera Burevestnik, classificato dalla NATO con il nome di SSC-X-9 Skyfall che poi divenne noto comeBurevestnik. La promessa di Mosca era tanto semplice quanto audace: un’arma dotata di un raggio d’azione letteralmente illimitato, resa possibile da un motore a propulsione nucleare. Sembrava fantascienza militare, utile più per la propaganda che per il campo di battaglia.
Eppure, il missile esiste e vola. Un recente e meticoloso studio pubblicato da due ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT), Jake Hecla e R. Scott Kemp, ha finalmente tolto il velo su come funzioni questa macchina, il tutto riportato su TWZ. L’analisi ci restituisce l’immagine di un’ingegneria estrema, brutale e, per molti versi, drammaticamente pericolosa non solo per chi dovrebbe esserne colpito, ma anche per chi la lancia.
Un’idea che arriva dalla Guerra Fredda
Per capire il Burevestnik, bisogna fare un salto indietro nel tempo. L’idea di far volare un missile o un aereo usando un reattore nucleare non è un’invenzione di questi anni. Durante gli anni ’50 e ’60, gli Stati Uniti investirono ingenti risorse nel cosiddetto Progetto Pluto. L’obiettivo era creare un missile (chiamato SLAM) che volasse a bassissima quota a velocità supersoniche, alimentato dal calore di un reattore. Furono eseguiti dei test a terra, ma l’idea venne accantonata. I motivi? Troppo pericoloso, troppo complesso e superato dall’arrivo dei missili balistici intercontinentali.
Oggi la Russia riprende in mano quel concetto, ma lo adatta. A differenza del progetto americano che puntava sulla velocità estrema, il Burevestnik è un missile subsonico. Vola a circa Mach 0,75, una velocità molto simile a quella di un normale aereo di linea.
Russia has successfully tested its nuclear-powered Burevestnik cruise missile, a weapon Moscow says can evade any defense system pic.twitter.com/faTZWp7FmR
— Reuters (@Reuters) October 26, 2025
Il cuore del problema: il motore a ciclo diretto
Il vero mistero del Burevestnik era capire come facesse a trasformare l’energia nucleare in spinta senza pesare decine di tonnellate. I sottomarini nucleari, per esempio, usano un sistema a “ciclo chiuso”. Un liquido sigillato raffredda il nocciolo del reattore, creando vapore che fa girare le eliche. Le radiazioni restano intrappolate dentro scudi di piombo e acciaio. Ma un sistema simile è enorme e pesantissimo.
I ricercatori del MIT, calcolando le dimensioni del missile russo (circa 9,5 metri di lunghezza e 5,6 metri di apertura alare), hanno concluso che usa un approccio molto più grezzo: un motore aerobico a ciclo diretto.
Ecco come funziona, spiegato in parole semplici:
- L’aria fredda entra dalla presa d’aria anteriore del missile mentre è in volo.
- Un compressore spinge questa aria all’interno di migliaia di piccolissimi tubi che passano proprio in mezzo al combustibile nucleare rovente.
- Non c’è nessuno scudo: l’aria tocca quasi direttamente il materiale radioattivo.
- Il calore spaventoso fa espandere l’aria in modo violento.
- L’aria calda viene spinta fuori dallo scarico posteriore, creando la forza necessaria per far avanzare il missile.
| Caratteristica | Reattore classico (es. sottomarini) | Reattore Burevestnik (Ciclo diretto) |
| Isolamento | Sistema chiuso e sigillato | Sistema aperto, l’aria entra nel nocciolo |
| Peso e dimensioni | Enormi (inadatti al volo di un missile) | Ridotti (compatibili con le stime) |
| Dispersione | Sicuro in condizioni normali di utilizzo | Disperde scorie radioattive nell’aria |
Praticamente è come avere a che fare con il nucleo di un reattore nucleare aperto all’aria, con disperione di nmateriali e radiazioni. Un’arma che lascia una pesante traccia radioattiva ovunque passi.
Una scia drammatica: la bomba sporca volante
Questa scelta tecnica porta con sé conseguenze drammatiche. Poiché l’aria passa senza filtri attraverso il reattore nucleare, assorbe inevitabilmente le scorie. Durante tutto il suo tragitto, il Burevestnik rilascia nell’atmosfera isotopi radioattivi di argon, kripton e carbonio.
Non stiamo parlando di un missile che fa danni solo quando esplode. Stiamo parlando di una macchina che avvelena l’ambiente costantemente, dal momento in cui accende il motore fino al suo schianto. È, a tutti gli effetti, una bomba sporca in movimento. Questo rende i test incredibilmente rischiosi. Non a caso, nel 2019 un’esplosione nel Mar Bianco ha ucciso cinque scienziati russi: si ritiene stessero cercando di recuperare dal fondale marino il reattore attivo di un Burevestnik precipitato in precedenza, per evitare un disastro ecologico costiero.
Inoltre, c’è un limite fisico letale. L’aria compressa caldissima corrode rapidamente il cuore del reattore. Più il missile vola, più il suo stesso motore si consuma e si disgrega, sollevando molti dubbi sulla sua reale capacità di volare per periodi “illimitati”.
Punti di forza strategici e debolezze tattiche
Dal punto di vista della strategia militare, qual è il senso di quest’arma? Il vantaggio unico è la totale imprevedibilità della rotta.
I missili balistici tradizionali escono dall’atmosfera e rientrano seguendo una curva prevedibile. I radar di allerta precoce (come quelli che guardano dal Canada verso il Polo Nord) li vedono subito. Il Burevestnik, invece, non ha bisogno di seguire rotte dirette. Potrebbe decollare dal nord della Russia, volare per giorni sopra l’Oceano Atlantico o il Pacifico, scendere verso l’America del Sud e attaccare gli Stati Uniti arrivando dal Golfo del Messico, dove la copertura dei radar è molto meno densa. Serve, in pratica, a bucare i sistemi di difesa aggirandoli.
Tuttavia, tatticamente parlando, l’arma è piena di vulnerabilità. Prima di tutto, è lenta. In secondo luogo, non ha nulla di “stealth” (invisibile ai radar). Anzi, perdendo continuamente scorie radioattive e generando un calore immenso, il missile brilla come un faro per i sensori satellitari a infrarossi occidentali. Una volta che è stato individuato, abbattere un missile che vola in linea retta alla velocità di un aereo passeggeri è un’operazione relativamente semplice per un moderno caccia intercettore o per un sistema antiaereo di base. Il problema è che ovunque venga a cadere viene a generare un disastro radioattivo enorme, anche in paesi terni, neutrali o perfino amici.
Insomma, il Burevestnik si presenta come un colosso dai piedi d’argilla. È un’arma tecnologicamente affascinante per l’audacia ingegneristica, ma spaventosamente pericolosa da maneggiare e vulnerabile sul piano tattico. Sembra rispondere più a un’esigenza politica di mostrare i muscoli e terrorizzare l’opinione pubblica, piuttosto che a una reale necessità sul campo di battaglia. Un incubo tecnico che rischia di fare più male a chi lo usa rispetto a chi dovrebbe subirlo, anche perché se lanciato dalla Russia, comunque lascia una scia radiattiva perfino sul proprio territorio.










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