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Barra Caracciolo: il manicomio incostituzionale italiano ed europeo

Da Orizzonte48, articolo di livello

LA MORSA ISTITUZIONALE UEM E “INTERNA” TRA FALLIMENTI NASCOSTI E INCOSTITUZIONALITA’ CONCLAMATE  

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1. Una delle cose più tristi della crisi italiana è che la stragrande maggioranza degli italiani non ne capisce gli eventi, limitandosi a subirne le conseguenze come un fatto ineluttabile.
Tutto quel che i media consentono di “capire”, attraverso un’attenta disseminazione di slogan e paralogismi di espertoni vari, è che le cose vanno male per via della corruzione e, in stretta connessione, dell’eccesso di spesa pubblica; questi “mali”, ormai plebiscitariamente considerati incontestabili, confluiscono nell’indicare la causa dell’eccesso di prelievo fiscale, la cui attenuazione viene promessa, appunto, come conseguenza dell’abbattimento di corruzione e spesa pubblica (senza alcuno spiraglio di credibilità delle misure proposte, che non sia mero annuncio, che dico, bombardamento!, mediatico).
Mi potrete obiettare che queste cose ve le ho dette molte volte e con mille sfaccettature: ma la premessa serve a richiamare il “perchè“, ora e in concreto, cioè nei fatti in preparazione per tutti noi, la situazione promette di virare dal male al peggio.
Siamo di fronte ad un accanimento che si avvale della saldatura di un duplice livello istituzionale: cioè di scelte politiche che si traducono in super-norme che realizzano lo schemino propagandistico riassunto in premessa, con l’effetto di acutizzare la crisi, operando in modo inutile ed anzi opposto rispetto all’obiettivo (immaginifico) della sua risoluzione.
Doppio livello istituzionale significa, come immaginerete, €uropeo e nazionale.
Cominciamo dal primo.
2. Da pag.9 de “Il Messaggero” di oggi, (fonte che trovo particolarmente esponenziale dell’orientamento dei media, proprio per la sua natura più “popolare” rispetto ai sentenziosi giornaloni…in caduta libera di lettori), ci troviamo questo titolo: “Padoan incassa l’ok dell’Eurogruppo: priorità alla crescita“.
E’ forse il contenuto dell’articolo coerente con un titolo di questo genere?
Certamente no. Ma occorre disporre di adeguate conoscenze, che, auspicabilmente, i lettori di questo blog dovrebbero aver acquisito (ed essere pronti a diffondere….).
L’OK asseritamente carpito da Padoan è invece fondato su decisioni che equivalgono, piuttosto, a una sconfitta, (di misura o con 3 goals di scarto, secondo il futuro dispeigarsi delle riforme strutturali, come vedremo), se mai fosse coinvolta la preoccupazione  per l’interesse nazionale.
Riassumendo: l’Ecofin (non l’Eurogruppo richiamato nel titolo, vabbè…) concorda che la disoccupazione sia un problema,- e d’altra parte lo aveva già (asseritamente) detto (e dibattuto da lungo tempo, fin dal 2011!)-, senza che occorresse alcuno sforzo diplomatico di Padoan; ammette che la disoccupazione si combatta con la crescita (e anche questo era stato già detto da tempo, negli stessi vani termini che implicano che la crescita equivalga alla “competitività” raggiunta attraverso la deflazione salariale).
Ma la soluzione che Padoan starebbe cercando di negoziare, come posizione comune Ecofin (cioè dei ministri economici UE-UEM) sarebbe (condizionale d’obbligo) quella di applicare la c.d. golden rule (stesso copione seguito da Monti e, per ora, stessi risultati solo “verbali” e, ovviamente, mediatici “interni”).
In base a tale regola, la spesa pubblica per investimenti sarebbe calcolata, in qualche modo, al di fuori dell’indebitamento annuo (deficit) considerato ai fini del rispetto dei limiti UE (art.126 del TFUE, tante volte qui richiamato).
Attenzione, nonostante i giornali e le TV italiani, l’art.126 parla proprio di “spesa pubblica per investimenti“, ma nè i giornali nè Padoan si esprimono, per quanto risulta, usando queste “brutte parole” (e infatti, almeno nell’articolo in questione, non le trovate).
Se Padoan incassa un “OK” ci sarebbe da supporre che l’Ecofin abbia deliberato una risoluzione in questo senso: dai fatti esposti si ricava proprio il contrario.
Padoan, invero, non parrebbe aver detto “(please) cari colleghi, eccettuate la spesa pubblica per investimenti dai limiti del deficit pubblico“; la sua “spiegazione” finale non fa riferimento a questa precisa proposta, ma dice “C’è sostegno alla linea presa dalla presidenza italiana” (del semestre che ancora deve cominciare! ndr.) “in particolare per “capire l’impatto delle riforme strutturali sul bilancio“.
Questo “cercare di capire” è tutto quanto costituisce il clou della linea di Padoan per porre come priorità “crescita e occupazione”.
Dunque sicuramente nessun OK su alcuna misura che promuova la crescita; ma, come si comprende dall’articolo, l’idea che “la presidenza italiana condurrà le trattative per valutare gli effetti di Six Pack e Two Pack”, cioè di fiscal compact e monitoraggio sui risultati del consolidamento fiscale imposto con esso, affidato alla Commissione Ue, con criteri contabili che escludono l’individuazione di un plausibile moltiplicatore fiscale, e che può condurre al diretto comissariamento di governo-Parlamento nazionali impegnati a varare una legge di bilancio, finanziaria o di “stabilità” (che dir si voglia).
Insomma, l’ambizioso progetto di salvezza della nostra economia non è avallato da alcun OK a poter eccettuare la SPESA PUBBLICA per investimenti dal calcolo del deficit (che poi dovrà arrivare, come vedremo, al pareggio di bilancio, peralto già costituzionalizzato…con contraddizioni), ma partorisce solo il topolino di una futura intenzione di studiare gli effetti per capire, pensate un pò, cosa diavolo sia accaduto negli ultimi anni, via via che i feroci consolidamenti di bilancio sono stati applicati.
E con risultati, in termini di miglioramento dei deficit e del debito pubblico dei vari paesi “debitori” assoggettati al Six Pack e al Two Pack, del tutto opposti agli scopi prefissati.
Vale a dire, i deficit sono stati ben lontani dal limite del 3% per Spagna, Irlanda, Francia e, se vogliamo, Grecia; il pareggio di bilancio appare un miraggio, affastellato di procedure di infrazione sopite e troncate e proroghe più o meno plausibili per il rientro, non nell’agognato pareggio, ma nel 3%. TRANNE CHE PER L’ITALIA, l’unico grande malato che rispetta i patti e che se sgarra di qualche decimale viene coperto da vituperi razzisti, imputandogli la ulteriore crescita del suo debito pubblico.
Dimenticando che non solo intanto il debito privato intra-UEM è lievitato in tutti i paesi soggetti ad austerity, incrementandosi in proporzione più che in Italia, ma che lo stesso si può dire del debito pubblico in tutti quegli stessi paesi, performanti peggio dell’Italia.
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Producendosi, tra gli altri questo “effetto”, su cui vorrebbero ancora “studiare”:
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Insomma di fronte a questa imponente dimostrazione, nei fatti, della demenzialità delle politiche seguite in Europa, l’Italia deve persino chiedere di cominciare a studiare gli effetti di queste politiche per trovare, mumble mumble, una spiegazione che tutto il resto del mondo ha già indicato, da anni, e che, forse, non si sa, pare in effetti di no, porterà, chissà quando, ad “ammorbidire” l’applicazione del consolidamento fiscale.
Naturalmente, l’idea ribadita dallo stesso FMI, che occorra sostenere la domanda (non fare supply side policies)- e questo, secondo il FMI, attraverso investimenti pubblici, per poter rilanciare gli investimenti e i consumi privati, e persino reflazionare, risolvendo il problema dell’occupazione -, non sfiora nemmeno i ministri Ecofin, che al massimo accettano di “studiare” gli effetti delle politiche che…si affrettano a confermare dopo quattro anni di disastri.
E tanto Padoan non incassato nessun OK, tantomeno sulla golden rule, e tantomeno ancora sul riconoscimento della dannosità delle politiche UE finora seguite, che lo stesso, lungi da additarne l’erronea impostazione, “esclude una revisione del patto, lasciandone l’ammorbidimento a “misure specifiche nell’ambito di regole che ci sono e che sono sufficientemente flessibili“.
Il che si risolve non in una critica ma in una difesa del fiscal compact-Six Pack e ogni altra pattuizione analoga (il solo fatto che esista questa moltitudine di patti, acronimi, formule, tutte belle sovrapposte e inestricabilmente connesse tra loro, la dice lunga su quanto il diritto europeo, lungi dall’essere semplice, sia solo una selva oscura in cui i cittadini non devono mai scorgere una luce e una comprensione, travolti da un mumbo-jumbo per super-tecnici che difficilmente, a loro volta, conoscono e sanno spiegare cosa diavolo mai abbiano escogitato).
Ma la dichiarazione di Padoan, a sostegno del Six-Pack-fiscal compact&co., porrebbe a qualsiasi osservatore “razionale” questo interrogativo: ma se le regole ci sono già, per rendere più flessibile questo inestricabile diritto sovranazionale, perchè mai non sono state ancora applicate?
E come mai per applicarle occorre addirittura una trattativa anche solo sullo studio degli effetti della parte di regole che sono state applicate, senza rivendicare la parte di regole che non sono state, evidentemente, finora applicate?
Insomma, pacta sunt servanda, in toto, mica solo per la parte di essi che fa comodo al più forte. O no?
Sarà, forse, che essendo tutte le norme in questione incomprensibili e scritte in modo da consentire valutazioni discrezionali ed arbitrarie, l’arbitrio diviene naturalmente il campo di espressione dei rapporti di forza?
L’OK immaginario e la mera fase di “studio degli effetti”, che viene data come contentino (francamente patetico) da spendere sul fronte interno italiano, confermano questa ipotesi.
Anzi, non ipotesi, certezza: infatti l’articolo conclude,- senza scomporsi troppo, contraddicendo il titolo e pure tutto il resto (delle dichiarazioni di Padoan…difensive del fiscal compact)- dicendo che “nell’immediato, però, l’Italia continua a ritroversi nel mirino del Patto di Stabilità. L’Ecofin ha approvato le raccomandazioni della Commissione, chiedendo al governo” italiano di “operare un sostanziale rafforzamento della strategia di bilancio per garantire il rispetto del requisito della riduzione del debito“. Anzi, i ministri Ecofin “hanno rafforzato le raccomandazioni, chiedendo di raggiungere l’obiettivo di medio termine” (il pareggio di bilancio ndr.) entro il 2015“.
Ohibò, se il redattore ha tradotto bene quanto richiesto dall’Ecofin, rafforzando le raccomandazioni della Commissione (altro che OK incassato su “la qualunque”: una vera reprimenda!) Padoan, lungi dall’avere ottenuto qualcosa avrebbe addirittura ricevuto una (mezza o intera) umiliazione, attesa la bocciatura, esplicita ovvero implicita (ma desumibile da fatti concludenti), della lettera da lui inviata a metà aprile, dove preannunziava il rinvio al 2016 del “pareggio strutturale di bilancio”, (e di cui abbiamo abbondantemente illustrato ammissioni e portata).
E non è “Il Messaggero” in sè che pare incorrere in questo difetto di…”comprensione”, dato che il Sole24ore (articolo di Beda Romano a pag.8), grosso modo, riporta l’andamento dell’Ecofin negli stessi termini, evitando di far cenno alla questione della scadenza del 2015 per il “pareggio strutturale”:
Repubblica, a sua volta, ci parla di una trattativa notturna proprio su questo punto: “Dalle raccomandazioni per Paese, approvate oggi dal Collegio dei commissari, è stata tolta durante una trattativa notturna la frase in cui si chiudeva alla richiesta italiana di una deviazione del percorso concordato per l’aggiustamento dei conti pubblici“.
Insomma, nessuna approvazione del pareggio strutturale al 2016, ma solo un compromesso che lascia la pistola carica sul tavolo della governance UEM contro l’Italia, tacendo ambiguamente sul punto, fintanto che l’Italia farà le “riforme strutturali” (del lavoro, anzitutto, mica PER l’occupazione, non potendosi, come sapete, confondere la flessibilità di licenziamento con l’incentivazione dell’occupazione, dato che la deflazione salariale, che la prima consente, implica esattamente l’opposto dell’aumento dell’occupazione).
Ora, se le cose stanno così, cioè se questo è l’esito dell’Ecofin, COME SI PUO’ PENSARE DI ESSERE ANCORA IN UNA DEMOCRAZIA SE I MEDIA NON SONO IN GRADO O NON VOGLIONO CONNETTERE LE NOTIZIE CHE LORO STESSI HANNO DATO IN PRECEDENZA E IL LORO OGGETTIVO SIGNIFICATO?
3. E passiamo al fronte istituzionale interno.
Molte cose si potrebbero dire, ma vorrei focalizzarne una.
Perchè è veramente clamorosa.
Della riduzione del Senato a compartecipe secondario della funzione legislativa, limitando il suo intervento deliberativo alla revisione costituzionale (per ora e per non dover affrontare la spinosa questione della “revisione” dell’art.138 Cost., che è assai dubbio poter modificare), ed eliminando il suo intervento deliberativo in generale, ma, in particolare sulla legge finanziaria/di stabilità, e, (udite-udite!), sulla ratifica dei trattati UE e sull’assetto degli enti territoriali – prevedendosi in materia un suo vago e spuntato “potere di controllo”- abbiamo già detto.
Il tutto si fonda su questo meccanismo:
Dunque, L’ANTIPARLAMENTARISMO (sarà contento Lorenzo che evidenzia ciò costantemente), che è fenomeno direttamente connesso al preventivo condizionamento mediatico ed al conseguente forte consenso sondaggistico di cui gode la riforma stessa. 

 

Una connessione che è una progressione:

 

a) si individua uno pseudo-rimedio – cioè la possibilità “monocameralista” di fare leggi, tante leggi “veloci”, e possibilmente di taglio alla spesa pubblica– come risposta alla crisi;

 

b) la gente lo ingurgita come un veleno (che infatti porterà a soffrirne, senza più antidoti democratici);

 

c) quindi vota (solo) mediaticamente a sostegno di ciò che gli si abbatterà addosso, senza averne veramente compreso il significato.

 

 

 

Insomma il SONDAGGISMO arriva a sostituirsi al Potere Costituente primigenio, nato dalla Resistenza, rafforzando un “potere costituito– cioè di revisione in via solo derivata della Costituzione, fortemente condizionato dall’attenersi necessariamente a interventi “puntuali”- il cui unico scopo è agevolare I TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA.
Nell’attuale “accordo” si trova però un’autentica perla.
Si prevede, infatti, che “le leggi elettorali, sia per la Camera che per il Senato, possano essere sottoposte, in via preventiva, a un giudizio di legittimità costituzionale su ricorso presentato da almeno 2/5 di una Camera“.
Questa previsione, noterà bene l’attento lettore del blog, è limitata alle sole leggi elettorali!
E la cosa non si comprende molto bene: perchè solo queste, quando tutte le leggi, comprese quelle di ratifica dei trattati, sono utilmente suscettibili di tale sindacato preventivo?
Lo abbiamo argomentato fin dai primi post:
“La clausola di salvaguardia e di emendabilità solo “in melius” della Costituzione andrebbe accoppiata con la possibilità, subito dopo l’approvazione e prima della stessa promulgazione (lasciando un adeguato spazio temporale di “riflessione” a tal fine, es. 15 giorni, prima dei quali non può essere inviato al PdR per la promulgazione), di deferire alla Consulta, su iniziativa di una minoranza qualificata del parlamento, le leggi di ratifica dei trattati e quelle che incidono direttamente su diritti previsti in articoli non soggetti a revisione costituzionale (una volta riformulato l’art.139 Cost.). Ciò rafforzerebbe concretamente la rivalorizzazione del parlamento e la garanzia costituzionale democratica.
Ricordiamoci di queste soluzioni, perchè se non le inserissimo in sede “(ri)costituente” rischiamo di azzerare ogni possibile vittoria…”
Ma poi: perchè tanta preoccupazione di evitare la illegittimità potenziale della composizione delle Camere, a seguito di legge elettorale incostituzionale, proprio da parte della stessa legislatura che è sicuramente affetta da questo vizio insanabile, il quale avrebbe dovuto condurre, se si fosse voluta comprendere correttamente la portata della sentenza della Corte costituzionale, alla sua legittimazione limitata a deliberare solo una nuova legge elettorale per andare poi ad immediate elezioni?
Cioè, le camere che potrebbero fare solo una legge elettorale, una volta inteso in modo lineare e non tortuoso l’effetto “conformativo” della sentenza della Corte, pongono mano alla più imponente riforma costituzionale della storia repubblicana e, per di più, cercando per il futuro un rimedio a ciò che esse stesse ritengono di ignorare?
E per finire: non ha molto senso, neppure per la sola (e incongruente) legislazione elettorale consentire il sindacato preventivo e poi prevedere una minoranza del 40% (cioè i 2/5) legittimata a richiederla. E’ un modo di rendere praticamente inoperativo tale strumento, tanto più se la legge elettorale in precedenza vigente, come nel caso, porta a “grandi intese” che rendono praticamente impossibile il raggiungimento di tale quorum da parte dell’opposizione.
In questo ci pare di scorgere una furbizia che, peraltro, non è accompagnata, (nella stessa restrizione dello strumento), da altrettanta competenza…sul senso profondo dell’interesse democratico della Nazione.

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