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Attacco cyber: hacker iraniani spengono una centrale elettrica nel Regno Unito

Un’incursione informatica senza precedenti spegne per 4 giorni una centrale elettrica britannica: la guerra ibrida di Teheran minaccia ora le infrastrutture critiche occidentali.

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Un attacco informatico senza precedenti ha colpito il cuore energetico della Gran Bretagna. Per quattro giorni interi, una centrale elettrica britannica è rimasta completamente spenta a causa di un’intrusione telematica gestita da pirati informatici legati a Teheran. L’evento segna un punto di non ritorno nella guerra ibrida: per la prima volta un gruppo statale ostile riesce a disattivare fisicamente un impianto energetico nel Regno Unito.

Il blitz digitale è avvenuto in contemporanea con una serie di raid informatici contro la rete idrica degli Stati Uniti, dove gli acquedotti di ben 12 Stati hanno subito disservizi, cali di pressione e allarmi sanitari con l’obbligo di bollire l’acqua.

A Londra le autorità hanno mantenuto il massimo riserbo sull’identità dell’impianto colpito, parlando genericamente di motivi di sicurezza nazionale. I tecnici hanno impiegato novantasei ore di lavoro continuo per isolare il sistema, ripulire i server e rimettere in marcia i generatori.

La versione ufficiale del governo britannico punta a rassicurare: si trattavasolo  di una centrale a gas di piccole dimensioni, utilizzata per coprire i picchi di domanda quando il vento cala e manca . Nessun blackout diffuso, dunque. Da Downing Street hanno liquidato l’accaduto come un episodio “minore di un errore di arrotondamento rispetto alla capacità della rete”. Eppure questo è un segnale incredibilmente grave della fragilità della rete elettrica britannica.

Non conta la grandezza della centrale, ma la dimostrazione di capacità: se un gruppo di hacker può spegnere una turbina a gas, può farlo anche su impianti maggiori. Anzi questo potrebbe essere stato un test sulla capacità di chiudere la rete elettrica di un paese occidentale.

Il centro nazionale per la sicurezza informatica britannico (NCSC) ha gestito oltre 200 incidenti gravi contro infrastrutture critiche nell’ultimo anno. Le valutazioni ufficiali stimano tra il 5% e il 25% la probabilità di un attacco cibernetico devastante a breve termine, facilitato oggi dall’uso dell’intelligenza artificiale, che rende i virus più rapidi ed economici da sviluppare.

L’Iran investe decine di milioni di dollari in unità informatiche composte da centinaia di specialisti legati ai Guardiani della Rivoluzione. Teheran sta portando avanti una strategia evidente: allargare il raggio del conflitto ben oltre il Medio Oriente.

Le recenti minacce aperte contro le basi americane in Europa e contro le raffinerie nei paesi del Golfo Persico trovano nel cyberspazio il loro braccio operativo più insidioso. Colpire una centrale a Londra o un acquedotto nel Midwest americano serve a dimostrare che l’Occidente è vulnerabile a domicilio, senza bisogno di lanciare missili balistici.

Il problema di fondo è che la minaccia degli attacchi informatici da parte di paesi terzi viene ancora trattata come una questione tecnica per programmatori, anziché come un rischio sistemico di sicurezza nazionale. Siamo davvero pronti a proteggere le nostre reti elettriche, i porti e gli ospedali? La risposta dei fatti, finora, è negativa. Continuare a considerare questi episodi come semplici incidenti di percorso rischia di presentare un conto economico e sociale salatissimo al primo vero blackout su larga scala.

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