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Economia

30 miliardi del Pnrr slittano oltre il 2026, aiuteranno crescita del Pil italiano

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Ammontano a una forchetta stimabile tra i 20 e i 30 miliardi di euro le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza che, per effetto di rimodulazioni e ritardi attuativi, slitteranno oltre il 2026.

La sesta revisione del Pnrr porta un miglioramento significativo dei saldi di finanza pubblica, soprattutto nel 2026. È quanto emerge dal Flash pubblicato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, dedicato proprio agli effetti della rimodulazione del Piano sull’indebitamento netto nel triennio 2026-2028.

La revisione, approvata dal Consiglio dell’Ue a novembre 2025, interessa complessivamente 174 misure tra rimodulazioni finanziarie, accorpamenti, soppressioni e nuovi interventi. La dotazione complessiva del Pnrr resta invariata a 194,4 miliardi di euro, di cui 71,8 miliardi in sovvenzioni e 122,6 miliardi in prestiti. Secondo la Relazione tecnica alla legge di bilancio 2026, i minori oneri derivanti dal definanziamento di alcune misure, pari a circa 14,2 miliardi, sono compensati da maggiori spese per 7,8 miliardi legate a nuovi interventi – in larga parte veicolati attraverso nuove facility – e per altri 6,5 miliardi dall’inclusione nel Piano di misure già finanziate a legislazione vigente con risorse nazionali non europee, spesso già sostenute negli anni precedenti.

Da tenere presente inoltre che il nostro paese finora è riuscito a incassare tutte le risorse previste dalle prime 8 rate (oltre 150 miliardi di euro) solo ricorrendo a diverse modifiche del piano. Cambiamenti che hanno spesso comportato rinvii o revisioni al ribasso degli obiettivi inizialmente previsti.

Secondo l’esecutivo, con il conseguimento delle scadenze legate alla settima e ottava rata, risultano completati 366 fra milestone e target. Si tratta del 64% rispetto al totale delle scadenze previste dal piano. Le risorse già incassate dall’Italia ammontano a 153,2 miliardi di euro, pari a circa il 79% dei 194,4 miliardi complessivi assegnati.

Per quanto riguarda gli interventi finanziati, i progetti che risultano attivi sono oltre 550mila. Tale numero è più che raddoppiato rispetto all’inizio dell’anno. L’esecutivo attribuisce questo incremento principalmente al progressivo completamento da parte dei soggetti attuatori delle attività di registrazione e aggiornamento delle opere in corso. I progetti conclusi risultano essere circa 384mila. A questi se ne aggiungono circa 32mila in fase di completamento.

Secondo un report di Unimpresa, poi, negli anni 2025-2026 la spesa Pnrr, tra investimenti e trasferimenti, ha raggiunto un volume lordo fino a 35-45 miliardi l’anno, equivalente a circa l’1,5-2% del Pil. Tuttavia, non tutta la spesa si traduce in crescita aggiuntiva: ciò che occorre sostituire non è il flusso complessivo, ma l’effetto netto sull’economia. Da qui la stima di 15 miliardi annui come soglia minima per garantire continuità alla dinamica del Pil.

La fine del Pnrr non comporterà un “cliff edge” immediato, grazie anche agli slittamenti di una quota di progetti oltre il 2026. Ma senza un pacchetto credibile di incentivi agli investimenti e strumenti di mobilitazione del risparmio privato, il rischio è una fase di crescita più debole nel biennio successivo alla chiusura del Piano.

«La progressiva conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta un passaggio fisiologico: ora è il momento di riflettere su strumenti che accompagnino in modo ordinato la fase successiva. Non si tratta di lanciare allarmi, ma di programmare per tempo. Un sistema di agevolazioni fiscali mirate, stabile e non episodico, può contribuire a sostenere la crescita e a consolidare i risultati ottenuti negli ultimi anni. In questo senso, condivido quanto affermato oggi in una intervista al Sole24Ore dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli: è condivisibile la sua idea di rafforzare, con equilibrio, gli incentivi agli investimenti e alla mobilitazione del risparmio. Una fiscalità moderatamente incentivante per chi sceglie strumenti di medio-lungo periodo, come obbligazioni bancarie o corporate, può favorire un impiego più produttivo della liquidità oggi parcheggiata sui conti correnti, con benefici sia per i risparmiatori sia per il sistema economico nel suo complesso. Il settore del credito è parte integrante della crescita del Paese. In una fase di normalizzazione dei tassi e di evoluzione del quadro fiscale, è utile lavorare in un’ottica di collaborazione tra istituzioni, imprese e sistema finanziario, per garantire continuità e stabilità allo sviluppo economico» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.

Il 2026 rappresenta l’ultimo anno utile per l’utilizzo delle risorse europee e, secondo le più recenti relazioni sullo stato di attuazione, una quota rilevante degli interventi inizialmente programmati entro quella scadenza è già stata ripianificata oltre il termine formale del Piano. Gli slittamenti, tra rimodulazioni di cronoprogrammi e progetti che proseguiranno con coperture nazionali, possono essere stimati in una forchetta prudente compresa tra 20 e 30 miliardi di euro. Si tratta di interventi che non si perderanno, ma che non produrranno nel 2026 l’impatto originariamente previsto. Questo dato è decisivo per comprendere la portata del “vuoto” che si profila.

Nel 2025-2026 la spesa Pnrr, tra investimenti, trasferimenti in conto capitale e misure correnti, ha rappresentato fino a circa l’1,5-2% del Pil in termini lordi. Tradotto in valori assoluti, su un prodotto interno lordo che oggi viaggia intorno ai 2.200 miliardi di euro, significa un flusso potenziale di 35-45 miliardi annui nelle fasi di maggiore intensità. Tuttavia, non tutta questa cifra si traduce automaticamente in crescita aggiuntiva: conta il moltiplicatore, conta la quota realmente addizionale rispetto alla spesa ordinaria e conta la velocità di messa a terra dei progetti.

Le stime più accreditate attribuiscono al Pnrr un contributo alla crescita nell’ordine di 0,6-0,8 punti percentuali di Pil annuo nel momento di massimo impulso. È questo il dato che va “compensato” se si vuole evitare che, con l’esaurirsi della spinta europea, l’economia rallenti in modo strutturale. Assumendo un moltiplicatore medio prossimo all’unità – ipotesi prudente per investimenti pubblici e incentivi ben mirati – per mantenere invariato quell’effetto sulla dinamica del Pil sarebbe sufficiente un intervento netto nell’ordine di 0,6-0,7% del prodotto.

In valori correnti significa circa 15 miliardi di euro l’anno. Questa è la stima prudente delle risorse necessarie non per replicare il volume lordo della spesa Pnrr, ma per salvaguardarne l’impatto macroeconomico.

La differenza è sostanziale: non si tratta di sostituire 40 miliardi di cantieri e trasferimenti, bensì di costruire un pacchetto di misure in grado di generare un effetto crescita analogo con un impiego di risorse più contenuto e meglio selezionato. Quei 15 miliardi annui rappresentano una soglia significativa ma non fuori scala per la finanza pubblica italiana, pari a poco meno dello 0,7% del Pil. È un ordine di grandezza compatibile con una strategia pluriennale che punti su incentivi fiscali agli investimenti privati, sostegno alla capitalizzazione delle imprese, strumenti per mobilitare una parte dei circa 1.500 miliardi di euro di liquidità oggi detenuti in depositi bancari e postali, e interventi mirati sulle filiere ad alta intensità tecnologica.

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