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IL NADEF 2019 TRA CRESCITA “SPERATA” E CONSOLIDAMENTO FISCALE DISSIMULATO (da Orizzonte48)

 

Vi presentiamo questo interessante posto di Orizzonte48 nel quale viene presentata tutta la superficialità e velleitarietà dell’attuale DEF, che, in mancanza di risultati di crescita rapidi ed immediati, non potrà che mutarsi in una dura e punitiva manovra correttiva. SI sono venduti sogni elettorali che, in mancanza di una volontà di liberarsi e combattere i vincoli europei, si trasformerà in un duro risveglio. 

 

 

La lettura del NADEFdà la sensazione di una certa tendenza “espressionista” nella sua scrittura: una tendenza che emerge dai salti logici (economico-giuridici e previsionali contabili) e dalla suggestione insistita, e reiterata all’eccesso, su certi aspetti giustificativi delle future politiche e del loro confuso e indecifrabile impatto sui conti pubblici e, prima ancora, sulla crescita.

Come nell’evocazione di formule magico-rituali si parla, praticamente in ogni paragrafo, di green economy, di sostenibilità ambientale, di connesse nuove tecnologie (disponibili o meno, nella produzione nazionale? Quanto a previsioni sulla crescita sull’andamento dei conti con l’estero, e di conseguenza dei conti pubblici, non è esattamente la stessa cosa).

E appunto, a descrivere un quadro che si autogiustifica confusamente, vengono reiterate, queste evocazioni magico-rituali, in forma ellittica: cioè senza che sia mai compiuta un’esposizione concreta e organica, per quanto sintetizzata, delle premesse e degli obiettivi concreti, giuridici (nel diritto Ue…o magari negli art. 9, 32 e 41 e 43 Cost….ma non usa più avere questo tipo di conoscenze costituzionalistiche) e fattuali (nei dati specifici e misurabili, sia pur a livello previsionale, che caratterizzano la nostra realtà industriale, urbanistica, territoriale e l’impatto su di essa) delle copiose iniziative legislative che si collegano a questi richiami emotivi. Le linee fondamentali di un’ondata di nuove norme, la cui ratio è avvolta in questo indistinto afflato quasi quasi “totemico”, vengono concretizzate in ben 22 (!) disegni di legge collegati.

Tuttavia, a guardare l’intitolazione dei 22 ddl (spesso incoerente coi contenuti grosso modo preannunziati e dunque realmente ipotizzabili, come è ormai d’uso da parte di un legislatore la cui agenda è presso che esaurita dagli obblighi di attuazione del diritto Ue) non si cogliené la piena consequenzialitàrispetto a questo quadro giustificativo prevalente imperniato sulla Green Revolutionné, tantomeno, la complessiva verifica della coerenza di tale imponente programma – e quindi del suo non quantificato finanziamento (almeno di massima)- con le previsioni di crescita e l’impatto degli stessi sui conti pubblici (ai fini del perseguimento degli obiettivi di indebitamento annuo, peraltro in attenuata riduzione rispetto a quanto comunque è stato finora ritenuto legittimo dalla Commissione in sede di chiusura della procedura di infrazione, per violazione della regola del debito, nel luglio 2019).

Queste le 22 iniziative di legge che dovranno svolgersi nel prossimo triennio (pag.11) che, a conferma della loro connessione ci futuri saldi della finanza pubblica, sono dichiarate come programmati “A completamento della manovra di bilancio 2020-2022”:

 DDL Green New Deal e transizione ecologica del Paese;

 DDL in materia di spettacolo, industrie culturali e creative, turismo e

modifiche al codice dei beni culturali;

 DDL recante disposizioni in materia di formazione iniziale e abilitazione

del personale docente;

 DDL recante riordino del modello di valutazione del sistema nazionale di

istruzione e delle università;

 DDL recante istituzione dell’Agenzia nazionale per la ricerca e il trasferimento tecnologico;

 DDL recante misure per il sostegno e la valorizzazione della famiglia (Family Act);

 DDL recante interventi per favorire l’autonomia differenziata ai sensi dell’articolo 116 comma 3 della Costituzione attraverso l’eliminazione delle diseguaglianze economiche e sociali nonché l’implementazione delle forme di raccordo tra Amministrazioni centrali e regioni, anche al fine della riduzione del contenzioso costituzionale;

 DDL recante semplificazioni e riordino in materia fiscale;

 DDL recante riordino del settore dei giochi;

 DDL recante delega al Governo per il testo unico in materia di contabilità

e tesoreria;

 DDL in materia di economia dell’innovazione e attrazione investimenti;

 DDL in materia di Banca degli Investimenti pubblica;

 DDL recante riduzione del cuneo fiscale;

 DDL in materia di semplificazioni normative e amministrative e redazione

testi unici;

 DDL in materia di revisione della disciplina del ticket e delle esenzioni per le prestazioni specialistiche e di diagnostica ambulatoriale;

 DDL in materia di disabilità;

 DDL recante misure volte a razionalizzare le misure di trasparenza e anticorruzione;

 DDL recante interventi mirati finalizzati a coordinare le responsabilità disciplinari dei dipendenti pubblici;

 DDL recante disposizioni di semplificazione e puntualizzazione, procedimentale e processuale, in materia di accesso ordinario e generalizzato;

 DDL recante disposizioni volte alla razionalizzazione delle procedure selettive della PA;

 DDL recante delega al Governo per la revisione del codice civile;

 DDL in materia di sostegno all’agricoltura.

Alcuni, anzi buona parte, di questi ddl risultano rientrare, nella migliore delle ipotesi, nel consueto armamentario di riforme a costo zero: anzitutto, in tema di personale pubblico, supportate dall’idea che un continuo sovrapporsi di nuove escogitazioni metodologiche e procedurali possa migliorare il (preteso) malfunzionamento della funzione pubblica (date le risorse costantemente depauperate).

La politica nei confronti di quest’ultima, invece, nei suoi compiti più importanti (a parolerituali: istruzione, università, ricerca pubbliche, servizio sanitario pubblico e sua provvista di personale specializzato, sistema pensionistico e sue modalità organizzative di gestione, da sempre incompiute, a tacer d’altro) è stata improntata, da quasi tre decenni, sul concetto-perno che la (mai ben definita: altromeme espressionista) meritocrazia consista nell’incessante riordino dei già complicati sistemi di assunzione e di progressione in carriera, con la creazione di status plurimi, incoerenti, sovrapposti tra loro, e spesso discriminatori tra categorie di dipendenti che esercitano le medesime attività.

E tutto questo, senza voler/poter risolvere il vasto fenomeno del precariato (dal quale abbiamo ricavato una serie plurima di condanne da parte del giudice europeo); ciò, essenzialmente a causa degli stringenti vincoli di bilancio che emergenzialmente, ma con puntualità annuale ripetitiva, conducono alle politiche a costo zero. E, ancor più, replicano sine die politiche di sostanziale blocco delle assunzioni e degli investimenti in conto capitale, con conseguente depauperamento delle competenze, vecchie e nuove, e del capitale fisso, trovandocisi così nel progressivo deterioramento personale e strumentale della funzione pubblica: uno dei più facili settori “per fare cassa” (praticamente all’infinito).

Ma attenendoci alla notazione iniziale sulla suggestione ecologico-ambientalista delle politiche fiscali preannunziate, spicca la previsioneGreen New Deal e transizione ecologica del Paese.

Che tale imminente legislazione sia fortemente costosa, – potendosi agevolmente dedurre che porterà, per cittadini, imprese e enti territoriali coinvolti, una serie di oneri finanziari e di adeguamento operativo che determineranno notevoli esborsi dal (sempre più magro) reddito disponibile-, abbiamo la certezza: in uno slancio ammissivo inequivoco, si implica che una parte di questi oneri possano essere sostenuti dallo Stato, rendendocisi conto, che la loro non attenuata imposizione a carico del tessuto produttivo e sociale, potrebbe rivelarsi troppo pesante per la crescita, per i consumi e per gli investimenti (quelli non vincolati dagli standard aggiuntivi ambientali e prevalentemente corrispondenti a importazioni, ovviamente).

Ed infatti, “il Governo intende presentare alla Commissione Europea una richiesta di flessibilità per il 2020 in ragione di spese eccezionali per il contrasto dei rischi derivanti dal dissesto idrogeologico e per altri interventi volti a favorire la sostenibilità ambientale del Paese, quantificabili nell’ordine di 0,2 punti percentuali di PIL”.

Orbene, scindendo da questa flessibilità la quota-parte delle spese eccezionali per il contrasto ai rischi idrogeologici (che appare comunque un ammontare risibile di fronte alla quantificazione del fabbisogno complessivo: secondo l’ANCE-Cresme la spesa per una soluzione strutturale indispensabile ammonta a oltre 40miliardi, cioè circa 3 punti di Pil! ), pare oggettivo che la quota parte di flessibilità (del tutto imprecisata) destinata all’adeguamento all’emergenza ambientale e al “cambiamento climatico” (un postulato tra i più scientificamente e crescentemente controversi), diviene talmente “esile” da rendere vieppiù indispensabile la (tutt’ora latitante) quantificazione, settore per settore,  e per ogni categoria degli attori onerati, dell’impatto delle nuove misure e standard ambientali.

In assenza di questa valutazione preliminare di impatto, prima di tutto sulla crescita (per via di un aumento dei costi-prezzi di impresa, di una diminuzione dei consumi ordinari, “spiazzati” dalla decurtazione del reddito disponibile, di un altamente presumibile aumento di beni e servizi importati determinato dagli obblighi legali di compliance ambientale), arriviamo a un altro aspetto critico del NADEF: cioè, finisce per divenire del tutto incerto il già velleitario quadro di crescita quantificata allo 0,4 per il 2020 (e allo 0,8 e all’1% nei due anni successivi).

La descrizione, compiuta nel NADEF, del previsto andamento delle varie componenti del Pil, infatti, è ontologicamente legata a previsioni che, già di per sé, presumono la continuità di andamenti incorporati in modelli di tendenze puramente statistiche e non possono per definizione ritenersi affidabili; specie perché, allo stesso tempo, si ammette che le esigenze fiscali – specialmente relative a nuove entrate – implicano una compressione della domanda interna. E ciò;

  1. a)sui consumi, rispetto a cui si prevede un semplice non-effetto derivante dalla disattivazione della clausola di salvaguardia IVA, ma senza calcolare in modo chiaro, e sufficientemente analitico, il concomitante effetto dei vari strumenti di parziale copertura tributaria, nonché in termini di revisione del livello della spesa pubblica, di tali entrate;
  2. b)sul saldo delle partite correnti, ritenuto in ripresa, in modo tanto ottimistico quanto non perspicuamente motivato;
  3. c)sugli investimenti e sulla capacità produttiva, anticipandosi un aumento della propensione al risparmio e un supposto aumento degli investimenti, la cui debolezza, in presenza di tali incertezze sugli oneri sistemici da sopportare a seguito delle riforme Green e della crisi del commercio internazionale, potrebbe ragionevolmente accentuarsi piuttosto che riprendersi.

6.1. Per il 2020, è poi previsto un aumento “ricostitutivo” delle scorte (rispetto al pessimo 2019), e quindi della crescita del prodotto, che presupporrebbe appunto il venir meno, altrettanto meramente sperato, delle tensioni geo-politiche, ma anche finanziarie, sul commercio internazionale: poco più di una scommessa, visti gli elementi che vengono pure considerati nell’esposizione della congiuntura economica internazionale (guerre daziarie in via di inasprimento, sopravvenuta inefficacia delle politiche espansive delle varie banche centrali, sintomi crescenti di gravi crisi bancarie sistemiche internazionali, a loro volta legate all’andamento dell’economia reale in paesi a forte vocazione esportativa, come la Germania).

Insomma, le ragioni del proseguire di una stagnazione globale (nella migliore ipotesi che non intervengano traumi finanziari e bancari), vengono esaminate e scartate come in una sorta di wishful thinking non ancorato ad alcuna prudenziale certezza.

Considerati gli elementi fin qui considerati, il saldo del 2,2 per il 2020 appare un proposito governato da un livello di incertezza che soltanto un’inspiegabile e contraddittorio atteggiamento della Commissione– che già in pratica dovrebbe accettare una rinuncia italiana alla correzione del saldo di 0.6 imposto dalle regole sulla sorveglianza di bilancio- potrebbe far passare.

Contraddittorio e inspiegabile, proprio perché la Commissione dovrebbe recedere dalla posizione assunta con la chiusura della procedura di (pre)infrazione avvenuta a luglio; cioè accettando per buone delle indicazioni, sui saldi strutturali e sull’indebitamento, (e quindi sull’andamento debito/Pil), che presuppongono: i) un livello di crescita che, ridotto alla sua essenza, scommette su una tenuta della variazione immediata del surplus commerciale, e  ii) su una rinata fiducia di consumatori e investitori privati nazionali che, invece, si troveranno di fronte a una situazione di scarso, se non nullo incentivo (fiscale, pro-ambientalistico, e congiunturale internazionale) a mutare le attuali tendenze di comportamento.

Ed infatti, le prospettive vengono racchiuse in queste poche righe (pagg. 8-9) che commenteremo in corsivo:

“Con riferimento alla compliance con il braccio preventivo del Patto di Stabilità e Crescita, il Governo intende presentare alla Commissione Europea una richiesta di flessibilità per il 2020 in ragione di spese eccezionali per il contrasto dei rischi derivanti dal dissesto idrogeologico e per altri interventi volti a favorire la sostenibilità ambientale del Paese, quantificabili nell’ordine di 0,2 punti percentuali di PIL. Tenuto conto di questa richiesta, la variazione del saldo strutturale prevista per il 2020 non comporterebbe una deviazione significativa dal sentiero di aggiustamento verso l’OMT

Ndr: ciò presuppone, appunto, che la crescita non meramente “nowcasting” per il 2019 sia…presente – e non si registri una lieve recessione a fine anno – ma, ancor più che quella per il 2020 sia correttamente stimata; altrimenti la deviazione verrà ritenuta piuttosto…significativa, anche in assenza, come viene attualmente auto-certificato, della correzione-tipo di 0,6 dell’indebitamento annuo.

La conseguenza più negativa di questa mancata crescita, tuttavia, si rifletterebbe in un aumento ben maggiore del rapporto debito/Pil nel 2020; a maggior ragione se in prosecuzione-recidiva dell’infrazione per debito eccessivo , e pertanto in assenza dell’effettivo raggiungimento della correzione già “patteggiata” per il 2019 a luglio: il che entro pochi mesi del 2020 porterebbe all’apertura di una nuova inevitabile (?…) procedura di infrazione, e/o all’imposizione di una non trascurabile manovra aggiuntiva…e conseguenti, prevedibili, tensioni sugli spread: che sia o meno operativo il “nuovo” QE, così contrastato dalle BC dei paesi “core”.

Per il biennio 2021-2022 si punta a un miglioramento strutturale di 0,2 punti percentuali all’anno, con un livello finale del saldo strutturale pari al -1,0 per cento del PIL nel 2022. Il Governo conferma l’impegno a raggiungere l’OMT negli anni successivi.

La manovra di finanza pubblica per il 2020 comprende la completa disattivazione dell’aumento dell’IVA, il finanziamento delle politiche invariate per circa un decimo di punto di PIL e il rinnovo di alcune politiche in scadenza (fra cui gli incentivi Industria 4.0).

Ndr: queste sole tre voci, nel loro complesso, implicano un minor consolidamento fiscale, in pratica un saldo negativo aggiuntivo di indebitamento annuale per il 2020, per circa 1,5 punti di PilMa non basta, in termini di costo finanziario delle politiche preannunziate, come vedremo subito sotto…

Il Governo intende inoltre adottare nuove politiche che costituiranno il primo

passo di un programma più vasto volto a rilanciare la crescita, lo sviluppo del

Mezzogiorno e la sostenibilità ambientale. Tra queste, il Governo si è impegnato a ridurre il cuneo fiscale sul lavoro, a rilanciare gli investimenti pubblici, ad aumentare le risorse per istruzione e ricerca scientifica e tecnologica e a sostenere e rafforzare il sistema sanitario universale. L’impegno aggiuntivo necessario alla riduzione del cuneo fiscale nel 2020 è valutato in 0,15 punti percentuali di PIL, che saliranno a 0,3 punti nel 2021.

Ndr: si tralascia di quantificare l’impegno aggiuntivo in termini di investimenti pubblici, e di aumento delle risorse per istruzione, ricerca e rafforzamento del SSN. Dalla confusa tabellizzazione dei futuri saldi e delle future voci di spesa, parrebbe che debbano essere interventi…a costo zero. Ma, quand’anche, misteriosamente, non lo fossero, si aggiungerebbero all’1,5 sopra quantificato, per non meno di un “prudenziale” 0,3 ipotizzabile (pena la mera enunziazione inattuata di tali obiettivi), portando il saldo aggiuntivo da finanziare a 1,8 punti di Pil.

Le risorse per il finanziamento degli interventi previsti dalla manovra di bilancio per il 2020 sono pari a quasi lo 0,8 per cento del PIL e saranno assicurate dai seguenti ambiti di intervento.

NdR. Ecco il salto logico-aritmetico non chiarito: l’1,8 pare trasformarsi in uno 0,8.. Quali sarebbero allora le entrate aggiuntive e i risparmi di spesa/maggiori entrate già “a regime” per 1 punto di Pil di cui non si comprende la copertura? La questione non è ben chiarita nel testo del NADEF.

 Misure di efficientamento della spesa pubblica e di revisione o soppressione di disposizioni normative vigenti in relazione alla loro efficacia o priorità, per un risparmio di oltre 0,1 punti percentuali di PIL

Ndr: questa misura è certamente recessiva, col più alto moltiplicatore, in media superiore a 1, e comunque contraddittoria con l’obiettivo di incrementare le risorse per istruzione, ricerca, investimenti pubblici, e rafforzamento del SSN.

 Nuove misure di contrasto all’evasione e alle frodi fiscali, nonché interventi

per il recupero del gettito tributario anche attraverso una maggiore diffusione

dell’utilizzo di strumenti di pagamento tracciabili, per un incremento totale del gettito pari allo 0,4 per cento del PIL.

NdRQui si coglie una forte contraddizione con alcuni dei ddl elencati nei 22 collegati: se la lotta all’evasione fosse idonea a dare comunque tale gettito – di per sé inevitabilmente accrescitivo della pressione fiscale -, perché viene prevista una vasta serie di “intitolazioni” che, nella realtà delle dichiarazioni anticipatorie delle “intenzioni” dei vari membri del governo, sottindendono “riordini” piuttosto incisivi, in senso peggiorativo, su varie forme di prelievo già in atto?

Si pensi alle accise sui carburanti in agricoltura, alla revisione “progressiva” di ticket sanitari, alla detraibilità, in via di forte riduzione, delle stesse spese sanitarie, alla revisione delle rendite catastali, che va e viene nei vari draft dello stesso NADEF, in una situazione di flessione dei prezzi immobiliari che è tutt’altro che giunta al suo termine, alla riforma del sostegno alla disabilità, sempre a rischio di tagli alle prestazioni, in nome di nuove procedure e modalità di accertamento dei requisiti di accesso alle prestazioni e in nome di nuove forme “esternalizzate”, ma a pagamento, di erogazione delle stesse. E questi sono solo alcuni esempi; basterà continuare a seguire, nelle prossime settimane, le proposte&idee creative (o anche no) con cui, verrà…sondata l’opinione pubblica sui più svariati inasprimenti tributari con cui riempire i 22 collegati (e far tornare i conti…e pure la recessione).

 Riduzione delle spese fiscali e dei sussidi dannosi per l’ambiente e nuove imposte ambientali, che nel complesso aumenterebbero il gettito di circa lo 0,1 per cento del PIL.

Questa tematica conferma quanto detto sull’onerosità della “green compliance” che, secondo questa previsione, aggiungerebbe, alla obbligatorietà delle nuove spese di adeguamento, la leva del disincentivo per spese che gli operatori economici sono comunque, per lo più, obbligati a sostenere per mantenere la fisiologia del processo produttivo a costi competitivi…abbiamo di fronte a noi una falcidia di piccole e medie imprese e piccole imprese agricole? E come tutto ciò, a conferma della mancata valutazione di impatto, non inciderà sulla crescita e sull’occupazione?

 Altre misure fiscali, fra cui la proroga dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione di terreni e partecipazioni, per oltre 0,1 punti percentuali di PIL”

In conclusione, il timore è che non solo i saldi di finanza pubblica attesi nel NADEF, in funzione della crescita futura che li giustificherebbe, non siano “credibili”, ma cheil “segreto” della copertura di circa un punto di Pil che sparisce in sede di indicazione dei modi di reperimento delle risorse a copertura (del mero 0.8 dichiarato), si annidi nei22 collegati. E che tale “consolidamento segreto”, o dissimulato, comporti, con grandi probabilità (in funzione degli obblighi  europei), una serie di inasprimenti fiscali (volutamente) non stimati in modo preventivo (e che peseranno proprio rispetto alla crescita “sperata”).

E questo consolidamento dissimulato, peraltro, corrisponde ad una collaudata tecnica di “illusione finanziaria”: cioè di comunicazione improntata anticipatamente a sottostimare gli effetti di incisione fiscale, ovvero ad occultare la natura impositiva, ovvero, ancora, a proporre come psicologicamente giustificata da un beneficio superiore, un’ampia serie di misure di prelievo in imminente arrivo.

E tale fenomeno di “illusione finanziaria” ci riporta direttamente a quel carattere suggestivo “espressionista” che caratterizza le insistite reiterazioni di cui è disseminato il NADEF.

 

 

 

 


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