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Zuppa di Porro in salsa liberista

 

Già il titolo del libro non lascia presagire bene: “La disuguaglianza fa bene”. Già, proprio così!E a togliere ogni ragionevole dubbio che si tratti di una provocazione ci pensa il sottotitolo: “Manuale di sopravvivenza di un liberista”. L’autore? Il giornalista Nicola Porro.

Più che un libro si tratta di un collage di testi di autori diversi che vanno da Ricossa a Einaudi passando per Friedman, tutti accomunati dall’appartenenza all’ideologia liberale. Già nell’uso che viene fatto del termine emergono forti perplessità sulla scientificità del testo: l’autore, ritenendo “liberale” una parola inflazionata, decide di utilizzare come suo sinonimo “liberista”. La tesi sostenuta è che “non si può essere gli uni senza essere gli altri”. Non è esattamente così: mentre il liberalismo implica il liberismo, ossia la sua applicazione in campo economico, non è necessariamente vero il contrario. Si può essere a favore del libero mercato, della concorrenza e della competitività – con le degenerazioni contemporanee a cui assistiamo, dalla perdita dei diritti dei lavoratori e della loro mercificazione, all’austerity che impone l’annullamento dei servizi sociali- ma non abbracciare l’ideologia liberale, il cui sviluppo ha origini lontane e diverse articolazioni. Porro fa un minestrone e include tutti, resuscitando persino Alessandro Manzoni e scomodando l’autore francese Houellebec. Fin qui parliamo di metodo (peraltro non ho la minima intenzione di spendere l’equivalente di un aperitivo per leggere un’accozzaglia di autori e mi sono limitata a scaricare l’introduzione gratuita), ma passiamo ai contenuti!

Il libretto, chiarisce subito l’autore, è in difesa dei liberisti, la cui sopravvivenza sarebbe osteggiata duramente dal sistema e dalla sinistra.

Nulla di più falso: l’attuale sistema socio-economico internazionale è totalmente improntato sul neo-liberismo e, a ragione, si parla di una “destra travestita da sinistra che, in nome del libero mercato e nel massimo delle sue forze grazie al sistema Euro, ha soppiantato ogni modello sociale e collettivo. Tuttavia, per l’autore “la collettività non esiste in sé, è la somma di una molteplicità di individui”, mentre la “Destra non è la destra sociale e non è nemmeno conservatrice”, bensì quella individualista, e il liberalismo che viene elogiato nel libro è proprio quello che fa leva sull’individualismo.

La tesi sostenuta da Porro è che la forte disuguaglianza -di cui i dati pubblicati recentemente dall’Oxfam hanno fornito un allarmante spaccato- sia un’invenzione mitologica e che negli ultimi 30 anni il benessere globale si sia accresciuto enormemente.

Nel suo appello spassionato a un revanche liberista – si, proprio così, invita i liberisti di tutto il mondo a darsi una mossa!- stigmatizza diversi comportamenti da parte della popolazione: dal dissenso verso forme di ostentazioni di ricchezza all’uso dei social e di internet, considerati una deriva antiliberale, alla diffusione della sharing economy e all’attenzione per l’ambiente.

Secondo Porro “il pensiero populista, sconfitto intellettualmente dai liberali, ieri si chiamava socialismo; oggi si è aggiornato sotto nuove forme, non meno intransigenti sulla sacralità delle proprie idee”.

Insomma, “La disuguaglianza fa bene” si presenta come una zuppa mista dal contenuto indefinibile ma dal sapore decisamente sgradevole; indigesta per una Destra che abbia a cuore il futuro del Paese e della collettività, non la protezione dei privilegi del singolo individuo, già garantiti dall’attuale sinistra.

 

Ilaria Bifarini

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