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CHE SCHIAVI DEL DEBITO IDDIO CI CREO’?


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Ipotesi di lavoro: siamo forse approdati in una nuova era in cui si è compiuta una stagione millenaria con il ritorno al punto di partenza passando, per l’appunto, dal via? E il via è, per caso, una casella concettuale abbastanza semplice da assimilare e perciò assiduamente frequentata da tutti, anche dai partiti un tempo definiti progressisti? Se così fosse, l’uomo è tornato a farsi oggetto; un oggetto disponibile, fungibile, manipolabile sul quale variamente esercitare una serie di sollecitazioni prive di soverchi scrupoli e in genere riservate agli utensili o alle bestie. Le prime civiltà umane nascono nel segno della schiavitù e lo schiavo non è un uomo, bensì una cosa priva di un fine proprio, e funzionale solo al bisogno altrui, al capriccioso desiderio del padrone. Ecco, veniamo al dunque. È sostenibile la tesi secondo cui l’era presente è l’incubatrice, l’anticamera del ritorno a quei tempi tramontati? Probabilmente sì: svariati indizi militano in favore di tale conclusione, ma una specifica categoria concettuale – più che mai di moda – ne rappresenta la cartina di tornasole. Ci riferiamo alla nozione di prestito e ai due corollari che ne costituiscono le estremità, come i capi di una grossa fune: il credito e il debito. La nostra è una civiltà fondata sul prestito, sempre più intensamente ed estesamente, sia in chiave macro che in chiave micro. Dalle organizzazioni più complesse e giuridicamente fondate (come gli Stati) agli atomi consociati da cui esse traggono sedicente legittimazione (i singoli individui) nessuno sfugge alla regola aurea della tarda post-modernità: per vivere – diciamo pure per sopravvivere – non devi tanto lavorare e intraprendere e produrre ricchezza, come amano dire con ghiottoneria da buongustai i cultori di Adam Smith, quanto piuttosto trovare qualcuno che ti dia credito, cioè che ti faccia un prestito, in ultima analisi che ti riduca (in tutti i sensi) allo status di debitore in servizio permanente effettivo. Siamo oramai così intossicati dall’idea che la nostra stessa esistenza in vita dipenda da una licenza magnanima, ponderata e razionale di un datore di moneta da non fare più caso ai paradossi conseguenti. Lasciamo perdere le evidenze del quotidiano ludibrio collettivo in cui siamo immersi (gli Stati soverchiati dal debito pubblico, la loro elemosina di più flessibilità e meno rigore a istituzioni terze mai elette, la lama affilata del deficit puntata alla gola, la fiducia implorata ai mercati investitori, la soprannaturale vocazione di prestatrici di ultima istanza delle banche centrali, l’offerta di titoli del debito pubblico alle periodiche aste di borsa, l’annuale e sempiterno disavanzo di bilancio tamponato con la contrazione di nuovi debiti, eccetera) e concentriamoci sugli aneddoti della miseria spicciola del privato cittadino o del piccolo e medio imprenditore ormai soppiantato, ai vertici della piramide globale, dal finanziere erogatore di risorse. Il diavolo si nasconde nei dettagli e i diabolici intrecci del divenire storico si nascondono nelle notizie da barbiere. Tipo – pigliate a caso e senza difficoltà nel mare magnum di news affini -: Alessia Morani, vice capogruppo del PD alla Camera, durante una puntata di Quinta Colonna, avrebbe trovato la soluzione per i lavoratori in quiescenza titolari di rette da fame: “Esiste uno strumento che conosciamo poco, che è fatto apposta per gli anziani proprietari di casa che percepiscono pensioni basse, che si chiama prestito vitalizio ipotecario”. Oppure – sparata dal Sole 24 Ore di ier l’altro -: Suning, come Tohir, finanzia il club calcistico Internazionale Football Club a tassi stellari. Capite? Il padrone di una squadra di calcio che lucra sul (e del) compiaciuto entusiasmo di milioni di tifosi e impiega la propria stessa compagine calcistica per ricavarne utili sotto forma di interessi. Vi pare normale? Ma mi faccia il piacere, direbbe Totò. E avrebbe ragione. Non è normale, è assurdo, così come è assurdo che una delle rappresentanti del fu Partito Comunista dei proletari italiani sponsorizzi una soluzione da delirio per venire incontro alle penurie da fine del mese di una delle classi più umili dell’odierno Evo Competitivo. I poco produttivi nonnini dovrebbero pure sentirsi onorati di beneficiare del prestito del sistema bancario in cambio di una generosissima opzione sul loro mattone, cioè sui risparmi di una vita. Una rivoluzione al contrario, insomma, dove i poteri forti martellano sugli sfigati e i movimenti nati per difendere gli sfigati assecondano le pruriginose voglie degli antichi e mai domi padroni. Nei social c’è stata una confusa sollevazione contro la proposta indecente della Morani; confusa perché non adeguatamente calibrata nel centrare l’idolo polemico. Il problema, infatti, non è la Morani che – alla pari dei più o meno autorevoli colleghi di partito – è semplicemente imbevuta del Credo dogmatico di questa moribonda civiltà. Detto altrimenti, la Morani non fa altro che declinare, con modalità ingenuamente ritenute digeribili dalla massa, i postulati di fondo di una matrice di cui il suo partito è scandalosamente, corrivamente, dolosamente complice. Il PD, in altre parole, dimentico della propria maiuscola Storia, fa solo lo sporco lavoro assegnatogli dalla cronaca minuscola: trasformare il sogno marxiano di una società senza classi nel sogno elitario dell’unica classe egemone; quella, ovviamente, dei potentati transnazionali, degli opulenti detentori del capitale globale i quali si avviano a smantellare ogni residua vestigia delle istituzioni democratiche del Novecento per spargerci sopra il sale della loro (vincente, onnivora e inesorabile) mission planetaria. Idem dicasi per Tohir e confratelli cinesi. Essi non vedono l’Inter come una squadra di calcio, ma come una opportunità di business. E oggi il business non risiede nella intrapresa lungimirante, nell’investimento di rischio, nella luterana abnegazione innervante le pulsioni voraci del capitalismo d’antan. Piuttosto, alligna nel concetto di prestito che, a sua volta, pericolosamente confina con quello di usura. Pensate a quanti manifesti stradali, spot on line, jingle radiofonici – un’intera mitologia debitoria costruita intorno a te, come il cerchio di quella famosa pubblicità – decantano la funzione salvifica del prestito. E ammiccano da ogni angolo di muro, da ogni vetrina di istituto di credito, da ogni totem di concessionario d’auto. Il grido di battaglia è sempre il medesimo: devi indebitarti! A tasso da favola, ma devi indebitarti, TAN e TAEG illustrati in filiale. In pratica, l’indebitamento – il peccato innominabile della proverbiale cultura contadina – è divenuto l’unico strumento accessibile ai giovani come agli anziani, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, per costruire un futuro decoroso. Non si lavora più per guadagnare, risparmiare, arricchirsi e, quindi, migliorare la propria estrazione socio-economica e ascendere così le auguste scale del successo. Si lavora per avere di che ripagar le rate con cui mantenere in coma vigile un avvenire mai pago di esigere da noi un interesse. Il tasso fisso, piuttosto che quello variabile, sono i due corni di un unico dilemma, senza terze alternative: indebitarsi conoscendo l’importo di una rata costante, o indebitarsi scommettendo sul saliscendi di una rata variabile, sono le sole opzioni sul piatto. Tutto il resto è noia. Se dovessimo sintetizzare in una formula la quintessenza della contemporaneità, potremmo mutuarla dalle categorie attraverso le quali ‘Il Capitale’ traduceva il modus operandi dell’ingegno imprenditoriale e commerciale delle epoche passate. In origine fu MDM (Merce, Denaro, Merce): il commerciante utilizzava la merce per procacciarsi denaro con il quale acquistare nuova merce. Poi fu DMD’ (Denaro, Merce, + Denaro): l’imprenditore metteva a profitto il denaro scambiandolo con merce per ottenerne più denaro. Oggi, l’acronimo appropriato è PIP’ (Prestito, Indebitamento, + Prestito). Sia l’imprenditore classico – onde non mandare a puttane la fatidica baracca -, sia l’uomo della strada – onde garantire una dignitosa sopravvivenza al proprio nucleo familiare -, debbono andare a prestito per galleggiare e, con i magri ritorni, garantire un nuovo prestito più copioso di quello già contratto. Insomma, il mitico lavoro – su cui si fonda l’obsoleta Costituzione della vetusta e rottamanda Repubblica Italiana – è stato soppiantato dalla capacità di attrarre capitali a debito. Gli stessi Stati Nazione, a ben vedere, fanno la questua sui mercati internazionali per calamitare nuovi debiti. Per chiudere il cerchio di questo pezzo – a anche il cerchio di un epico ciclo della storia umana – possiamo dire di essere ritornati, come da premessa, al punto di partenza. Nell’evo arcaico di ellenica e latina memoria, il debitore insolvente veniva tradotto in ceppi davanti al creditore e diveniva suo schiavo. Ci volle la riforma di Solone, ad Atene, e la cosiddetta seisachtheia (lo scuotimento dei pesi) per eliminare la garanzia del creditore costituita dal corpo del debitore insolvente. A Roma, ci arrivarono con la lex poetelia papiria de nexis, nel 326 a.c., con la quale si dispose che, quantomeno, i debitori morosi non venissero inchiavardati. Da allora sono trascorsi duemilaquattrocento anni e ci ritroviamo, appunto, alla casella del via. Tant’è vero che si impone una domanda: se mai qualche geniale esponente di uno degli attuali partiti non populisti, cioè rigorosamente pro sistema, dovesse proporre la riduzione allo stato di servaggio (vitto e alloggio garantiti) a saldo e stralcio delle pendenze della sterminata babele di poveri cristi oggi crocifissi a qualche debito impossibile da assolvere, siamo sicuri che vi sarebbe una sollevazione popolare? Dopotutto, lavorare gratis (da schiavi ‘di diritto’) con la garanzia della pagnotta quotidiana, non potrebbe risultare più appetibile che lavorare sottopagati (e con l’incubo di non vederla neppure, la pagnotta) come schiavi ‘di fatto’? In altri termini, una condizione di sottomissione sanzionata giuridicamente attraverso magari una delle impagabili e implacabili formule linguistiche dell’ipocrisia contemporaneamente corretta – tipo, che ne so, prestito corporale fideiussorio – non sarebbe forse accolta con sollievo sia dai singoli che dalle istituzioni rappresentative? Conosciamo tutti, e temiamo, la risposta. Perché quella risposta è la più logica e consequenziale derivazione dei presupposti ideologici della fine della Storia. Come dire: basta solo tirare le somme. I fattori sono tutti là, sul quaderno, e attendono chi tracci una riga e ne reciti il risultato. Ci eravamo sbagliati, sapete: la grande vicenda umana non è una linea retta ascendente dal peggio al meglio. È una parabola, piuttosto. Si parte dal concetto che la libertà è un lusso per pochissimi e la sua fruizione universale, invece, un privilegio indebito, poi si sale su, ci si illude del contrario e quindi giù, precipitevolissimevolmente, si atterra nel punto da cui si era decollati. Insomma, il benessere, la felicità, la pace non sono diritti assoluti; sono tutte merci in prestito. Finché hai di che ripagarle con gli interessi, apparentemente te ne servi. Prima, durante e dopo la matrice continua sicuramente a servirsi di te.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

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