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VIETATO IL BURKA. COL MAL DI PANCIA

 

La Corte europea dei diritti umani ha dato il via libera al provvedimento francese che vieta di indossare il burka. La legge “non viola il diritto alla libertà di religione né quello al rispetto della vita privata”. Essa “persegue lo scopo legittimo di proteggere i diritti e le libertà altrui e di assicurare il rispetto dei minimi requisiti del vivere insieme”, checché significhi questa aulica asserzione. E giù notevoli sanzioni.

La norma francese è del tutto ragionevole e corrisponde agli standard sociali occidentali. In Italia per esempio la legge di Pubblica Sicurezza, salvo che a carnevale, vieta  di andare in giro con maschere o di coprirsi comunque il viso in modo da essere “travisati”, cioè irriconoscibili. Da noi, per vietare il burka, non sarebbe neppure necessaria una nuova legge.

Purtroppo, come diceva Nietzsche, il miglior modo di danneggiare una tesi è quello di difenderla con cattivi argomenti: ed è ciò che fa la Corte di Strasburgo. Ecco le motivazioni: la nuova disposizione “non viola il diritto alla libertà di religione né quello al rispetto della vita privata”; inoltre in Occidente siamo abituati a guardare in faccia il nostro interlocutore e “il volto gioca un ruolo importante nelle interazioni sociali”. Il burka dunque può “mettere in questione in modo sostanziale la possibilità di avere delle interazioni sociali aperte”. E infatti la Corte si guarda bene dall’invocare le più ovvie ragioni di pubblica sicurezza, cioè la riconoscibilità di chi circola per le strade, perché questo scopo, a suo dire, si poteva ottenere permettendo il burka ed imponendo nel contempo l’obbligo di mostrare il viso in caso di controllo di identità.

Raramente si sono messe insieme tante sciocchezze.

  1. È inutile dire che il divieto del burka non violi la libertà di religione. Tale tipo d’abbigliamento non è previsto dal Corano, ma se i credenti di una determinata fede reputano che quel mantello sia un obbligo religioso imprescindibile per la donna onesta, e una legge vieta di adempierlo, è inutile girarci attorno: si viola la libertà di religione. È come se in un’isola del pacifico si imponesse alle turiste cristiane di ogni età d’andare in giro nude perché tale è la costumanza locale. Il punto in realtà è un altro: non è scritto da nessuna parte che non si possa violare la libertà di religione altrui. Se avessimo come immigranti degli Aztechi, gli permetteremmo forse i sacrifici umani? E del resto, perché preoccuparsi tanto? I musulmani, nei loro Paesi, non si fanno scrupoli, se devono imporci le regole della loro religione. Basti pensare all’Arabia Saudita.
  2. In secondo luogo, checché scrivano i giudici di Strasburgo, la legge non rispetta la vita privata. Ma le leggi lo fanno continuamente. Non si può vivere della prostituzione della moglie; non si possono dare false generalità agli agenti di polizia; è vietato non denunziare all’anagrafe il figlio appena nato (sanzioni pesantissime); non si può guidare contromano; non si può dare del cretino ad un magistrato in udienza, anche se è effettivamente cretino. La lista non finisce mai. Ovvio che le leggi interferiscano con le nostre vite private, sono fatte apposta per quello. E le norme sull’abbigliamento sono assolutamente il meno. Del resto a tutti, da sempre, è vietato circolare nudi.
  3. La teoria secondo cui il volto scoperto fa parte delle nostre costumanze sociali e un viso coperto “metterebbe in questione in modo sostanziale la possibilità di avere delle interazioni sociali aperte” è una pura balordaggine. Se l’esigenza di guardare in faccia l’interlocutore fosse veramente imprescindibile, bisognerebbe vietare anche il telefono. In realtà la ragione più semplice per vietare il burka è proprio quella che viene negata: quel velo non dà certezza dell’identità. Mentre al telefono dopo tutto posso buttar giù la cornetta, di presenza è ben diverso. Dentro quel sacco non si può sapere nemmeno se ci sia un uomo o una donna. Né vale dire che si potrebbe imporre il dovere di rivelarsi a richiesta degli agenti di polizia. Il cittadino non può dire al rapinatore: “Si tolga il burka, voglio vederla in faccia”, perché l’altro potrebbe rispondere: “Prima mi dimostri lei che è un ufficiale di polizia giudiziaria, e comunque intanto favorisca il portafogli”.

Era tanto difficile dire: “Questo tipo di abbigliamento, come qualunque altro che non consenta l’identificazione di una persona, è vietato”? E che bisogno c’era di giustificarsi, di chiedere scusa, e quasi di dimostrare che, pur prendendo un provvedimento giusto, si ha schlechtes Gewissen, mala coscienza? È proprio vero che quando una civiltà non crede più in sé stessa ha evidentemente imboccato la via della sua fine.

È il caso dell’Europa.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

1 luglio 2014

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