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Un’Europa con un Parlamento debole: il paradosso democratico dell’Unione
L’UE ha un problema di potere, non di forma. L’unica istituzione eletta dai cittadini, il Parlamento, conta poco, mentre la burocrazia di Bruxelles prende le vere decisioni senza pagare per i propri errori. Analisi di un sistema da riformare.

Il problema centrale dell’Unione europea non è una questione di stile istituzionale né una polemica ideologica. È un problema di assetto del potere. L’architettura europea si fonda su un paradosso difficilmente sostenibile nel lungo periodo: l’unica istituzione eletta a suffragio universale diretto, il Parlamento europeo, occupa una posizione marginale nel processo decisionale, mentre il potere effettivo si concentra in strutture che non rispondono direttamente al giudizio dei cittadini.
Il Parlamento europeo continua a non disporre di un autentico potere di iniziativa legislativa. Può intervenire sui testi, emendarli, approvarli o respingerli, ma non determinarne autonomamente l’origine politica. Questa funzione resta prerogativa della Commissione europea, un organo che opera prevalentemente attraverso apparati tecnici e dirigenziali privi di investitura popolare diretta. Ne deriva un ribaltamento del principio democratico: non è l’assemblea eletta a orientare l’azione dell’esecutivo, ma l’esecutivo a condizionare l’assemblea.
A rafforzare questa distorsione concorre il ruolo centrale del Consiglio dell’Unione europea, che esercita un potere legislativo decisivo pur rappresentando governi nazionali e non un corpo elettorale europeo unitario. Le decisioni emergono così da negoziati intergovernativi e valutazioni tecniche, spesso opachi e poco leggibili per i cittadini, con una responsabilità politica frammentata e difficilmente imputabile.
Questo modello non è solo democraticamente debole, ma strutturalmente rischioso. La delega estesa di scelte politiche a strutture burocratiche e dirigenti non eletti alimenta un evidente problema di moral hazard. Chi decide senza rispondere direttamente agli elettori non sopporta pienamente il costo delle proprie decisioni. In assenza di una sanzione democratica diretta, si riducono gli incentivi alla correzione degli errori e si rafforza l’autoreferenzialità dell’apparato amministrativo.
La conseguenza è una progressiva sostituzione della sovranità popolare con una sovranità burocratica. Le politiche europee finiscono per privilegiare la coerenza interna del sistema istituzionale rispetto al consenso esterno, allontanandosi dalle condizioni economiche e sociali reali dei Paesi membri. È in questo scarto che si alimentano la sfiducia dei cittadini, l’astensionismo e la percezione di una Unione che decide molto, ma rappresenta poco.
Invocare genericamente “più Europa” senza affrontare questa asimmetria significa eludere il nodo centrale. La questione non è la quantità di integrazione, ma la qualità della sua legittimazione democratica. In tutte le democrazie mature, il centro del potere politico risiede nell’assemblea eletta, perché solo essa garantisce responsabilità, trasparenza e possibilità di sanzione. Dove il Parlamento è debole, la democrazia è debole.
Se l’Unione europea ambisce a essere qualcosa di più di un ordinamento regolatorio, una riforma profonda dei Trattati è inevitabile. Il Parlamento europeo deve diventare il fulcro del sistema: dotato di pieno potere di iniziativa legislativa, di strumenti di controllo effettivi sull’esecutivo e della capacità di orientare l’indirizzo politico generale. La Commissione deve rispondere politicamente al Parlamento in modo sostanziale, non formale. Il Consiglio deve tornare a svolgere una funzione di coordinamento tra Stati, non di supplenza democratica.
Un’Europa con un Parlamento marginale resta un’Europa incompleta. Senza una chiara centralità della rappresentanza elettiva, la costruzione europea rischia di consolidare il potere della burocrazia a scapito della sovranità popolare. E nessun progetto politico, per quanto ambizioso, può durare a lungo se chiede fiducia senza garantire democrazia.








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