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Turismo, l’estate d’oro dell’Italia: più presenze e strutture più piene di Spagna e Francia

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Quella del 2026 si avvia a essere ricordata come una delle migliori stagioni nella storia recente del turismo italiano. Non si tratta soltanto delle sensazioni restituite dalle città d’arte affollate, dalle località balneari piene o dalle presenze sempre più numerose nei borghi e nelle aree interne. A descrivere il fenomeno sono ormai numeri piuttosto solidi, che mostrano una crescita diffusa e, soprattutto, un’Italia capace di ottenere risultati migliori di Francia e Spagna su alcuni degli indicatori più significativi della stagione estiva.

A luglio le presenze sono aumentate del 4,4% rispetto allo stesso mese del 2025: oltre quattro milioni di pernottamenti e circa un milione di arrivi in più. La crescita riguarda sia la clientela italiana, con le presenze in aumento del 2,3%, sia quella straniera, che registra un ben più robusto +6%. Positivo anche il confronto tra strutture: gli alberghi avanzano del 2,5%, mentre il comparto extralberghiero mette a segno un +6,7%. Il dato estivo, dunque, non rappresenta un episodio isolato, ma prosegue un andamento già emerso nel primo semestre, chiuso con un incremento del 4,9% delle presenze e del 4,4% degli arrivi.

Il sorpasso sui principali concorrenti europei va però spiegato correttamente. Non significa che l’Italia abbia già superato la Spagna nel numero complessivo dei turisti internazionali. Il primato riguarda, in particolare, il tasso di saturazione delle strutture presenti sulle grandi piattaforme online, cioè la quota dell’offerta ricettiva già occupata. Nell’intera stagione, dal 15 giugno al 15 settembre, l’Italia raggiunge il 58,9%, contro il 52,2% della Spagna e il 42,8% della Francia. Ad agosto il dato italiano si attesta al 58,5%, mentre nella settimana di Ferragosto arriva al 65,4%, superando la Spagna di 5,6 punti e la Francia addirittura di 19.

È un risultato ancora più significativo perché accompagnato da tariffe medie in calo e da una crescita che non si concentra esclusivamente sulle destinazioni balneari. Nella settimana di Ferragosto la montagna raggiunge una saturazione del 78,4%, il mare del 74,3% e le località lacuali del 71,9%. Le città d’arte e i paesaggi culturali, pur fermandosi al 56%, registrano l’aumento più forte rispetto allo scorso anno: quasi 14 punti percentuali.

C’è poi il dato della permanenza, decisivo perché fotografa la capacità di un Paese non soltanto di attirare visitatori, ma anche di trattenerli e generare maggiore spesa sul territorio. Nel primo trimestre del 2026 la permanenza media nelle strutture ricettive italiane è stata di 3,12 notti, salendo a 3,53 per gli stranieri. Nel confronto europeo riferito a marzo l’Italia, con 3,02 notti, risultava seconda soltanto alla Spagna, ferma a 3,08, e davanti agli altri principali concorrenti. Nello stesso mese le presenze italiane erano aumentate del 20,6%, contro il 4,8% della Spagna, il 2,6% della Germania e l’1,6% della Francia.

Quanto hanno inciso le politiche del governo Meloni? Sarebbe eccessivo intestare a Palazzo Chigi l’intero successo di un settore che può contare sul patrimonio culturale, paesaggistico ed enogastronomico più riconoscibile al mondo e sulla capacità di migliaia di imprenditori e lavoratori. Ma sarebbe altrettanto ingeneroso sostenere che le scelte compiute negli ultimi anni non abbiano avuto alcun peso.

Il primo contributo è arrivato dalla trasformazione del turismo in una politica più propriamente industriale. Il Piano strategico 2023-2027 ha indicato come priorità la qualità dell’offerta, la digitalizzazione, la sostenibilità e la distribuzione dei flussi lungo tutto l’anno. Il Fondo rotativo per le imprese turistiche ha destinato risorse all’ammodernamento delle strutture, con una particolare attenzione agli interventi ambientali e digitali. A questo si è aggiunto GreenTour, il programma da 109 milioni di euro – 59 milioni a fondo perduto e 50 attraverso finanziamenti agevolati – rivolto soprattutto alle piccole e medie imprese per migliorarne l’efficienza energetica, l’innovazione e la capacità di lavorare anche fuori dall’alta stagione.

La legge di Bilancio 2026 ha poi previsto 50 milioni l’anno, per tre anni, per i contratti di filiera nel turismo, ha rifinanziato il Fondo unico nazionale con 37,5 milioni annui e ha garantito nuove risorse al Tourism Digital Hub e al portale Italia.it. Sul versante del lavoro è stato confermato il trattamento integrativo del 15% per il lavoro notturno e straordinario festivo nel settore turistico, alberghiero e della ristorazione: un intervento che non risolve la cronica carenza di personale, ma aiuta a rendere meno penalizzanti i periodi di maggiore intensità.

La conferma forse più interessante dell’impostazione seguita arriva dai piccoli Comuni. Nel primo semestre gli arrivi in queste località sono cresciuti del 5,3% e le presenze del 4,6%, con punte particolarmente elevate in Calabria, Abruzzo e Piemonte. È il segnale che una parte dei visitatori sta cominciando a guardare oltre Roma, Venezia, Firenze e le grandi località balneari, cercando esperienze, borghi, cammini, tradizioni e produzioni locali. Anche le oltre ventimila sagre organizzate ogni anno attirano circa 48 milioni di visitatori e generano un indotto stimato in 2,1 miliardi.

Il turismo non porta ricchezzai ai lavoratori

Il vero risultato politico, quindi, non consiste nell’aver “creato” il successo del turismo italiano, ma nell’aver accompagnato una domanda internazionale crescente con strumenti rivolti alla modernizzazione delle imprese, alla promozione digitale e alla valorizzazione delle destinazioni meno conosciute. La crescita degli stranieri, l’allungamento della stagione e la buona permanenza media indicano che il modello sta producendo effetti.

Resta molto da fare: collegamenti ancora insufficienti, carenza di lavoratori, servizi disomogenei e rischio di sovraffollamento nelle città più visitate. Ma questa volta i numeri consentono di accantonare, almeno per un momento, l’abitudine nazionale a raccontarsi sempre come il fanalino di coda. Nell’estate 2026 l’Italia non vive soltanto di rendita sul proprio patrimonio: riempie più strutture di Francia e Spagna, cresce più rapidamente dei concorrenti e comincia a distribuire meglio i turisti sul territorio. È un successo delle imprese e dei lavoratori, ma anche il risultato di una strategia pubblica che, pur perfettibile, sta finalmente trattando il turismo come una delle grandi industrie nazionali.

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