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LA TORTURA E IL FALLIMENTO DELL’INTELLIGENCE STATUNITENSE

di George Friedman

L’Amministrazione Obama ha pubblicato una serie di memorandum sulla tortura redatti durante l’amministrazione Bush. I memorandum, la maggior parte dei quali data dal periodo successivo all’Undici Settembre, autorizzavano misure che includevano, per i prigionieri, la privazione di cibo solido, il fatto di tenerli legati o in posizioni scomode, di lasciarli in celle fredde senza adeguato vestiario, di schiaffeggiarli sulla testa e/o sullo stomaco, e di dire loro che le loro famiglie avrebbero potuto subire danni se essi non avessero cooperato con coloro che li interrogavano.

Sulla scala della crudeltà umana, queste azioni non arrivano mai nemmeno vicino al massimo. Nello stesso tempo, chiunque pensi che essere posti senza cibo in una cella gelida, essendo sottoposti ad occasionali moderate bastonature – e mentre vi dicono che la vostra famiglia potrebbe raggiungervi nello stesso posto – non sia dolorosissimo, chiaramente manca d’immaginazione. Il trattamento dei detenuti avrebbe potuto essere peggiore, nondimeno era terribile.

Ma la tortura deve proprio essere terribile, e dobbiamo giudicare il torturatore nel contesto della sua stessa disperazione. Subito dopo l’11/9 chiunque non fosse atterrito non aveva il senso della realtà. Conosciamo parecchie persone che ora sono del tutto “blasé” rispetto a quel giorno. Purtroppo per loro sappiamo com’erano li conoscevamo nei mesi successivi, e non erano neanche lontanamente flemmatici come lo sono attualmente.

L’11/9 fu terrificante per una ragione soprattutto: non si aveva idea delle capacità di al Qaeda. Era una supposizione molto ragionevole che altre cellule di al Qaeda fossero operanti negli Stati Uniti e che qualunque giorno avrebbe potuto registrare repliche, in particolare tenendo conto della reputazione del gruppo, a proposito di attacchi uno-due. Ricordiamo ancora il primo volo dopo l’11/9: guardavamo gli altri passeggeri chiedendoci che cosa avremmo fatto se uno di loro si fosse mosso. Ogni volta che un passeggero andava al W.C. si poteva vedere salire la tensione.

E mentre l’11/9 fu abbastanza spaventoso, vi erano ampi timori che al Qaeda si fosse procurata una “bomba atomica da valigia” e che si potesse verificare in ogni momento un attacco nucleare a qualunque grande città degli Stati Uniti. Per gli individui, un simile attacco era semplicemente un’altra possibilità. Ricordiamo che stavamo in albergo a Washington, vicino alla Casa Bianca, e ci rendevamo conto che eravamo al ground zero, e immaginavamo come avrebbe potuto essere il momento successivo. Per il governo, comunque, il problema era quello di avere brandelli di “intelligence” che indicavano che al Qaeda avrebbe potuto avere un’arma nucleare, ma non avendo alcun modo di sapere se quei brandelli avessero un qualche valore. Il presidente e il vicepresidente per conseguenza erano continuamente tenuti in luoghi diversi, e non per una qualche frivola ragione.

Questa mancanza di “intelligence” condusse direttamente alle paure più estreme, le quali a loro volta condussero a misure estreme. Washington semplicemente non sapeva quasi niente di al Qaeda, delle sue capacità e delle sue intenzioni negli Stati Uniti. Una mancanza di conoscenza impone alle persone di prendere in considerazione gli scenari peggiori. In assenza di “intelligence” in senso contrario, dopo l’11/9 l’unica ipotesi ragionevole era che al Qaeda stesse pianificando ulteriori – e forse peggiori – attacchi.

Raccogliere rapidamente dati di “intelligence” divenne la più alta priorità nazionale. Posti i timori genuini e ragionevoli, nessuna azione, per raccogliere dati, era esclusa, se soltanto prometteva risposte rapide. Ciò condusse all’autorizzazione della tortura, fra le altre cose. La tortura offriva un rapido mezzo per accumulare “intelligence” o almeno – dato l’intervallo temporale rispetto agli altri [e più lenti] mezzi – era qualcosa che doveva essere tentata.

E ciò solleva la questione morale. [omissis]

Mentre tutto ciò potrebbe dar materia ad un interessante seminario di filosofia politica, iI presidente – e gli altri che avevano giurato fedeltà alla Costituzione – non avevano il lusso della vita contemplativa. Dovevano agire secondo i loro giuramenti, e l’inazione è un’azione. L’ex Presidente George W.Bush sapeva che non conosceva la natura della minaccia, e che allo scopo di obbedire al suo giuramento, doveva molto rapidamente venire a sapere qual era questa minaccia. Poteva non sapere che la tortura avrebbe funzionato, ma chiaramente non sentiva di avere il diritto di evitarla.

Considerate questo esempio. Ipotizzate che sappiate che un certo individuo sappia dove si trova un ordigno nucleare nascosto in una città americana. L’ordigno ucciderà centinaia di migliaia di americani, se l’individuo rifiuta di rivelare l’informazione. Avrebbe – chiunque abbia prestato quel giuramento – il diritto di non torturare quell’individuo? La tortura potrebbe funzionare o no, ma, in ogni caso, sarebbe morale proteggere i diritti dell’individuo mentre ciò facendo si permette che muoiano centinaia di migliaia di persone? Sembrerebbe che in questo caso la tortura sia un imperativo morale; i diritti di uno che abbia l’informazione non possono pesare più della vita di una città.

Ma qui è il problema: voi non vi trovereste mai in questa situazione. Sapere che una bomba è stata nascosta, conoscere chi sa che la bomba è stata nascosta ed avere la necessità di applicare la tortura per estrarre da lui questa informazione è il modo come funziona il mondo reale. Dopo l’11/9 gli Stati Uniti sapevano molto meno rispetto all’estensione della minaccia di al Qaeda. Questa ipotetica sorta di tortura non era la materia della discussione.

Non servivano informazioni separate, era necessaria una presa di coscienza globale. Gli Stati Uniti non sapevano ciò che avevano necessità di sapere, non sapevano chi era importante e chi non lo era, e non sapevano quanto tempo avessero. La tortura non era una soluzione precisa per uno specifico problema, divenne una tecnica di raccolta di informazioni. La natura del problema che gli Stati Uniti affrontavano li forzava ad una raccolta indiscriminata di informazioni. Quando non si sa che cosa è necessario sapere, si getta una vasta rete. E se la tortura è inclusa nel mucchio, se getta anche questa [seconda] vasta rete. In un caso simile, si sa che si seguiranno parecchie false piste, e quando si è decisi ad usare la tortura si sa che si tortureranno anche persone che hanno ben poco da dirvi. Per di più, la tortura applicata da qualcuno che non è ben qualificato e non ha molta esperienza (persone di cui c’è pochissima disponibilità) costituirà una parte di questi problemi, che rendono la pratica meno efficace.

I difensori della tortura spesso sembrano credere che la persona detenuta è nota per disporre di notevoli informazioni, e che questa informazione deve essergli estorta. Il possesso dell’informazione è prova della sua colpevolezza. Il problema è che, a meno che non si disponga di un’eccellente “intelligence”, per cominciare, ci si trova impegnati nello sviluppo di un’ “intelligence” partendo da zero, e la persona che si sta torturando potrebbe non sapere nulla di nulla. La tortura così diviene non soltanto una perdita di tempo e una violazione della morale, ma di fatto danneggia la buona “intelligence”. Dopo un certo tempo, raccogliere sospetti con la rete a strascico e provare ad ottenere informazioni da loro diviene un succedaneo delle tecniche di un’ “intelligence” competente, e potrebbe anche potenzialmente “accecare” i servizi segreti. Questo è particolarmente vero dal momento che la gente vi dirà quello che voi desiderate sentire da loro, per far cessare la tortura.

I critici della tortura, d’altra parte, sembrano ipotizzare che la tortura avveniva per amore della brutalità invece che per un disperato tentativo di ottenere una qualche chiarezza su ciò che avrebbe potuto costituire un esito catastrofico. I critici inoltre non possono sapere a che punto l’uso della tortura di fatto abbia evitato attacchi successivi all’11/9. Essi ipotizzano che, nella misura in cui la tortura sia stata utile, non sia stata essenziale; che c’erano altri modi di trovare ciò che era necessario. Nel lungo termine potrebbero anche avere ragione. Ma né loro, né nessun altro, aveva il diritto di ipotizzare alla fine del 2001 che ci fosse molto tempo. Una delle cose che non erano note era quanto tempo ci fosse.

L’interminabile discussione, riguardo alla tortura, e le posizioni assunte tanto dai critici quanto dai difensori, non colgono il punto cruciale. Gli Stati Uniti si risolsero alla tortura semplicemente perché avevano subito un massiccio fallimento dell’ “intelligence”, che risaliva a una decina d’anni prima. La comunità dell’ “intelligence” americana semplicemente non era riuscita a raccogliere sufficienti informazioni sulle intenzioni, la capacità, l’organizzazione e il personale di al Qaeda. L’uso della tortura non fu parte dello sforzo di una “intelligence” competente, ma la risposta ad un massiccio fallimento dell’ “intelligence”.

Il fallimento aveva le sue radici in un ventaglio di calcoli sbagliati, nel corso del tempo. Vi era la diffusa credenza che la fine della Guerra Fredda significasse che gli Stati Uniti non avevano bisogno di un grande sforzo di “intelligence”. [omissis]

La lista delle persone colpevoli è infinita, e in fin dei conti include il popolo americano, che sempre sembra credere che il punto di vista secondo cui il mondo è un posto pericoloso sia qualcosa di posticcio, dovuto ai fornitori d’armi e ai burocrati.

L’11/9  fu consegnata a Bush, soltanto dopo nove mesi che era in carica, una situazione impossibile. Il Paese richiedeva protezione, e date le macerie di “intelligence” che aveva ereditato, reagì, bene o male che fosse, nel modo come chiunque altro avrebbe fatto in quella situazione. Usò gli strumenti che aveva, e sperò che fossero sufficienti.

[Omissis. Il problema, riguardo alla tortura è che] simili tecniche, nelle mani delle burocrazie, [fanno sì che] lo straordinario dopo un po’ di tempo divenga routine e la tortura in quanto misura che costituisce un disperato tappabuchi divenga una parte abituale dell’armamentario dell’interrogatorio dell’ “intelligence”.

 [omissis]. La guerra al terrorismo era divenuta routine, e le misure straordinarie non erano più necessarie. Ma la normalizzazione dello straordinario è un pericolo connaturato alla burocrazia. [omissis]. Bush ebbe l’occasione di muoversi al di là dell’emergenza. Ma non lo fece.

[omissis] Se si possiedono abbastanza informazioni tali che già ne avete abbastanza per identificare l’individuo che è in possesso di informazioni, allora siete arrivati piuttosto vicino a vincere la guerra dell’ “intelligence”. Ciò non avviene se usate la tortura.

[omissis. Il Presidente Obama] ha pubblicato i memorandum che autorizzavano la tortura per rendere la cosa interamente un problema dell’amministrazione Bush ma nello stesso tempo si è rifiutato di processare chiunque sia stato coinvolto nelle torture. Buona politica, forse, ma non certo qualcosa che  prenda in considerazione il problema fondamentale. Il problema fondamentale rimane senza risposta, e potrebbe rimanere senza risposta.

George Friedman

(Traduzione di Gianni Pardo)

“Torture and the U.S. Intelligence Failure is republished with permission of Stratfor, 1212”.

 

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