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Teologia del capitale: ottant’anni da dimenticare

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L’ortodossia accademica non ha fallito nel prevedere le crisi, ha semplicemente costruito modelli perfetti per ignorarle

di Furio Ruggiero
14.03.2026

Se si osserva la storia del pensiero economico con occhio disincantato, emerge una narrazione ben diversa da quella trionfalistica insegnata nelle aule universitarie. Non stiamo assistendo a una marcia lineare verso la verità scientifica, culminata con l’avvento dei sofisticati modelli matematici post-1945. Stiamo, al contrario, assistendo alla sistematica marginalizzazione di chiunque abbia osato svelare l’intrinseca instabilità del sistema.

La tesi è tanto semplice quanto inaccettabile per il mainstream: tutto ciò che c’era da sapere sulle dinamiche del capitalismo — l’innesco tecnologico, la febbre speculativa, il collasso recessivo — lo sapevamo già. Solo che l’economia ufficiale, assurta al ruolo di ancella dello status quo, ha dovuto elaborare un monumentale apparato teorico per fingere di non saperlo.

L’Eterodossia Silenziata: I Profeti Ignorati

Prendiamo Nikolaj Kondratiev. Già negli anni ’10 e ’20 del Novecento, aveva meticolosamente mappato le “onde lunghe” dell’economia capitalistica: cicli di 50–60 anni caratterizzati dall’introduzione di una tecnologia dirompente, da un boom di investimenti, dalla conseguente sovrapproduzione e dalla successiva, inesorabile depressione. Il destino di Kondratiev? Fucilato dal regime sovietico perché non assecondava la narrazione marxista del collasso imminente e ignorato dall’Occidente fino alla postuma riabilitazione da parte di Joseph Schumpeter.

Eppure, molto prima di Kondratiev, Karl Marx aveva già individuato nella crisi di sovrapproduzione non un incidente di percorso, ma il motore stesso del modello capitalistico. Perfino pensatori considerati “minori” o filosofici, come Thorstein Veblen alla fine dell’Ottocento, avevano decodificato con inquietante precisione le dinamiche della finanza predatoria.

Insomma, le diagnosi esistevano. La prognosi era chiara. Ma ammettere che il sistema vivesse di squilibri patologici significava minare la legittimità stessa del capitale. E così, l’accademia ha voltato lo sguardo.

Il Modello detta la Dottrina

Non è la teoria economica che guida le scelte dei mercati; è il modello capitalistico che seleziona, finanzia e promuove le teorie economiche necessarie a supportarlo nelle diverse fasi storiche.

Quando il compromesso socialdemocratico del dopoguerra è entrato in crisi negli anni ’70 con la stagflazione, il capitale aveva bisogno di sbarazzarsi dei vincoli keynesiani. Non è un caso che in quel preciso momento storico scuole di pensiero fino ad allora considerate marginali o estremiste — la Scuola Austriaca di Hayek e la Scuola di Chicago di Milton Friedman — siano state elevate a fari dell’umanità.

Non hanno trionfato perché scientificamente superiori, ma perché offrivano esattamente il costrutto ideologico richiesto: deregolamentazione, demolizione dei corpi intermedi, privatizzazione e fede cieca nella capacità dei mercati di autoregolarsi. L’Ipotesi dei Mercati Efficienti ha fornito l’alibi perfetto per smantellare i controlli sulla finanza speculativa, guidandoci dritti verso il baratro del 2008.

L’Arte di Misurare per Nascondere

La subalternità dell’economia al sistema politico si manifesta in modo grottesco nella definizione stessa dei parametri necessari alla verifica empirica. La statistica diventa uno strumento di cosmesi.

Prendiamo il concetto di “occupato”. Secondo i criteri internazionali (ILO) adottati supinamente dai governi occidentali, basta aver lavorato una singola ora nella settimana di riferimento per sfuggire alle maglie della disoccupazione statistica. Questo capolavoro di manipolazione semantica permette di nascondere la precarizzazione strutturale, il fenomeno dei working poor e la sotto-occupazione dilagante.

Allo stesso modo, la pervicace negazione della relazione tra disoccupazione e inflazione, o l’utilizzo feticistico del PIL (che somma la produzione di armi e la ricostruzione post-disastro senza sottrarre il degrado ambientale per non parlare della sofferenza umana), rispondono a una precisa esigenza: permettere al modello di auto-assolversi. Se modifichi le definizioni, non fallirai mai i tuoi obiettivi.

La Costruzione dell’Ignoranza

Perché, dunque, le Banche Centrali e le istituzioni continuano a stupirsi di fronte alle bolle provocate dall’innovazione tecnologica (si pensi oggi all’economia green) e al successivo crollo speculativo?

Perché la macroeconomia contemporanea, cristallizzata nei modelli DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium), è costruita matematicamente per ritornare sempre a uno stato di equilibrio. Questi modelli escludono a priori l’irrazionalità endemica, il debito speculativo e il default sistemico. L’eleganza matematica è stata usata non per descrivere la realtà, ma per sterilizzarla.

Alla famosa domanda rivolta nel 2008 dalla Regina Elisabetta agli economisti della London School of Economics (“Perché nessuno se n’è accorto?”), la risposta onesta non era “un fallimento dell’immaginazione”. La risposta onesta era che i modelli erano stati deliberatamente disegnati per non guardare in quella direzione.

Conclusione

Se scrostando la patina tecnica guardiamo all’economia mainstream del secondo dopoguerra, ci accorgiamo che il suo contributo reale non è stato quello di disvelare nuove verità per il benessere collettivo, ma di affinare strumenti econometrici volti a giustificare un sistema intrinsecamente sperequato.

Sapevamo già tutto. Ma finché il recinto dogmatico continuerà a premiare chi offre giustificazioni matematiche allo status quo, il vero compito dell’economista contemporaneo rimarrà uno solo: continuare a far finta di nulla, proteggendo il dogma della libera e incondizionata circolazione dei capitali da ogni contatto con la realtà.

1. Sulle onde lunghe, le crisi cicliche e l’eterodossia storica

  • Kondratiev, Nikolaj D. (1925). I cicli economici maggiori. (Il saggio fondamentale in cui l’economista russo teorizza le onde lunghe di 50–60 anni legate all’innovazione tecnologica).
  • Schumpeter, Joseph A. (1942). Capitalismo, socialismo e democrazia. (Fondamentale per il concetto di “distruzione creatrice” e per aver sdoganato e integrato le intuizioni di Kondratiev in Occidente).
  • Marx, Karl (1894). Il Capitale, Libro III. (In particolare la Sezione Terza, dove viene analizzata la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e la natura intrinsecamente ciclica delle crisi di sovrapproduzione).
  • Veblen, Thorstein (1899). La teoria della classe agiata. (Un’analisi pionieristica e feroce del consumo ostentativo e delle dinamiche predatrici della classe finanziaria e rentier, del tutto ignorate dall’economia neoclassica dell’epoca).

2. Sulla critica ai modelli di equilibrio (DSGE) e all’ortodossia accademica

  • Keen, Steve (2001). L’economia dell’imbroglio (Debunking Economics). (Una delle critiche più devastanti all’economia neoclassica. Keen smonta pezzo per pezzo i modelli matematici di equilibrio generale, dimostrando come ignorino deliberatamente il ruolo del debito privato e della moneta).
  • Romer, Paul M. (2016). The Trouble with Macroeconomics. (Un celebre e incendiario paper di un Premio Nobel che accusa la macroeconomia moderna di essersi trasformata in una pseudo-scienza basata su “mathiness”, ovvero un uso della matematica volto a nascondere premesse ideologiche e scollegate dalla realtà).

3. Sull’ideologia, la Scuola di Chicago e la costruzione dell’egemonia

  • Harvey, David (2005). Breve storia del neoliberismo. (Analizza come le teorie della Scuola di Chicago e di quella Austriaca siano state utilizzate politicamente a partire dagli anni ’70 per restaurare il potere di classe delle élite finanziarie).
  • Mirowski, Philip (2013). Mai lasciarsi sfuggire una buona crisi (Never Let a Serious Crisis Go to Waste). (Spiega in modo brillante come l’ortodossia neoliberista sia riuscita a sopravvivere al disastro del 2008, mutando pelle ma mantenendo intatto il proprio nucleo dogmatico e la propria influenza politica).

4. Sulla manipolazione delle metriche (PIL, Occupazione) e il concetto di valore

  • Mazzucato, Mariana (2018). Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’economia globale. (Un saggio illuminante su come la teoria economica moderna abbia alterato la definizione di “valore”, permettendo alla finanza speculativa di essere contabilizzata come produttiva nel PIL).
  • Fioramonti, Lorenzo (2013). Presi per il PIL. (Un’analisi critica di come l’invenzione del Prodotto Interno Lordo e delle moderne metriche statistiche siano diventate uno strumento di controllo politico più che di misurazione del benessere reale).
  • Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO)Resolution concerning statistics of work, employment and labour underutilization (19th ICLS, 2013). (Il documento tecnico ufficiale che dimostra la definizione formale di “occupato” basata sul limite minimo di un’ora di lavoro a settimana).
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