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Sul male, sull’odio e su ciò che sta nel mezzo

Tempo di Natale, tempo di regali. Soprattutto per i bambini buoni. I quali, però, potrebbero imbattersi anche in doni inaspettatamente “cattivi”. È il caso di un videogioco dal titolo: “È bello essere malvagi”; accompagnato da un’esortazione altrettanto, se non più, inquietante: “Libera il criminale che c’è in te”. Quando l’ho visto, la prima reazione è stata chiedermi se fosse normale. È normale, non già la commercializzazione, ma anche solo l’ideazione di un prodotto siffatto?

Una strenna destinata a un pubblico (anche) di minori in un periodo in cui si sprecano, in apparenza, le solite retoriche sulla “bontà” implicita del Natale e di tutto ciò che ne consegue? È solo un gioco, si potrebbe obbiettare. Ma è opportuno, è utile, è normale “giocare” con il male? E scherzarci tanto da cavarci fuori uno titolo come: “È bello essere malvagi”? O uno slogan potentemente esortativo quale: “Libera il criminale che c’è in te?”. Mi sono dato una risposta sul piano individuale e una sul piano sociale.

Per me non è normale, ma forse perché sono figlio di un’epoca, e di una educazione, in cui era il male a non essere normale. Per quell’epoca, e per la morale corrente in allora, il male era l’eccezione, da cui tenersi alla larga, di una retta via. Il che non significa che, quand’ero bambino, il male non vi fosse. Nondimeno, vi era ancora l’eco (in parte religiosa, in parte filosofica, in parte etica) di una formazione in cui la dicotomia bene-male aveva ancora un senso. Oggi, siamo arrivati a un punto in cui il male è “sdoganato”. Ed è sdoganato al punto da poter essere recuperato in chiave estetica (“è bello” essere malvagi) o ammiccante (“libera” il criminale) in un giocattolo da impacchettare e mettere sotto l’albero o davanti al presepio. Tale constatazione mi ha portato a fare un passo avanti.

In effetti, oggi si parla pochissimo di “male”. È come se esso non facesse più notizia. Forse perché ce n’è sin troppo in giro. O forse proprio perché – sciolti tutti i freni inibitori, uccisi gli dei residui, derubricata la “morale” a materia facoltativa – la malvagità va via come il pane delle cose “alla moda”. E sarà forse il motivo per cui una festa come Halloween “tira” quasi di più del Natale. In compenso, al posto del “male” (da cui ci mettevano in guardia i padri e i nonni) c’è un nuovo babau per i bambini (e per i cretini): si chiama “odio”. Ed è buffo, perché l’odio non è una categoria dell’orizzonte etico, alla pari del bene, e del male. È un sentimento, dignitosamente neutrale come quasi tutti gli altri.

Si potrebbero fare mille esempi di odio “benefico” e salutare: l’odio contro l’ingiustizia, l’odio contro la malattia, l’odio contro la prepotenza, l’odio contro l’invasore, l’odio contro la guerra. Eppure, oggi ci “ammaestrano” a combattere l’odio in quanto tale. Proprio come il male dei (bei?) vecchi tempi. E sapete perché? Perché l’odio è il carburante imprescindibile del dissenso, della contestazione, della rivolta. Così il Sistema, mettendo alla gogna l’odio (sia pure, in apparenza, per nobili ragioni), metaforicamente ci castra. Impedisce – soprattutto alle nuove generazioni – di indignarsi e di immaginare un mondo diverso, possibilmente (e anche solo parzialmente) emendato da tutto il male che c’è.  Sintesi di un’epoca: non dovete odiare, per nessuna ragione. Quanto al “male”, fate un po’ come vi pare. Dopotutto, è bello e liberante essere malvagi.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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