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Sospendere il Patto o tagliare sanità e investimenti: appello bipartisan per salvare famiglie e imprese
Il nuovo Patto di Stabilità penalizza la crescita: perché tutta la politica italiana ha voltato le spalle alle regole di Bruxelles e cosa rischia ora la nostra economia reale se non si interviene.

L’approvazione definitiva, nell’aprile 2024, della riforma del Patto di stabilità e crescita da parte del Parlamento europeo rappresenta uno snodo decisivo per la governance economica dell’Unione. Il nuovo assetto è il risultato di un negoziato lungo e complesso, culminato nel trilogo (Commissione, Consiglio e Parlamento), che ne ha profondamente alterato l’equilibrio originario.
Il testo è stato sostenuto da una maggioranza ampia e trasversale delle principali famiglie politiche europee. Tuttavia, all’interno di questo consenso, emerge con particolare evidenza un dato politico di assoluto rilievo: la posizione dell’Italia. Dai dati ufficiali delle votazioni del Parlamento europeo risulta infatti che la quasi totalità degli eurodeputati italiani non ha votato a favore della riforma, optando per l’astensione o il voto contrario. I voti favorevoli si sono limitati a pochissime unità: tre eletti in Italia e un quarto eurodeputato italiano eletto in Francia nelle file di Renew.
Si tratta di un fatto di straordinaria rilevanza: un’intera rappresentanza nazionale, lungo tutto l’arco politico, converge sostanzialmente nel non sostenere una riforma cardine dell’architettura economica europea. Ancora più significativo è che neppure gli eurodeputati del Partito Democratico abbiano votato a favore del testo finale, nonostante la proposta originaria fosse stata elaborata sotto la responsabilità del Commissario europeo agli Affari economici e monetari, Paolo Gentiloni. Ciò evidenzia in modo inequivocabile come il compromesso finale raggiunto nel negoziato interistituzionale abbia prodotto un esito profondamente diverso rispetto all’impostazione iniziale della Commissione.
Quella che emerge è una vera e propria anomalia italiana, che non può essere ridotta a dinamica politica interna. Al contrario, rappresenta un segnale sostanziale: la riforma del Patto, nella sua versione finale, non è coerente con le esigenze strutturali dell’economia italiana. Il nodo centrale resta irrisolto. Il nuovo Patto, pur introducendo elementi di flessibilità procedurale, mantiene una natura sostanzialmente pro-ciclica, imponendo vincoli restrittivi proprio nelle fasi di rallentamento economico e amplificando, anziché attenuare, le dinamiche negative del ciclo. In altre parole: il nuovo Patto non si limita a disciplinare i conti pubblici, ma rischia di limitare la capacità stessa degli Stati di proteggere la propria economia nei momenti di difficoltà.
In un contesto segnato da crescita debole, tensioni geopolitiche e, soprattutto, da un persistente caro energia che incide in modo significativo sui bilanci familiari e sui costi di produzione, questo assetto rischia di produrre effetti controproducenti. Il punto è dirimente: qualunque governo, indipendentemente dall’orientamento politico, si troverà ad operare entro margini estremamente ristretti, perché per sostenere famiglie e imprese sarà costretto, nel rispetto dei vincoli del nuovo Patto, a reperire risorse attraverso riallocazioni interne al bilancio pubblico. Ciò significa, inevitabilmente, tagliare altre voci fondamentali di spesa — sanità, istruzione, infrastrutture, investimenti — per poter rispettare parametri che non tengono conto della fase economica reale. Ne deriva un conflitto distributivo permanente, in cui ogni intervento di sostegno si traduce in un sacrificio altrove, comprimendo crescita, servizi e coesione sociale.
In queste condizioni, qualsiasi esecutivo si troverà in una posizione di estrema difficoltà, non solo sul piano economico ma anche nel rapporto con il proprio elettorato, chiamato a subire decisioni obbligate più che scelte politiche. E tuttavia, la stessa attualità dimostra che il problema è pienamente riconosciuto anche a livello europeo. Il tema energetico è tornato centrale nell’agenda dell’Unione, come dimostrano le recenti indicazioni volte a contenere i consumi e gestire le tensioni sui mercati.
Ma la consapevolezza non è sufficiente. Se l’Unione europea riconosce la gravità della crisi energetica, deve anche consentire agli Stati di intervenire in modo autonomo ed efficace, tenendo conto delle profonde differenze nelle strutture economiche e produttive nazionali. Non esiste una risposta uniforme a uno shock asimmetrico. Per questo, la soluzione non può che essere una: consentire margini reali di intervento attraverso una sospensione temporanea e mirata del Patto di stabilità.
Una sospensione selettiva e temporanea del Patto consentirebbe di liberare risorse da destinare al contenimento del caro energia, sostenere concretamente il potere d’acquisto delle famiglie e preservare la competitività del sistema produttivo, senza essere costretti a sacrificare investimenti strategici e servizi essenziali. In altri termini, intervenire dove necessario senza compromettere l’equilibrio complessivo del sistema economico e sociale.
Il voto espresso dalla rappresentanza italiana al Parlamento europeo offre una base politica chiara. Se quasi l’intero arco parlamentare nazionale ha ritenuto di non poter sostenere il nuovo Patto, allora è necessario trarne una conseguenza coerente. Serve un appello bipartisan, chiaro e non più rinviabile. Sospendere temporaneamente il Patto di stabilità non è una scelta ideologica: è una condizione necessaria per evitare che il rigore contabile si traduca in declino economico e tensione sociale. Perché senza margini di intervento, la politica economica si svuota. E perché oggi la vera posta in gioco non è il rispetto formale delle regole, ma la capacità concreta dello Stato di difendere famiglie, imprese e prospettive di crescita.
Antonio Maria Rinaldi
Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.








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