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“Sistema Boeri”? No, grazie (di Andrea De Palo)

 

 

Gentile Prof Rinaldi,

Ho letto, con sgomento e preoccupazione quanto apparso su Il Sole 24 Ore . Nell’articolo si parla di un «Piano delle Performance 2018-2020» secondo cui “ l’Inps riconoscerà un incentivo economico ai medici dell’area medico-legale in base a quante prestazioni per malattia e invalidità riusciranno a revocare. E la loro efficienza sarà valutata anche in base a quanto faranno “risparmiare” l’Istituto, tagliando o abbassando il grado di invalidità da riconoscere durante le visite di accertamento.” ( Fonte: Il Sole 24 Ore ).

Tale comportamento dell’Istituto non è certo in linea con le sue prerogative: l’attività principale dell’INPS è quella di garantire il servizio pubblico, consistente nelle prestazioni previdenziali contemplate nell’art. 38 della Costituzione e definite dalle specifiche leggi speciali (relative alle assicurazioni sociali obbligatorie gestite). ( Fonte: Wikipedia )

L’assistenza alle persone con disabilità non deve essere parametrata a redditi o obiettivi di risparmio. La disabilità non conosce reddito o classi sociali. Un disoccupato sulla sedia a rotelle , ha le stesse difficoltà di un lavoratore sulla sedia a rotelle.

Andando a ritroso, trovo ancora più preoccupanti, due affermazioni del dott. Boeri:

Strumenti come le indennità di accompagnamento danno una somma fissa indipendentemente dalla gravità del bisogno di assistenza che le persone hanno e anche non guardando alle condizioni economiche delle famiglie” ( Fonte: Disabili.com )

Risposte anche da parte del legislatore per ciò che attiene una rimodulazione dei diritti delle famiglie con persone disabili” ( Fonte: Agensir – Disabilità: Boeri (Inps), “rimodulare i permessi della legge 104” )

Volevo ricordare che dal 1° gennaio 2018 c’è stato un incremento dello 0,4% (vista la perequazione con l’aumento dell’inflazione) che ha portato l’indennità ad un valore di 516,35€. Ogni anno, quindi chi soddisfa i requisiti per l’indennità di accompagnamento riceverà complessivamente 6.185,16 euro.

Tutti sappiamo che la cifra non è sufficiente a garantire un’assistenza continuativa ad una persona con disabilità, indipendentemente dal fatto che lavori, sia inserita in un contesto di una cooperativa sociale o non sia occupata.

Tutti sappiamo altresì, che la caccia ai “falsi invalidi”, che è cosa buona e giusta, non deve essere fatta dai medici, o compensata attraverso “obiettivi di risparmio” e “incentivi” ai medici che riducono la spesa, poichè tali “stimoli” rischiano di trascinare nella “rete” dei “tagli a strascico” le persone che hanno vere disabilità. Contrastare il fenomeno dei “falsi invalidi” è invece compito delle Forze dell’Ordine (in particolare della GdF), le quali devono punire anche i medici consenzienti del caso.

Inoltre, da ciò, la persona con disabilità che lavora è doppiamente penalizzata:

Prendendo ad esempio la Regione Lombardia, il tetto ISEE di 20.000 euro potrebbe escludere tutte quelle persone con disabilità che, seppur in grado di svolgere un’attività lavorativa, necessitano di un caregiver, rendendo loro difficilmente fruibili le misure B1 e B2.

Proviamo a pensare solo a chi magari ha bisogno di aiuto per le attività quotidiane della vita durante la mattina o per arrivare al lavoro.

Il Canton Ticino prevede un “assegno di assistenza”, per ottenere il quale uno dei requisiti è quello di “ esercitare un’attività lucrativa nel mercato del lavoro regolare per almeno dieci ore alla settimana.”

Tale contributo per l’assistenza è calcolato in funzione del tempo necessario per le prestazioni d’aiuto di cui l’assicurato ha regolarmente bisogno. Nel calcolo è dedotto il tempo già coperto da altre prestazioni (assegno per grandi invalidi, supplemento per cure intensive per i minorenni, cure di base dell’assicurazione malattie obbligatoria ecc.).

Carissimo Prof Rinaldi, le allego l’opuscolo sul “Contributo per l’assistenza dell’AI “ e le chiedo, in virtù della sua competenza in tema, se sia possibile prevedere anche in Italia un contributo simile che possa rafforzare l’autonomia dei beneficiari, responsabilizzarli, permettere loro di vivere a casa e di esercitare un’attività lavorativa.

Il secondo aspetto su cui una persona con grave disabilità, che lavora, potrebbe essere penalizzata è l’accesso a provvidenze quali la pensione di inabilità e l’assegno di invalidità, in caso di aggravamento, in quanto l’odierno INPS potrebbe negare loro ciò, parlando di “rischio precostituito” o “preesistente”. Entrambi sappiamo che non dovrebbe essere così, poiché l’Inps non è un’assicurazione privata.

Mi conceda però, Professore, prima di chiudere la mia lettera, di porgere una domanda provocatoria al dottor Boeri: il concetto di “rischio precostituito” vale anche per coloro che, quotidianamente, sbarcano sulle nostre coste e potrebbero essere già affetti da patologie invalidanti prima dello sbarco, oppure no?

Da italiano, mi auguro che il dottor Boeri si dimetta dalla presidenza dell’Inps, o che il suo mandato (che pare scada a Febbraio) non venga poi rinnovato.

Potrà così godersi una meritata e spensierata vacanza in mete a lui più consone, quali gli Stati Uniti d’America: l’eldorado del risparmio delle casse pubbliche, dove chiunque, e non solo le persone con disabilità, può curarsi soltanto se, previamente, ha stipulato una copertura assicurativa o ha i soldi sufficienti per far fronte ai costi dell’operazione, della visita o del ricovero. ( Fonte: Panorama – Come funziona il sistema sanitario americano )

Certo di una sua cortese risposta in merito al contributo per l’assistenza, la saluto cordialmente.

Andrea Depalo


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