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SIRIA: LA NON FLY ZONE NON E’ STRATEGIA VINCENTE, analisi di Ardian Foti

 

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Stupiscono le reazioni che le parti coinvolte in Siria stanno prendendo. Non tanto per la loro prevedibilità quanto per la mancanza di una strategia univoca militare che porti in dote soluzioni essenziali al cambio di potere nel paese ormai devastato dagli orrori e dalla tragedia di non sapere chi combatte cosa e come.

Il perché della non strategia occidentale ha una ragione evidente. Aver costruito uno scenario ed una narrazione ad hoc non ha prodotto che una reazione di massa popolare in Europa, non trovando alcuna risposta quella del terrorismo che IS e le parti impazzite di essa stavano per lanciare contro di noi. La stessa Turchia è rimasta vittima sacrificale di questo pericolo strategico elettorale, non trovando che macerie e caos interno se non per consolidare negli indecisi e nella mente dei curdi che non permetterà mai la creazione di una entità cuscinetto tra idea imperiale e libertà di coscienza.

In Arabia Saudita hanno lo stesso problema con la tenuta dell’autonomia del Regno allo scenario della mancata indipendenza finanziaria ormai messa in discussione da un OPEC ridimensionata nelle finalità e rivalsa geopolitica globale. I giovani principi hanno solo voglia di prendere il potere con il sangue o vogliono riportare l’Arabia nell’alveo della contemporaneità? Questo momento è il meno opportuno per essi nel far aprire una breccia interna alla dinastia del Regno, pur essendo tale scenario l’unico in grado di aprire una lunga distrazione di massa che coinvolga le superpotenze regionali e globali. Nessuno si meravigli se i giovani stanno con la Sharia e l’Occidente e l’attuale realista Re con il buonsenso e la capacità di comprendere che diverrà ogni decisione fatale per il Regno, da qui alla prossima generazione di sauditi.

La narrazione russa, ossia la contro strategia narrativa, che rasenta l’iperealismo con le condizioni del meteo ottimali per i bombardamenti in diretta dai cieli della Siria, ha una capacità dirompente su varie strategie di comunicazione già delineate dai nostri mass media. La stessa urgenza americana di controbattere sul fronte umanitario e in difesa degli oppositori non regge alcun buonsenso sui cittadini. Se fino a ieri era Isis il pericolo come si fa a preoccuparsi dell’opposizione sul campo che non ha combattuto né IS e né Assad, ma forse ha fatto finta di combattere per gli uni e gli altri prendendosi solo i soldi e le armi per un eventuale conflitto di prossimità?

La stessa invasione temporanea in Turchia vuole mostrare che non vi è un coordinamento militare Anti aereo tra le forze Nato, avendo spento la Turchia i radar di confine con Iraq, Iran e Siria per evidenti calcoli di tattica sul campo delle sinergie condivise nel mantenimento dello status quo con le parti in causa, IS incluso. In ciò resta evidente l’incapacità strategica della Nato, nel non avere condiviso un percorso strategico di uscita e nell’aver pensato solo alla creazione di una non Fly zone che mantenesse comodamente le cose così come sono, ad ognuno la sua parte e la sua narrativa interna, necessaria per superare le problematiche delle leadership e gli equilibri della real politik alle misure straordinarie che richiede una deception strategica in cui misurarsi con Russia e Israele, gli unici capaci di dire e rendere inutile quel che pensano e dicono gli occidentali ogni giorno ai propri cittadini e alle loro perplessità su di loro.

La conferma della partecipazione dell’Italia sullo scenario iracheno con i propri Tornado stravolge da un lato la nostra idea di prossimità alle missioni in Libia e Siria, dall’altro confermano la nostra capacità di farci carico di una debolezza strutturale della Nato in copioni ormai triti e ritriti dal punto di vista tattico militare. Se la partecipazione italiana è prodroma di una condivisione delle nostre esigenze strategiche sulla Libia e nella gestione dell’emergenza migratoria che investe tutta l’Europa ben venga, l’importante è non impantanarsi in missioni impossibili da contenere e poco lungimiranti sul piano militare e diplomatico.

Respingere la probabilità di un conflitto su vasta scala in Medio Oriente tra Russia, Cina, Iran e Iraq e gli alleati Nato insieme all’Arabia Saudita, il Qatar e la Giordania, significa lavorare per la pace intermittente che dominerà l’area a maggior rischio del globo. L’instabilità perpetua magari sarà quella che Obama aveva già configurato nella sua dichiarazione sulla Siria, ossia la ripetizione dello scenario iracheno e afghano, ma ciò non significa che le parti in causa non esercitino una grande quantità di squilibrio tattico di scenario che riporti alla luce tutte le difformità che l’attuale assetto globale richiama nella sua interezza e asimmetria variabile.

La Fly zone sarà indiscutibile tra le parti, ora tocca misurarsi sui cieli e a terra, in un tutti contro tutti che fa della Siria l’ecatombe delle speranze che la diplomazia e le intelligence stavano portando avanti nella loro silenziosa manovra e nella disseminazione politica delle istanze.

Che gli alawiti fossero così importanti per il mondo non lo stanno scoprendo solo adesso i siriani, il problema è che ancora noi umili cittadini europei  non riusciamo a capirne il perché.

Ardian Foti

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