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La Serracchiani abolisce 4 province per crearne 17

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Il Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato, a colpi di maggioranza, la prima bozza della riforma degli enti locali fortemente voluta da Debora Serracchiani e dal suo assessore Panontin. La riforma prevede l’abolizione delle quattro province della Regione (Udine, Pordenone, Trieste e Gorizia) e la creazione al loro posto di diciassette miniprovince denominate ATI, Ambiti Territoriali Intercomunali, con giunte non elette ma nominate dai consigli comunali.

La riforma, duramente contestata dai sindaci della regione, è stata definita da un sindaco di un importante comune dell’isontino del PD, sentito da chi scrive, “La peggior legge mai approvata nella storia della Regione Friuli Venezia Giulia”. I sindaci si stanno muovendo in tre direzioni distinte per bloccare o modificare la legge: i più morbidi cercano modifiche trattando con l’assessore Panontin, altri propongono referendum abrogativi e i più risoluti annunciano ricorsi alla Corte Costituzionale.

Ma quali sono le principali preoccupazioni che desta la riforma? Innanzitutto l’aumento dei costi della macchina amministrativa e politica. Annunciata dalla Serracchiani come una riforma atta ad abolire le province e quindi a risparmiare, nei fatti appare l’esatto contrario. In primis in quanto tutte le miniprovince dovranno dotarsi della figura del “manager” o direttore generale, figura che generalmente percepisce uno stipendio ben oltre le sei cifre. In secondo luogo perchè oltre la metà dei dipendenti provinciali dovrebbe passare ad organico della Regione, con conseguente, nonostante il comparto unico, miglioramento dei benefit contrattuali ed extra per gli stessi.

Un’altra grande preoccupazione riguarda l’aumento della burocrazia e dei conflitti di competenze. Esemplifichiamo: oggi per costruire un impianto produttivo, non altamente impattante, il primo passo da fare è l’approvazione della variante al piano regolatore del comune interessato. Dopo la riforma, a quanto pare di evincere, occorrerà il voto di ciascun consiglio comunale della miniprovincia dato che i piani regolatori non saranno più di esclusiva competenza comunale ma avranno una valenza intercomunale. Occorre tenere conto che i consigli comunali di molti comuni, specie i più piccoli, si riuniscono solo tre volte all’anno. E solo successivamente a tutte le approvazioni passerebbe all’approvazione del consiglio miniprovinciale. Tuttavia basterebbe che un consiglio comunale bocci la proposta per allungare, in maniera non ancora quantificabile, i tempi, già lunghissimi della burocrazia. Anche sulle competenze la riforma non è assolutamente chiara e spaventa moltissimo i sindaci: una parte considerevole delle tasse comunali non sarebbero gestite più in loco, ma dall’ambito e l’esperienza insegna che difficilmente poi verrebbero gestite in maniera equa perchè c’è il rischio che poi si possano premiare giunte politicamente amiche per penalizzare giunte politicamente avverse.

Un ulteriore punto è il disagio per i cittadini. Specie in montagna, la creazione degli ambiti territoriali porterebbe ad avere il comune capoluogo anche a settantacinque chilometri di distanza (miniprovincia di Gemona rispetto al comune di Tarvisio) e dato che molte, anche se non ancora definite, competenze del comune passeranno all’ambito miniprovinciale, il cittadino sarebbe costretto a percorrere ore di strada per determinate autorizzazioni. Quindi in definitiva la “rivoluzione amministrativa” sarebbe solo: aumento dei costi politico-amministrativi, aumento della burocrazia e disagio per i cittadini.

Un’ottima riforma insomma: una riforma da Partito Democratico.

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