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SEMPRE ALTISSIMA LA TENSIONE FRA RUSSIA E TURCHIA. ANKARA BLOCCA 27 NAVI RUSSE

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Dopo l’abbattimento del Sukhoi Su 24m sui cieli siriani le relazione russo turche stanno degenerando in una serie di provocazioni e risposte che rischiano di sfociare in qualcosa di molto serio.

La Russia , come sappiamo, ha risposto all’abbattimento con una serie di contromisure politiche, economiche e militari, dalla cessazione della collaborazione militare alla reintroduzione del visto per il transito fra i due paesi, al blocco di numerosi importazioni dalla Turchia, all’espulsione di imprenditori turchi. La Turchia non si è tirata indietro, nei limiti delle sue possibilità economiche, compiendo azioni di disturbo (come le recenti ostruzioni alla navigazione di convogli russi nel mar Nero) e soprattutto cercando di riaccendere la stanca solidarietà della NATO.

Ora il gioco si fa ancora più complicato: secondo il quotidiano filogovernativo Yanis Afak Ankara avrebbe bloccato 27 navi russe nei propri porti, come risposta al blocco di 9 navi turche nei porti russi con il pretesto, così dicono i turchi, di “Controlli”. Una provocazione bella e buona, dopo una settimana che ha visto una nave militare russa sparare colpi di avvertimento ad un cargo turco che le bloccava la strada nei Dardanelli, ed un incrociatore lanciamissili di Mosca intervenire per “Rompere il blocco” ad una colonna di da navi per la ricerca petrolifera .

Del resto non passa giorno in cui i due stati non si scambino feroci accuse: fra le più recenti russe abbiamo quella di permettere all’ISIS di trafficare oppio con l’Europa, e di aver fornito componenti per il gas nervino Sarin sempre ai terroristi islamici. Quest’ultima accusa è stata confermata da un parlamentare turco che ora rischia l’accusa di tradimento.

Del resto i Turchi si lamentano di essere tagliati fuori dalle grosse risorse energetiche recentemente scoperte nel Meditteraneo fra Cipro e la Siria e nel Nord della Siria, una grande ricchezza alle porte di casa loro da cui verrebbero esclusi , secondo loro ingiustamente, dal contemporaneo intervento greco-cipriota, russo-siriano e dei curdi del PKK-PYD , a scapito loro e dei curdi filo turchi del nord Iraq. I turchi si sentono tagliati fuori da una ricchezza che tutti gli altri paesi del Levante, dall’Egitto ad Israele al Libano alla Siria, riusciranno  a beneficiare.

I russi , dopo la caduta del comunismo, hanno ripreso la loro pluricentenaria politica di cammino verso il Mediterraneo, per unire la terza Roma alla seconda. Un cammino che ha motivazioni economiche, ma anche politiche e religiose. Ricordiamo che le due grandi guerre che han visto coinvolti russi e turchi nel XIX , quella di Crimea e quella del 1876-77, hanno avuto entrambe origine da motivazioni religiose e di tutela delle popolazioni cristiane all’interno dell’impero ottomano. Il terrorismo e la nascita di un governo filoislamico in Turchia non han fatto altro che riaccendere una fiamma mai completamente sopita.

Un gioco confuso e pericoloso, con intrecci economici, strategici, culturali e religiosi, in cui varie parti si incrociano perseguendo proprie finalità politiche  e militari senza però riuscire a prevederne chiaramente gli sviluppi; non dimentichiamo l’opposizione fra sciti e sunniti, che ha visto nascere un’alleanza sunnita, a guida saudita, tecnicamente “Contro il terrorismo”, ma praticamente più volta contro Teheran e gli sciti dell’area, che potrebbe giocare di sponda con Ankara.

In questo gioco complesso, mentre gli USA sembrano sempre più disinteressanti ed in difficoltà per non essere stati in grado,in passato, di mantenere una posizione coerente, l’Europa sembra sempre più combattuta fra un internazionalismo fuori luogo e la difesa dei propri interessi economici, una volta tanto coincidenti con una posizione umanitaria coincidente con i valori umani. In quest’ottica si inserisce la contraddizione fra il desiderio di Renzi di rivedere le sanzioni alla Russia e Bruxelles che le ha confermate, senza nessun ragionamento di carattere strategico, politico ed economico. Purtroppo è ben chiaro che l’interesse degli europei non è mai ben valutato in Belgio.

 

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