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SCOPPIA LA PACE TRA L’OLP E HAMAS

 

Abu Mazen, a nome dei “Territori Occupati”, e “Hamas” a nome della Strisca di Gaza, si sono accordati per una riconciliazione, per la costituzione di un governo comune e per elezioni congiunte fra qualche tempo. Il risultato, per il momento, è che il governo israeliano ha sospeso i colloqui di pace con l’Olp. Come ha detto Netanyhau, Abu Mazen può avere la pace con Israele o l’accordo con Hamas, ma non tutti e due.

Naturalmente le anime belle nostrane, per riflesso irresistibile, approfitteranno dell’occasione per dare addosso ad Israele. “Come si possono interrompere i negoziati di pace solo perché l’Olp cerca la pace anche con Hamas?”

Il ragionamento è convincente. Infatti è formulato da disinformati per disinformati. Nella realtà, Israele considera Hamas un’organizzazione terroristica i cui adepti hanno lo scopo della sua eliminazione, come già fanno sulle loro carte geografiche. Poiché però, malgrado i loro sforzi, è del tutto imprevedibile che riescano a creare un lago al posto dell’attuale stato sionista, in realtà il loro programma è più modesto: sono disposti ad accontentarsi della soppressione fisica di tutti gli israeliani.

Una cosa va subito sottolineata: queste non sono calunnie. L’eliminazione di Israele è iscritta nello statuto di quell’organizzazione. E poiché non vi è alcuna possibilità che Gaza receda da questi amabili propositi, è ovvio che chi si allea con Hamas ne condivide le finalità. A questo punto Israele, negoziando con un governo di cui Hamas sia magna pars, potrebbe solo scegliere fra le fucilazioni di massa, le camere a gas o, nel caso di un’amnistia riguardante il reato di nazionalità israeliana, il permesso di lasciare il territorio a nuoto.

Questa vicenda è molto triste. Non per Israele, cui i palestinesi potrebbero offrire la pace, non avendo altro da offrire. È triste per i palestinesi. In questo modo essi non otterranno mai, in tempi prevedibili, né l’indipendenza né una larga autonomia amministrativa. Essi continuano a scegliere di continuare una guerra che costantemente si riaccende per loro volontà, e che ogni volta perdono. E fra l’altro sembrano non capire qualcosa di assolutamente elementare. Gli algerini potevano reputare la colonizzazione dannosa o profittevole, ma potevano essere certi che, se gli avessero reso la vita impossibile, i francesi sarebbero rientrati in Francia. Al contrario, gli israeliani non hanno scelta: o vincono o muoiono. E quando il dilemma è questo, se la vittoria è impossibile, è ancora preferibile morire con le armi in pugno. Ne seppero qualcosa i tedeschi, quando si trovarono a reprimere la rivolta del Ghetto di Varsavia.

Non solo dunque oggi è costante il principio per cui “la caccia all’ebreo non è più gratuita”, non solo gli ebrei oggi non sono più quelli, miti e docili, del 1940,  ma da un lato  – ammaestrati dal passato – sono temibili anche a mani nude, dall’altro hanno un esercito e tali armamenti da non avere paura non dei palestinesi, ma di tutti gli arabi messi insieme. Tanto più in quanto la “Umma” ha perso il suo membro principale: quell’Egitto che ha sopportato il massimo peso ed ha pagato il massimo prezzo delle guerre contro Israele. A quanto pare in Palestina, anche se gli ottimati parlano qualche parola d’inglese, nessuno conosce quel proverbio per cui if you can’t beat them, join them.

Questo è un giorno nero per la popolazione palestinese. Il fatto che lo si sia nutrito di odio non impedisce che si possa sentire pietà per un popolo talmente arretrato da seguire i peggiori maestri. Ma non si può aiutare chi non è disposto ad aiutare sé stesso. Non si può aiutare chi, avendo perso una serie di guerre, ha la tracotanza di tentare di imporre le esose condizioni di un vincitore assetato di vendetta. I palestinesi sono al di là di qualunque progetto si possa concepire per aiutarli.

Un’ultima nota riguarda una prevedibile obiezione mossa dalle più sottili delle “anime belle”: “I programmi di Hamas sono soltanto parole, demagogia, retorica. Non corrispondono a niente di realistico. Israele li prende sul serio perché le conviene prenderli sul serio”. Sarebbe un bell’argomento se chi lo fa poi fosse disposto a frequentare qualcuno che va dicendo per ogni dove che conta di ucciderlo. In secondo luogo, anche del “Mein Kampf” si disse che era un’esagerazione, una serie di vaneggiamenti che mai si sarebbero potuti trasformare in propositi concreti. Se le anime belle lo hanno dimenticato, non l’hanno dimenticato a Gerusalemme.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

25 aprile 2014

 

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