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LO SCONTRO FRA LE IMPOTENZE

 

La rassegna delle forze politiche attualmente in campo fa pensare ad un elenco di bocciati. Sel è un partitino che vive di una fede millenaristica in cui ormai credono pochi. Il M5S è un movimento tanto rumoroso quanto inconsistente. Il Ncd è  una truppa di sbandati che pensa soltanto a sopravvivere e mantenere la poltrona. La Lega Nord è un esempio di berciante populismo regionalistico. Forza Italia è un partito sonnolento, in perdita di credibilità e di voti, che l’essere stato al governo non qualifica certo per raddrizzare la barca. Il Pd infine, pur essendo al potere e pur beneficiando della bonaccia borsistica, soffre dell’incapacità di affrontare una stagnazione economica terribile. Lo penalizza inoltre un eccesso di promesse a fronte di risultati troppo magri. Esso ha ciò malgrado il vantaggio inestimabile di essere solo sulla scena, e perfino un Presidente del Consiglio da cinepanettone come Matteo Renzi sembra un gigante in mezzo ai pigmei. Ma questa invidiabile situazione ridà validità ad un vecchio principio storico: quando una forza sembra inattaccabile dall’esterno, l’attacco comincia a prodursi dall’interno.

I partiti sono strutturati intorno ad una forte ideologia di solito sono monolitici. Anche cambiando nome ed arrivando ad inglobare altri partiti (la sinistra Dc) il Pci nei suoi diversi avatar conservò una sufficiente unità. Ma la sua vita ha abbracciato troppi decenni per non conoscere crisi. Chi ha la memoria lunga non dimentica la lunga lista dei dissidenti: a volte isolati, come Bordiga, a volte a coppie, come Cucchi e Magnani, a volte quasi una folla, come in occasione della Rivoluzione Ungherese. E tuttavia l’attuale crisi interna del Partito Democratico ha connotazioni assolutamente nuove.  In passato la maggioranza rimaneva fedele alla più rigida ortodossia (il comunismo è stato una religione intollerante) e i contestatori apparivano degli eretici. Oggi invece per la prima volta la minoranza è ortodossa mentre il grosso del partito si allontana dai dogmi comunisti. Renzi li contraddice sfrontatamente e – s’è visto con la Cgil – arriva addirittura ad irriderli.

Dal punto di vista dottrinale, i vari Civati, Fassina e Cuperlo rimangono legati ai sempiterni principi fondanti del comunismo. Sono fermi alla scissione di Livorno e non si può dire che tradiscano il partito. Sembra vogliano impedire la celebrazione della fine del comunismo in Italia. Ma nel momento in cui non si contano le audacie di Papa Francesco nell’ambito della Chiesa modello, quella Cattolica, ha senso la vecchia linea politica, soprattutto nell’attuale congiuntura economica?

La teoria tanto erroneamente quanto universalmente accettata è che tocchi allo Stato risolvere la peggiore crisi che si ricordi. I politici accettano cinicamente questa responsabilità, per fini elettorali, si propongono come salvatori e, quando fatalmente non riescono a raggiungere risultati pratici, vengono giustamente disprezzati. Ormai ciò avviene a tutti i livelli. Le soluzioni europee si sono già dimostrate inefficaci, i Paesi che vanno bene stanno fermi e noi andiamo addirittura indietro. Per alcuni bisognerebbe cercare una soluzione nazionale che dovrebbe passare attraverso una diversa politica monetaria, ma non disponiamo più della specifica sovranità e comunque ricuperarla potrebbe costare fin troppo caro. Gli altri rimedi – le “riforme” di cui si parla troppo – da un lato non si sa se siano possibili, dall’altro se avrebbero gli effetti miracolosi che se ne attendono. O in tempi prevedibili la ripresa economica dell’Italia non si avrà, oppure si avrà per cause indipendenti dalla nostra politica.

Ecco la domanda che si dovrebbe porre alla minoranza del Pd: mentre lotta con l’atteggiamento di chi dovrebbe salvare il Paese dalla catastrofe, è convinta che le sue ricette potrebbero realmente rappresentare la soluzione? Non s’è accorta che ciò che essa propone è solo la riconferma della più ottusa e retrograda politica del passato, esattamente quella che ci ha condotti dove siamo? È antistorico credere che la sovietizzazione della società possa rappresentare la salvezza della nazione.

Stranamente, questo comportamento ricorda la follia di certe folle arabe. Arrabbiate per la miseria e per la decadenza dei loro Paesi, invece di identificare la causa di tutto in una cattiva e paralizzante interpretazione dell’Islàm, credono che la soluzione sia in un’accentuazione del suo arcaico e brutale rigore. L’implosione dell’Unione Sovietica dovrebbe pure avere insegnato che l’esperimento di una diversa economia, pur effettuato con l’onnipotenza dello Stato, conduce a risultati fallimentari.

Nell’ex Pci si è arrivati alla democrazia ed è certo una buona notizia. È triste però che, sia pure con le migliori intenzioni, l’opposizione interna si batta per un oggettivo peggioramento della situazione nazionale.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

27 novembre 2014

 

 

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