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Sanzioni alla Russia: il fronte europeo si sbriciola. Gli Stati scelgono i portafogli ed è scontro totale con Bruxelles

Il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia spacca l’Unione Europea. Francia, Germania, Italia e Grecia guidano la fronda dei veti per difendere le proprie aziende e i profitti miliardari.

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La solidarietà europea si ferma davanti al portafoglio. Di fronte al ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, l’unità degli Stati membri è crollata. I governi nazionali si rifiutano di colpire le proprie imprese, preferendo i profitti aziendali alla linea geopolitica dura di Bruxelles.

Siamo arrivati al punto di rottura. Dopo quattro anni di restrizioni economiche e venti pacchetti approvati, la diplomazia europea ammette che la spinta morale si è esaurita. Il meccanismo dell’unanimità, necessario per approvare le sanzioni, è ora bloccato da una serie di veti incrociati.

L’ipocrisia di facciata sta cedendo il passo alla dura realtà economica. A parole tutti i leader concordano sulla solidarietà a Kiev, ma quando si tratta di firmare misure che colpiscono le industrie di casa, l’accordo svanisce. Cinque diplomatici dell’Unione Europea hanno confermato che i negoziati tra gli ambasciatori a Bruxelles sono ormai su un binario morto.

La mappa del dissenso: chi blocca le sanzioni

Non si tratta delle solite resistenze isolate di un singolo paese. Questa volta la fronda è ampia e unisce nazioni del Sud, del Centro e dell’Ovest europeo. Ognuno ha il suo “gioiello di famiglia” da difendere dall’autolesionismo economico.

Ecco una sintesi delle richieste di deroga che stanno bloccando l’accordo a Bruxelles:

PaeseSettore da proteggereRichiesta specifica ed impatto economico
GreciaTrasporto marittimo di GNLEsclusione dal divieto di trasporto di gas verso paesi terzi per tutelare gli armatori nazionali.
Germania e PortogalloIndustria ittica localeRimozione del divieto di importazione del pesce russo per difendere le aziende di trasformazione.
Francia e ItaliaTurismo e vistiAmmorbidimento delle restrizioni sui visti d’ingresso per i militari russi, per non danneggiare il turismo.
AustriaSettore bancario e finanziarioSblocco di 2 miliardi di euro di asset russi per tutelare il gruppo Raiffeisen Bank.

Questa mappa dimostra come ogni governo stia cercando di ritagliare eccezioni su misura, riducendo di fatto ogni nuovo provvedimento a una scatola vuota. In realtà tutti sono stanchi di questa politica che, francamente, non porta da nessuna parte.

Il caso macroscopico della Grecia e del gas liquefatto

Il caso più clamoroso riguarda Atene. Il governo greco ha minacciato il veto sull’intero pacchetto se non otterrà tutele per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL) russo. La misura serve a proteggere direttamente gli affari della compagnia Dynagas, di proprietà del miliardario George Prokopiou.

Dynagas ha trasportato oltre 30 milioni di tonnellate di GNL dall’Artico russo dall’inizio del conflitto, per un valore stimato di circa 24 miliardi di dollari. Una sola delle sue navi speciali ha gestito carichi per 4 miliardi. I diplomatici greci difendono questa scelta spiegando che le sanzioni provocherebbero solo un danno autoindotto.

Se le navi europee si fermassero, il flusso di gas verso Asia o altri mercati non cesserebbe affatto. Servirebbe solo a regalare un enorme vantaggio strategico ai concorrenti internazionali extra-UE. La stessa Dynagas ha ricordato di avere contratti blindati fino al 2065, firmati molti anni prima del conflitto attuale.

La fine della tolleranza per i danni economici collaterali

La realtà è che molte grandi imprese europee hanno già subito perdite miliardarie nei primi mesi del conflitto, a causa dell’abbandono forzato del mercato russo. Chi ha già pagato il conto oggi guarda con forte irritazione a quei paesi che hanno continuato a fare affari d’oro con Mosca.

Gli esperti economici dei think-tank europei confermano che siamo ormai vicini al “picco delle sanzioni“. I leader politici nazionali hanno capito che le nuove misure andrebbero a colpire il nucleo duro delle loro economie interne. Non sono più disposti a farsi condizionare dalla pressione politica.

Inoltre, emerge una profonda differenza nella percezione del pericolo. Se per i paesi baltici e nordici la Russia rappresenta una minaccia esistenziale immediata per cui vale la pena sacrificare l’economia, per i paesi del Sud e dell’Ovest europeo il costo economico non è più giustificato dal livello di minaccia percepito.

Il realismo economico batte l’ideologia

Il blocco del ventunesimo pacchetto dimostra che la strategia basata sulle sanzioni ha raggiunto il suo limite naturale. Quando lo scontro internazionale richiede il sacrificio di settori industriali strategici, gli Stati tornano inevitabilmente a fare i propri interessi particolari.

La scommessa di piegare la Russia attraverso l’isolamento commerciale si scontra così con la stanchezza delle imprese europee. Il mercato globale non accetta vuoti, e le aziende europee non vogliono essere le uniche a subire le conseguenze economiche di scelte puramente politiche.

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