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Rio Tinto e Glencore riaprono il dossier: verso un colosso minerario da 200 miliardi?

Tornano le grandi manovre nel settore minerario. Rio Tinto punta Glencore per dominare il mercato del rame e ridurre la dipendenza dalla Cina. Un affare che potrebbe cambiare gli equilibri globali delle materie prime.

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Siamo forse alla vigilia di un nuovo boom di fusioni e acquisizioni nel settore dei metalli e delle materie prime? Con i prezzi che continuano a correre, sembrerebbe proprio di sì. O forse, più pragmaticamente, concludere affari è diventato semplicemente più facile sotto la nuova amministrazione.

Indipendentemente dalle cause politiche, la notizia è di quelle che scuotono i mercati: Rio Tinto e Glencore hanno riaperto i colloqui per una fusione. L’obiettivo è creare la più grande compagnia mineraria al mondo, con una valutazione combinata che supererebbe i 200 miliardi di dollari. Questo ritorno di fiamma avviene a più di un anno dal fallimento delle precedenti negoziazioni, come riportato da Yahoo Finance.

Le due società hanno confermato giovedì di essere in discussione su varie strutture dell’accordo, inclusa un’offerta pubblica di acquisto (OPA) interamente azionaria che potrebbe coprire parte o la totalità del business di Glencore. La reazione del mercato non si è fatta attendere e i movimenti sono stati da manuale:

  • Le azioni di Glencore sono balzate di circa il 10% a Londra.
  • Il titolo Rio Tinto ha ceduto oltre il 2%, scontando il potenziale onere dell’acquisizione.

Il Rame è il vero obiettivo strategico

Se completata, questa transazione oscurerebbe qualsiasi precedente fusione nel settore minerario, creando un gigante capace di rivaleggiare ad armi pari con BHP. Ma qual è il vero motore dell’operazione? Non è il ferro, ma il rame.

Quotazioni del rame sul CME- Tradingeconomics

Con i prezzi che hanno recentemente superato i 6 dollari alla libbra al CME, a causa delle interruzioni nella catena di approvvigionamento e dei timori sui dazi, il rame è diventato l’asset più strategico per l’industria. Ben Cleary, di Tribeca Investment Partners, ha sintetizzato perfettamente la situazione: “Ha molto senso. È l’unico grande accordo minerario realizzabile là fuori”.

Per Rio Tinto, l’assorbimento di Glencore avrebbe una duplice valenza tecnica e strategica:

  1. Espansione nel Rame: Amplierebbe drasticamente la produzione, garantendo l’accesso ad asset pregiati come la miniera di Collahuasi in Cile.

    Produzione cumulata di Rame Glencore – Rio Tinto

  2. Diversificazione: Ridurrebbe la dipendenza dal minerale di ferro, una mossa saggia mentre il boom edilizio cinese mostra segni di strutturale rallentamento.

Il nodo del carbone e la nuova leadership

In passato, gli analisti avevano sollevato dubbi sulla volontà di Rio Tinto di accettare il vasto business del carbone di Glencore, spesso visto come un peso in epoca di transizione energetica. Tuttavia, fonti vicine ai colloqui suggeriscono un approccio più pragmatico: Rio sarebbe ora aperta a mantenere il carbone, almeno inizialmente, per poi valutare una dismissione in un secondo momento. Nessuna struttura definitiva è stata ancora concordata, ma il pragmatismo sembra prevalere sull’ideologia.

I rinnovati colloqui seguono importanti cambiamenti ai vertici di entrambe le aziende:

  • Rio Tinto ha un nuovo amministratore delegato, Simon Trott, che ha posto l’accento sulla disciplina dei costi e sulla semplificazione.
  • Glencore, guidata dal CEO Gary Nagle, ha pianificato di raddoppiare la produzione di rame nel prossimo decennio. In privato, Nagle ha descritto l’alleanza con Rio come l’affare più logico del settore.

Secondo John Ayoub di Wilson Asset Management, “Questo è il primo test di Simon come CEO e mi aspetterei che il suo approccio disciplinato venga mantenuto anche nell’M&A”.

Le discussioni si inseriscono in un’ondata più ampia di consolidamento del settore, dopo l’accordo di Anglo American per Teck Resources e il precedente interesse di BHP. Secondo le regole del Regno Unito, Rio ha ora una scadenza precisa: deve decidere entro il 5 febbraio se procedere con l’offerta o ritirarsi per sei mesi.


Domande e risposte

Perché il rame è così centrale in questa fusione? Il rame è considerato il metallo fondamentale per l’elettrificazione e la transizione energetica. Con prezzi schizzati sopra i 13.000 dollari la tonnellata e l’offerta globale che fatica a tenere il passo della domanda, acquisire asset già produttivi è molto più rapido ed economico che aprire nuove miniere. Per Rio Tinto, acquisire Glencore significa assicurarsi immediatamente una posizione dominante in questo mercato strategico, riducendo al contempo l’esposizione al minerale di ferro, il cui futuro è legato all’incerto mercato immobiliare cinese.

Come verrà gestito il business del carbone di Glencore? Nonostante le pressioni ESG (ambientali, sociali e di governance) che spingono molte aziende a dismettere i combustibili fossili, Rio Tinto sembra aver adottato un approccio pragmatico. L’azienda è disposta ad acquisire il business del carbone di Glencore, che genera ancora forti flussi di cassa, per poi eventualmente scorporarlo o venderlo in un secondo momento. Questo segna un cambiamento rispetto al passato, indicando che la logica industriale e finanziaria sta prevalendo sul purismo ideologico immediato nella strutturazione dell’accordo.

Cosa succede se l’accordo non si chiude entro febbraio? Secondo le normative sulle acquisizioni del Regno Unito (Takeover Code), Rio Tinto ha tempo fino al 5 febbraio per formalizzare la sua intenzione di fare un’offerta o ritirarsi. Se decidesse di non procedere o se i colloqui fallissero entro quella data, Rio sarebbe costretta a un periodo di “standstill” di sei mesi, durante il quale non potrebbe lanciare un’altra offerta ostile o non concordata per Glencore. Questo pone una notevole pressione temporale sui negoziati attuali per trovare una struttura condivisa.

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