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Rigenerazione Manifatturiera: il mio intervento al Convegno Nazionale sul Made in Italy

L’industria italiana è a un punto di non ritorno. Le filiere globali si sono spezzate e i nostri fornitori esteri ci stanno rubando il mercato. Mentre l’Europa ci affoga di regole, rischiamo di perdere per sempre il nostro motore economico. Ecco perché la “rigenerazione” è l’unica via per evitare il tracollo.

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Il mio intervento al Convegno Nazionale Made in Italy, tenutosi il 23/06/2026 presso la Camera dei Deputati – Sala Matteotti. 

Signore e Signori, quando si analizza l’economia italiana si tende spesso a soffermarsi sulle sue criticità. Tuttavia esiste un dato che merita di essere ricordato con chiarezza: l’Italia continua a rappresentare la seconda potenza manifatturiera europea dopo la Germania. Proprio per questo ritengo opportuno chiarire cosa debba intendersi oggi per rigenerazione manifatturiera.

Rigenerare non significa semplicemente produrre di più. Non significa neppure limitarsi a sostenere le imprese attraverso incentivi o misure congiunturali. Rigenerare significa ricostruire. Significa recuperare competenze, filiere produttive, capacità industriali e autonomia strategica che nel corso degli ultimi decenni si sono progressivamente indebolite. Significa riportare sotto controllo quei segmenti delle catene del valore la cui perdita ci ha reso maggiormente esposti alle vulnerabilità esterne. In altre parole, la rigenerazione manifatturiera non riguarda soltanto la quantità della produzione. Riguarda soprattutto la qualità e la solidità dell’intero sistema produttivo nazionale.

La manifattura rappresenta uno dei principali fattori della competitività italiana e contribuisce in misura determinante al mantenimento di un saldo commerciale strutturalmente positivo verso l’estero. Continuiamo infatti a esportare più di quanto importiamo, generando ricchezza, occupazione qualificata e stabilità economica. Ma il vero punto di forza dell’industria italiana non risiede soltanto nei volumi prodotti. Risiede soprattutto nella capacità di creare valore aggiunto. La nostra competitività non nasce dalla disponibilità di manodopera a basso costo né dalla presenza di grandi economie di scala. Nasce dalla capacità di trasformare materiali, componenti e semilavorati in prodotti caratterizzati da innovazione, qualità, tecnologia, design, creatività e cultura industriale. È questa la forza del Made in Italy. Proprio per questo sarebbe un errore limitarsi a osservare i risultati attuali senza interrogarsi sulla loro sostenibilità futura. Per molti anni si è ritenuto che la globalizzazione consentisse di separare la capacità di progettare dalla capacità di produrre, l’innovazione dall’approvvigionamento, il prodotto finale dalle strutture industriali che lo rendono possibile. Si è diffusa l’idea che fosse sufficiente conservare sul territorio nazionale le attività a maggiore valore aggiunto, lasciando al mercato globale il compito di garantire in modo permanente l’accesso a componenti, semilavorati, materiali strategici e tecnologie essenziali. Gli eventi degli ultimi anni hanno dimostrato quanto questa impostazione fosse fragile.

La pandemia, le crisi energetiche, le tensioni geopolitiche e la crescente frammentazione degli scambi internazionali hanno rappresentato un autentico punto di svolta. Per oltre trent’anni il mondo occidentale ha costruito le proprie strategie industriali sulla ricerca della massima efficienza. Si è ritenuto che la riduzione dei costi costituisse il principale obiettivo da perseguire e che il mercato globale fosse in grado di garantire sempre approvvigionamenti sicuri e continui. Oggi sappiamo che non è così. Abbiamo scoperto che una filiera efficiente non coincide necessariamente con una filiera sicura. Abbiamo scoperto che la resilienza possiede un valore economico almeno pari all’efficienza. Una catena di approvvigionamento leggermente più costosa, ma affidabile e controllabile, può risultare molto più preziosa di una catena apparentemente perfetta che si interrompe nel momento del bisogno. La competizione economica contemporanea non si misura più soltanto sulla capacità di produrre a costi inferiori. Si misura sulla capacità di garantire continuità produttiva, accesso alle materie prime strategiche, controllo delle tecnologie critiche e presidio dei passaggi essenziali della catena del valore.

È qui che emerge una vulnerabilità che riguarda direttamente il nostro Paese. L’Italia ha conservato eccellenze manifatturiere straordinarie, ma in molti settori ha progressivamente perso il controllo di segmenti fondamentali delle proprie catene di approvvigionamento. Una parte crescente della nostra capacità produttiva dipende oggi dalla disponibilità di componenti, materiali e semilavorati provenienti dall’estero. Non si tratta semplicemente di una questione commerciale. Si tratta di una questione di sicurezza economica.

Molto spesso coloro che ci forniscono componenti, materiali o tecnologie non sono soltanto partner commerciali. Sono anche nostri concorrenti sui mercati internazionali dei prodotti finiti. Si determina così una situazione paradossale: affidiamo passaggi essenziali del nostro processo produttivo a soggetti che competono direttamente con noi. Questa dipendenza non comporta soltanto il rischio di interruzioni delle forniture. Comporta un rischio ancora più profondo: la progressiva erosione del vantaggio competitivo che ha consentito all’industria italiana di distinguersi nel mondo.

Una parte crescente del valore che oggi riusciamo ancora a generare attraverso qualità, innovazione e specializzazione tende infatti a spostarsi lungo la catena produttiva verso soggetti che, da semplici fornitori, stanno progressivamente diventando concorrenti sempre più strutturati e competitivi. Man mano che competenze, capacità produttive, tecnologie e processi industriali si concentrano presso i nostri fornitori esteri, il differenziale qualitativo che oggi ci consente di generare elevato valore aggiunto tende inevitabilmente a ridursi. In altre parole, il problema non riguarda soltanto ciò che importiamo oggi. Riguarda ciò che potremmo non essere più in grado di produrre autonomamente domani. Siamo entrati in una fase storica profondamente diversa da quella che ha caratterizzato la globalizzazione degli ultimi decenni.

L’epoca nella quale si riteneva che l’integrazione economica avrebbe progressivamente ridotto ogni forma di conflitto strategico appare ormai superata. Oggi assistiamo al passaggio da un’economia globale fondata prevalentemente sull’interdipendenza a un’economia sempre più influenzata dalla competizione geoeconomica. Gli Stati Uniti, la Cina, l’India e le principali potenze industriali stanno ridefinendo le proprie strategie non soltanto in funzione dell’efficienza economica, ma della sicurezza nazionale. Chi controlla le materie prime critiche controlla una parte della produzione industriale. Chi controlla la produzione industriale controlla l’innovazione. Chi controlla l’innovazione contribuisce a determinare gli equilibri economici del XXI secolo.

Per questa ragione il controllo delle filiere non può più essere considerato una questione esclusivamente industriale. È diventato un tema di sovranità economica. In questo contesto l’Europa sconta un ritardo evidente. Mentre le altre grandi aree economiche stanno sviluppando robuste politiche industriali orientate alla protezione delle filiere strategiche, l’Unione Europea continua troppo spesso a privilegiare l’approccio regolatorio rispetto a quello produttivo. L’Europa dispone probabilmente dell’apparato normativo più esteso e sofisticato del mondo. Il problema è che la capacità di normare non può sostituire una politica industriale. Le regole possono accompagnare la crescita, ma non possono diventare esse stesse una strategia di sviluppo.

I concorrenti internazionali non sono sottoposti agli stessi obblighi, agli stessi costi amministrativi, agli stessi vincoli energetici e agli stessi adempimenti burocratici. Ne deriva una evidente asimmetria competitiva. Le imprese europee sono chiamate a sostenere costi crescenti per competere con operatori che non affrontano condizioni equivalenti. Il rischio è che l’eccesso di regolazione finisca per produrre un effetto opposto a quello desiderato, accelerando proprio quei processi di dipendenza che si vorrebbero contrastare. Il problema dell’Italia non è la mancanza di capacità imprenditoriale. Le nostre imprese continuano a esportare, innovare e creare valore.

Il problema è che il contesto normativo, energetico e produttivo tende progressivamente a comprimere la capacità di offerta del sistema economico proprio mentre il mondo continua a richiedere prodotti ad alto valore aggiunto. Per questa ragione la rigenerazione manifatturiera non può essere interpretata semplicemente come una politica di sostegno alle imprese. Essa rappresenta una scelta strategica che riguarda la resilienza economica nazionale. L’obiettivo non è l’autarchia. L’obiettivo è ridurre le dipendenze critiche senza rinunciare all’apertura dei mercati, recuperando margini di autonomia nei settori che incidono direttamente sulla sicurezza economica nazionale.

Rigenerazione manifatturiera significa individuare le dipendenze critiche che si sono create nel tempo e intervenire per ridurle. Significa ricostruire le filiere strategiche laddove la dipendenza esterna è divenuta eccessiva. Significa rafforzare il collegamento tra ricerca, innovazione e produzione. Significa creare un contesto normativo, fiscale ed energetico che consenta alle imprese italiane di competere ad armi pari con i loro concorrenti internazionali. Non è una sfida che riguarda soltanto le imprese. Riguarda l’intero sistema Paese. La storia economica insegna che le nazioni non perdono rilevanza quando smettono di consumare. La perdono quando smettono di produrre ciò che gli altri non sono in grado di produrre. L’Italia possiede ancora un patrimonio manifatturiero straordinario, costruito attraverso competenze, lavoro, innovazione e cultura industriale accumulati nel corso di generazioni. Ma nessun vantaggio competitivo è irreversibile. Se continuiamo a perdere il controllo delle filiere strategiche, se continuiamo a trasferire all’esterno competenze produttive essenziali, se continuiamo ad accettare dipendenze critiche in settori determinanti per il nostro sviluppo, rischiamo di assistere a una progressiva erosione di quel valore aggiunto che oggi rappresenta uno dei principali punti di forza dell’economia italiana.

La vera sfida non consiste semplicemente nel difendere la manifattura esistente. Consiste nel preservare la capacità dell’Italia di continuare a generare valore aggiunto, innovazione e competitività in un mondo caratterizzato da una competizione economica sempre più intensa e da equilibri geopolitici sempre più instabili. Perché nel XXI secolo la sovranità economica di una nazione non si misura soltanto dalla ricchezza che produce. Si misura dalla capacità di controllare le condizioni che rendono possibile quella ricchezza, di preservare il proprio patrimonio industriale e di trasmetterlo alle generazioni future senza dipendenze che ne compromettano la libertà di scelta.

 

 

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