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Ricostruire un’Europa di Stati indipendenti e sovrani (di Davide Mura)

 

L’Unione Europea è un “baraccone” che si regge in piedi sul dominio franco-tedesco e sulla finanza globalista. E’ un sistema illusorio attraverso il quale si è solleticata per decenni l’idea di un superstato europeo che potesse inserirsi tra gli USA, la Russia (ex URSS) e Cina. E’ finita con l’essere – appunto e invece – un dominio franco-tedesco, soprattutto tedesco, con un sistema economico coloniale (ordoliberista), che basa la propria architettura sulla feroce concorrenza mercantilistica, nella quale sono annichilite la domanda interna e il ruolo dello Stato nell’economia, e sono esaltate le esportazioni e il ruolo minimo dello Stato, a cui è fatto divieto inserirsi nelle dinamiche economiche per perseguire la piena occupazione e l’equità sociale. Un sistema profondamente iniquo, dominato dalle logiche del mercato, in cui i processi democratici-costituzionali e nazionali sono costantemente vilipesi in nome della supremazia delle regole europee, della stabilità della rendita finanziaria e della concorrenza darwiana interna ed esterna.

Un sistema che deve essere democraticamente obliterato, affinché venga restituito ai legittimi possessori della sovranità – gli Stati nazionali – il diritto di determinare e decidere le politiche economiche e sociali più idonee a tutelare gli interessi della nazione; politiche che non possono che variare in ragione delle peculiarità dello Stato in considerazione, tanto che appare del tutto evidente (anche al più disattento) che l’interesse nazionale dell’Italia non è né può essere quello della Germania, e che quello della Germania non è né può essere quello della Grecia o della Spagna, e nemmeno quello della Francia. Ritenere, al contrario, che gli interessi siano gli stessi (mantra europeista), significa solo riconoscere il vantaggio (e il dominio) del paese più forte. Che nel nostro caso è la Germania. Del resto – pensandoci bene – il principio di uguaglianza formale seppure garantisca l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, non assicura che tutti siano effettivamente uguali, lasciando ai rapporti di forza sottostanti la regolamentazione di quelli effettivi. Ciò accade in Europa, dove la Germania (e in parte anche la Francia), con riguardo al proprio interesse nazionale, detta le condizioni, mentre gli altri devono “obbedire”, per amore o per forza.

Si deve ripudiare questo sistema. Ma per farlo, è necessario non certo riformare qualcosa che è irriformabile – i trattati UE, l’euroburocrazia e il sistema iniquo che lo sostiene – quanto bandire l’intera architettura europea, la sua filosofia, la sua ideologia e la sua ipocrisia liberista; è necessario (altresì) considerare i trattati non conformi agli interessi nazionali (ammesso lo siano mai stati) e – almeno nel caso italiano – alla Costituzione, che – ricordo – ogni giorno grida dolorosamente la sistematica violazione dei suoi principi fondamentali: sovranità, uguaglianza sostanziale, lavoro e tutela del risparmio. E tutto in nome di un meccanismo, quello ordoliberista, che mette al primo posto la stabilità dei prezzi, la disoccupazione strutturale, la deflazione salariale e dunque la stabilità delle rendite finanziario-capitalistiche.

L’Europa, quella vera, invero, non può considerarsi un’area mercantilistica il cui scopo primario è vendere i propri prodotti ai mercati esteri, richiedendo il sommo sacrificio della dignità del lavoratore affinché quei prodotti siano altamente concorrenziali (e di riflesso siano grassi gli utili e stabili gli investimenti nel mercato interno). L’Europa, altresì, non può considerarsi un sistema che cerca di rinnegare le proprie battaglie sociali, in nome del dio-capitale. E certo non può essere un moloch ipocrita che, in nome di una pseudo-uguaglianza (l’uguaglianza nel mercato, ma non dal mercato), vuole cancellare le proprie radici culturali cristiane e la propria identità storica e intellettuale (confusa nella ricchezza delle identità nazionali), fino ad auto-annientarsi nelle colonizzazioni ideologiche imposte dal politicamente corretto, l’alter-ego del neoliberismo economico di cui è invero permeata.

E’ chiaro che questa non è l’Europa degli Stati costituzionali, affermatasi attraverso una evoluzione pluri-secolare e travagliata, nella quale si è formata la coscienza democratica che ci ha portato nel dopoguerra a un grado di civiltà costituzionale che oggi è via via degradato nel preteso processo di integrazione europeista, il cui scopo ultimo è invero riportare indietro le lancette dell’orologio: verso un sistema oligarchico, dominato dalle élite capitalistiche e illuminate. Un sistema nel quale da una parte abbiamo i ricchi, i potenti e i dominatori dell’economia e dall’altra abbiamo le masse, i poveri, i consumatori e i succubi di questa economia della savana. Un sistema dove i processi democratici, artatamente vuotati della loro efficacia sostanziale, servono solo a legittimare formalmente ciò che è stato già deciso nelle stanze del potere economico e finanziario. Un sistema, dunque, che i trattati europei tentano di realizzare – nemmeno tanto velatamente – attraverso le mille regole imposte allo Stato membro, onde assoggettare i processi democratici nazionali ai capricci del mercato e delle oligarchie eurocratiche.

Un’altra Europa è certamente possibile; anzi è auspicabile ed è persino improcrastinabile. E questa Europa non è quella sopra descritta, né quella dominata dai tedeschi o dai francesi. E certo non è quella nella quale si consegna a organismi privi di legittimazione democratica il potere sovrano di stampare moneta o di decidere la politica economica di una nazione, anche contro il suo interesse nazionale. E’ invece un’Europa di Stati liberi, indipendenti e sovrani, un’Europa dove dominano le Costituzioni nazionali, ognuna con le proprie peculiarità e i propri obiettivi. E’ un’Europa dove la solidarietà fra le nazioni si sviluppa sulla base di un rapporto di reciprocità e di obiettivi realmente comuni. Dove le politiche sociali ed economiche sono autodeterminate e decise non in virtù dell’interesse di una nazione che prevale sulle altre, ma in virtù dell’interesse della nazione che le definisce. Un’Europa dove non esiste la cosiddetta libertà di movimento dei capitali e delle persone, poiché tale libertà in realtà si traduce inevitabilmente nella schiavitù dei lavoratori e nella sistematica violazione della dignità umana.

Se tutto ciò è vero, il sovranismo non può né deve accettare l’idea che l’Unione Europea, per queste e altre ragioni, si possa cambiare da dentro. Non si cambia dall’interno una casa pericolante che potrebbe crollarci addosso. La si demolisce e basta per ricostruirne eventualmente una nuova, a regola d’arte. Pertanto, affinché un sano “europeismo” possa rinascere – europeismo che non può essere altro che la consapevolezza di appartenere a una civiltà europea con elementi culturali comuni e che però non sia in grado di intralciare le democrazie costituzionali, la sovranità e l’interesse nazionale – è necessario dissolvere la sua peggiore antitesi. Sicché la missione dei sovranisti deve essere quella di rimettere al centro dell’azione politica lo Stato nazione in un contesto di leale collaborazione europea, ciò richiedendo però la massima fedeltà e aderenza ai valori costituzionali della propria patria. In questa chiave, l’Europa del futuro non potrà che essere (e dovrà essere!) una comunità di democrazie costituzionali indipendenti e sovrane, ognuna con i propri obiettivi di benessere sociale ed economico, nella quale non esiste competizione mercantilistica, dumping salariale, deflazione o sovrastrutture tecnocratiche, ma solo la leale interazione nel reciproco interesse e nella reciproca indipendenza e sovranità. La condicio sine qua non per il progresso, la libertà, l’unità e la stabilità europea, è solo questa.


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