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RENZI NON PUO’ RIUSCIRCI

Gli italiani, comunisti inconsapevoli

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Ieri due distinti editorialisti del Corriere della Sera hanno enumerato le cose che il nuovo governo dovrebbe fare per salvare l’Italia. L’elenco è sconfortante non perché sbagliato, ma perché quasi nessuna di quelle cose sarà fatta. Non per mancanza di buona volontà del governo, semplicemente perché l’Italia non le vuole.

A differenza della Germania, l’Italia non ha subito il rinnovamento della Riforma Protestante. Inoltre, diversamente dalla Francia e dalla Spagna, per molto tempo non ha costituito uno Stato unitario e per conseguenza, in assenza di seri competitori, per secoli il Papa si è trovato ad essere la personalità più importante della penisola. Da un lato i governanti locali non beneficiavano della maestà di un’antica dinastia (si pensi alla Francia) dall’altro il clero insegnava dovunque gli stessi principi e costituiva una sorta di struttura parastatale: i preti tenevano i registri d’anagrafe e in ogni villaggio il curato era, accanto a quella civile, un’autorità di più o meno pari grado.

Gli italiani si sono dunque abituati a considerare regole politiche del vivere comune i principi morali insegnati dai parroci. E purtroppo, condizionati da secoli di prediche che nessuno prendeva sul serio, sono rimasti lontanissimi sia dalla severa morale luterana (l’ipocrisia da noi è la regola) sia dall’idea protestante che il denaro guadagnato possa essere un segno della benevolenza divina. Come suggerisce il Vangelo, da noi è rimasto valido il principio per cui è più facile che un cavo di marina entri nella cruna di un ago che un ricco in Paradiso.

La conseguenza di tutto ciò è stata un eccesso di severità morale nei confronti degli uomini pubblici (oggi più che mai, con la tentazione di buttarli tutti in galera) unita ad una rilassatezza dei costumi privati da far spavento. Rimanendo legati al dettato letterale del Vangelo, si stramaledice la ricchezza (se altrui), e si considera legittimo, e quasi moralmente dovuto, toglierla a chi l’ha per darla a chi non l’ha. Per molti anni questi istinti di rapina sono stati tenuti a freno dai parroci, in nome dei Comandamenti, ma l’equilibrio si è rotto con la Seconda Guerra Mondiale.

In questi quasi settant’anni i miscredenti sono divenuti sempre più numerosi ma non sono passati dal Cristianesimo alla laicità, hanno semplicemente cambiato Chiesa e sono divenuti marxisti. Anche quelli che non sapevano di esserlo. Anche molti di quelli che si dicevano anticomunisti. Per esempio i democristiani, rimasti campioni, oltre che di ipocrisia morale, di analfabetismo economico e di convinto pauperismo. Tutta l’Italia è andata in questa direzione. Il profitto dell’industriale, dell’artigiano, del professionista, non importa con quanta fatica ottenuto, è stato visto come eccessivo e non dovuto. Marx non diceva forse che a ciascuno andava dato non secondo i suoi meriti, ma secondo i suoi bisogni? E allora non c’è più stato limite alle tasse. In fondo, per certi futuri dannati, qualunque soldo rimanga dopo la tassazione è ancora troppo.

Da noi il comunismo non è una scelta politica consapevole, è una scelta sociale. Praticamente tutti sono statalisti, collettivisti e convinti che lo Stato debba regolare l’intera vita sociale. Da noi l’amore per l’Unione Sovietica è stato viscerale perché la si vedeva come una società in cui non c’erano ricchi e in cui tutti lavoravano, anche se erano tutti poveri. Noi auspichiamo sempre un totalitarismo etico-giuridico in cui la libertà dell’individuo quasi non ha valore.

Il Paese non può essere riformato in senso moderno perché il singolo con mentalità da singolo è un nemico pubblico. L’ideale è il gregge: un tempo quello del Buon Pastore, oggi quello guidato dallo Stato. E qualunque governo voglia innovare si scontrerà con questa mentalità. Quando è stanca di pagare troppe tasse, la gente non invoca tanto il loro taglio quanto la punizione degli evasori fiscali. Non chiede che lo Stato faccia meno cose, chiede che ne faccia di più e meglio: senza osservare come funziona, da sempre, la Pubblica Amministrazione. Malgrado ogni precedente esperienza, se una grande industria va male, si chiede che sia affidata allo Stato. Così sarà un peso in più per i contribuenti.

Il lamento nazionale sulle condizioni dell’Italia non conosce tregua e tuttavia nessuno è disposto a metterne in discussione le cause. E per questo, è ragionevole prevedere che né il governo Renzi né nessun altro governo riusciranno a cambiare seriamente le nostre istituzioni. Forse la legge elettorale sì, ma solo perché ai cittadini non ne viene in tasca un soldo in più o in meno. Più difficile sarà modificare una legge sul lavoro il cui articolo uno così suona: “L’imprenditore, essendo più ricco di me, ha torto”.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

22 febbraio 2014

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