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RENZI E IL 21 SETTEMBRE

 

Matteo Renzi è simpatico. È un bell’uomo, ha una faccia che ispira tenerezza, tra il fanciullesco e il birichino, si esprime come se fosse circondato soltanto da vecchi amici, e se non è fisicamente in maniche di camicia, lo è sempre intellettualmente. Manca totalmente d’affettazione e per questo ciò che dice suona vero. Se qualcuno gorgheggia: “Che delizioso profumino, ho già l’acquolina in bocca”, forse vuol fare un complimento alla padrona di casa. Ma chi esclama: “Accidenti, sembra buono, quello che cucinate: quando si mangia?”, è difficile che stia mentendo. O, quanto meno, è un po’ più difficile pensarlo.

Tutti abbiamo trovato simpatico l’ex sindaco di Firenze. Dapprima. Ma poi è venuto a galla il sempiterno problema delle dosi.

Prendiamo la recitazione. Un viso immobile, praticamente sempre con la stessa espressione come quello di Harrison Ford, non è la caratteristica di un grande attore. Sergio Leone addirittura disse del primo Clint Eastwood che aveva soltanto due espressioni: col cappello o senza. Ma ciò non significa che si dovesse poi apprezzare Franco Franchi, che di smorfie ai limiti del fisiologico ne faceva dieci al minuto e divertiva un pubblico di bocca buona, più sensibile alla farsa di Plauto che alla commedia di Molière.

Renzi sembra non avere mai saputo ciò che nel campo del buon gusto si chiama “misura”. Se persino ad un genio straordinario come Cajkovskij si è potuto rimproverare un eccesso di enfasi, figurarsi quanto debba stare attento chi un genio non è. Invece l’ex sindaco, pensando di dover incoraggiare un popolo sconsolato, lo ha riempito di promesse ossessivamente ripetute, anche quando erano del tutto inverosimili, anche quando erano già smentite dalla realtà, anche quando erano grandiose e contraddittorie. Volendo essere “alla mano”, come uno che non si è montata la testa perché lo chiamano “Primo Ministro”, si comporta come un presentatore di provincia,  come un animatore di feste di bambini che dà il cinque a tutti e sollecita continuamente l’applauso.

Renzi si è trasformato nell’eterna replica dello stesso spettacolo, secondo un modulo stanco e ripetitivo. Le sue promesse sono divenute il ritornello di una commedia alla cinquantesima replica. Il suo ottimismo una posa che non tiene conto della realtà, il suo sforzo di piacere il trasparente artificio di un ambizioso.

Così ha cessato di essere simpatico. Al vederlo apparire si può togliere l’audio, sicuri di non perdere niente. Non che il suo sforzo di migliorare l’Italia non sia lodevole, ma la distanza fra i libri dei sogni e la realtà si è fatta troppo grande. Prima ha promesso quattro riforme epocali in quattro mesi, poi, per le stesse riforme, ha chiesto mille giorni, come se prima avesse scherzato. Non si è reso conto che, con una simile disinvoltura, autorizza il prossimo a chiedersi: “Se ha potuto perdonarsi così facilmente di non aver mantenuto la parola per i quattro mesi, che difficoltà avrà a perdonarsi di non aver concluso nulla in mille giorni?”

Un altro piccolo esempio. La primavera scorsa, da Bruno Vespa, aveva promesso, entro il 21 settembre, festa di San Matteo, che avrebbe saldato i debiti della Pubblica Amministrazione. Totale, oltre 66 miliardi. Siamo al 21 settembre, di quei miliardi ne sono stati pagati 31-32 e ne rimangono ben trentacinque. E dire che il giovane fiorentino aveva detto: “Se perdo la scommessa, potete immaginare dove mi manderanno gli italiani”. Da nessuna parte, caro Renzi. Per arrabbiarsi sul serio sarebbe prima stato necessario prenderla sul serio.

Tutti gli utili che poteva produrre la simpatia, quest’uomo li ha già ottenuti e consumati. Ora il novello Münchhausen può fare a pezzi qualche drago immaginario o vincere da solo contro gli ologrammi di cento nemici: coloro che non sono sedotti né da Harrison Ford né da Franco Franchi lo guardano con indifferenza. Molta gente aspetta ormai soltanto di vedere i fatti. È pronta ad essergli grata di qualcosa e a perdonargli di non essere riuscito a realizzare tutto quanto ha promesso. Ma per far questo, per l’appunto, non bisogna ascoltarlo: perché la sua tracotanza potrebbe indurre alla spietatezza.

L’overdose delle sua apparizioni, dei suoi proclami, della sua invadenza ha provocato in alcuni una crisi di rigetto. In altri non ancora – non tutti hanno la stessa finezza d’udito – ma è comunque questione di tempo. C’è soltanto da sperare che, quando il fastidio sarà generale, si abbia ancora la lucidità di non occuparsi della persona di Renzi, ma di quello che riuscirà a fare. Del resto, la pizzeria si giudica dalla pizza, non dal cameriere che ce la porta.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

21 settembre 2014

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