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Referendum: Una rondine non fa primavera

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Le scene di giubilo viste in una sala delle Procura di Napoli, dopo l’esito del referendum sulla giustizia, con canti e balli sulle mote di Bella ciao e di chi non salta Meloni è ( con pugno chiuso alzato in bella vista) non devono solo indignare tutti coloro che hanno votato si, ma devono far riflettere soprattutto tutti quelli che hanno votato no. Uno dei principali obiettivi di questa riforma era proprio di spezzare quel legame perverso che lega una parte della magistratura alla politica. Il sorteggio dei due Csm, la separazione delle carriere avevano come scopo proprio quello di ridurre il peso che le correnti nella magistratura hanno ormai assunto. Che i magistrati abbiano come tutti idee politiche è un loro sacrosanto diritto sancito dalla Costituzione ( allo stesso modo come il fatto che dovrebbero pagare, come tutti i cittadini, per gli errori commessi, altro importante obiettivo della riforma appena bocciata), ma che lo esprimano in maniera cosi chiara e clamorosa, beffeggiando persino la presidente del Consiglio, imbarazza e per certi versi indigna lo stesso ruolo di imparzialità che ogni giudice dovrebbe avere.

Ecco allora che fanno un pò sorridere le dichiarazioni di rischi di deriva illiberale del governo, nel chiaro intento di mettere la magistratura sotto il suo controllo. Assistendo a queste scene e alle minacce nemmeno troppo velate che si ascoltano verso i magistrati che si sono invece schierati per il si, non si può non riconoscere che molti dei mali della giustizia nascono forse anche da qui. Allo stesso tempo i trionfalismi della sinistra verso una vittoria, che non gli appartiene, ma che è del tutto ascrivere a quello che ormai molti cominciano a definire il partito dei giudici. Sono loro che adesso quasi sicuramente cercheranno di entrare sempre più nel dibattito all’interno di un campo largo, dove sembra ancora regnare una grande confusione, a cominciare proprio da chi debba essere a guidare la coalizione.

E’ assai probabile che come ha paventato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, una delle menti più lucide del partito della premier, “Il risultato di questo referendum – sottolinea l’esponente di FdI – è quello di legittimare una azione della magistratura su una serie di temi che per gli italiani oggi sono dirimenti: noi vediamo che l’azione del governo spesso viene rallentata sul fronte di immigrazione e sicurezza da decisioni che la magistratura non condivide e che potrebbero essere rafforzate in futuro, questa è una delle principali preoccupazioni”.

Inutile girarci intorno il pericolo esiste eccome, e le scene viste a Napoli non sono certo di buon auspicio, ma il governo non ha nessuna intenzione di cadere nelle provocazioni e nelle intimidazioni, e l’intenzione come dice sempre Fazzolari è quella di proseguire nel mandato che gli italiani, a larga maggioranza, hanno affidato al centro destra nel 2022: “La campagna contro il referendum è stata molto radicalizzata dalle opposizioni, non è stata fatta nel merito della riforma, è stata una campagna fatta contro le forze di maggioranza, contro il governo con dei toni molto forti, lo stiamo vedendo anche con le prime dichiarazioni post voto: radicalizzando la contrapposizione, l’opposizione compatta le file della maggioranza”.

Il risultato del referendum può avere, se interpretato nella giusta maniera, come sembra stia facendo la premier in questi momenti, effetti benefici, sia per rafforzare e compattare il centro destra, magari come avrebbe detto la stessa Meloni, “stringendo qualche bullone” e sia per riprendere con maggiore convinzione l’azione di governo. Ma  allo stesso tempo, se interpretato in maniera diametralmente opposto dal centro sinistra, come sembra stia avvenendo in queste ore, può avere effetti devastanti su un centro sinistra, che ancora rimane un cantiere da completare. L’eccessiva euforia che sembra stia assalendo il centro sinistra, se non calibrato positivamente, rischia di creare false aspettative e rinfocolare contrasti mai sopiti.

La vittoria dei no è stata netta e senza discussioni, ma occorre avere la mente lucida per interpretare il voto dei cittadini e capire che alle politiche sarà davvero tutta un’altra questione, La storia italiana insegna che dalla gioiosa macchina da guerra di Occhetto nel 2013, passando per la ditta di Bersani nel 2013,  ha dimostrato che la sinistra quando si sente sicuro di vincere, poi spesso va incontro a sonore batoste. Il referendum costituzionale è una questione in cui entrano troppe variabili per poter essere considerato un valido test elettorale politico. E’ assai piu facile, infatti, compattarsi contro qualcuno o qualcosa, assai più complesso mobilitare le stesse folle verso una proposta politica che allo stato attuale manca quasi del tutto da parte di un centro sinistra ancora troppo diviso.

Non è un caso se le prime parole che Giuseppe Conte ha detto, dopo l’esito del voto, sono state una invocazione delle primarie per scegliere il leader. parole che non sono certamente piaciute al Nazareno, che ha abbozzato ( “ne discuteremo” le parole di Igor Taruffi uno dei fedelissimi della segretaria) sia per nei tempi che nella forma. Insomma la vittoria del referendum potrebbe essere un boomerang per il centro sinistra, perchè potrebbe accrescere le aspirazioni dei tanti che aspirano a sfidare la Meloni nel 2027. Ed è proprio su questa contraddizioni di fondo che regna nel campo avverso, che il centrodestra dovrebbe lavorare per serrare le file e continuare nel suo programma di governo, derubricando il referendum per quello che è un normale incidente di percorso. Come si dice in gergo una rondine non fa primavera, come diceva Aristotele. Perchè parafrasando il grande Totò, spesso in politica ” la somma non fa il totale”.

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