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Reddito di Cittadinanza: da riformare, da completare, ma non cancelliamo le garanzie universali

 

Renzi ha annunciato che, dopo le elezioni presidenziali del febbraio 2022, proporrà un referendum per l’abolizione del reddito di cittadinanza. Renzi è l’impersonificazione della furbizia perché lancia un tema forte, ma mettendolo in un futuro nel quale lui potrà benissimo essersene dimenticato.

Eppure il “Reddito di Cittadinanza”; bandiera del governo Conte 1  e dei Cinque Stelle meriterebbe una riforma, un completamento, un inserimento in una politica economica e occupazionale più ampia, ma non una cancellazione. La prima riforma potrebbe essere nel nome, dato che il “Reddito di Cittadinanza, non è un reddito di cittadinanza, o universale, dato a tutti indipendentemente dalla situazione lavorativa o reddituale, ma è un sussidio di disoccupazione allargato concesso solo a chi ha redditi bassi e non ha risparmi. Quindi una prim riforma dovrebbe essere cambiargli il nome anche per iniziare ad abituarci a chiamare le cose per quello che sono. La verità è un esercizio quanto mai prezioso nell’Italia di oggi. In secondo luogo consideriamo che , se cancellassimo il RdC torneremmo a forme d’indennizzo, comunque costose, come la NASPI che NON coprivano determinate categorie sociali particolarmente colpite, ad esempio, dalla crisi covid-19, come i lavoratori autonomi o i dipendenti delle piccole imprese sotto i 15 dipendenti. Rischiamo di tornare a dividere i disoccupati fra fortunati, tutelati, e disperati. Non sembra proprio un passo avanti.

Cosa viene contestata alla forma attuale del RdC?

a) il fatto che costi molto, ma non riporti all’occupazione, con mancanza di politiche del lavoro attive;

b) una distribuzione geografica quantomeno particolare;

c) il fatto che, come si è letto, con il RdC “Non si trovano più  quelli che fanno i lavori stagionali a 600 – 700 euro al mese”.

Iniziamo dal punto a) cercando di fornire alcune informazioni circa il costo del RdC, il suo impiego e come potrebbe essere migliorato. Iniziamo dal costo e compariamo con quello del sistema di protezione sociale tedesco Harz IV.

Allo stato italiano costa 9 miliardi. Harz IV è costa alla Germania 12,6 miliardi nel 2018, e ci confrontiamo con un paese che ha fame di lavoro e dove Harz IV va quindi a coprire veramente situazioni temporanee. Noi dobbiamo anche affrontare situazione di disoccupazione di lungo termine in certe aree del paese che pongono un problema veramente epocale. Dove ha fallito il RdC è proprio nella ricollocazione al lavoro: non sono partiti i corsi di riqualificazione, non è stata fatta una politica sana di ricollocazione della forza lavoro dove necessario, i comuni non sono stati in  grado di creare politiche per lavori socialmente utili, che pure sarebbero necessari, dalla manutenzione basica delle città alla sorveglianza. E allora diamo qualche suggerimento:

  • bisogna fare corsi obbligatori di ricollocazione al lavoro, senza aver paura di destinarli anche a lavoratori “Maturi”.  Bisogna recuperare i lavoratori cinquantenni che, magari, si sono impegnati per 30 anni in un duro lavoro per essere poi tagliati fuori dalla crisi o dall’evoluzione dei propri settori. Anche perché con il calo demografico in corso questi lavoratori sono necessari in attesa che qualcuno si renda conto che la vera, grande, distruttiva crisi, quella che ci cancellerà dalla storia, è proprio quella demografica;
  • chi percepisce il RdC o “L’Indennità universale di disoccupazione”, nome più adatto, se non segue corsi, deve essere a disposizione dei comuni per  attività di manutenzione, sorveglianza o generali per  almeno 20 ore settimanali. Questo sia per tirare fuori di casa molti che, ormai, hanno perso la speranza, “Rieducarli” a fare qualcosa e quindi, anche ottenere quei servizi minimi di manutenzioni che tante città e campagne necessitano e che non vengono più fatti. Pensiamo ad esempio ai lavori di prevenzione del dissesto idro geologico delle aree rurali, o la semplice pulizia dei marciapiedi;
  •  se un comune non è in grado di organizzare attività e corsi adeguati  i percettori dovranno spostarsi in quei comuni che lo fanno oppure , per i piccoli comuni, ci sarà la possibilità di organizzare questi servizi in consorzio. Ovviamente dovrebbe essere obbligatorio prendere parte a queste attività;

b) Appare assolutamente vero che la distribuzione del RdC nel Paese è disuguale ed eccentrica, sia come valore, sia come numero di percepenti. Possiamo vedere questo squilibrio nelle seguenti imagini:

Qui qualcosa non va: due regioni hanno un numero ed un valore medio dei RdC distribuiti notevolmente superiori alle altre. Questo è un elemento da indagare seriamente, perché il dubbio che qualche “Buco” nel sistema di assegnazione e controllo ci può sorgere, così come qualche dubbio di clientelismo. Il modo migliore per cancellarli sarebbe l’obbligo di prestare servizio nelle famose attività che dovrebbero essere organizzate dai comuni, ma se questi sono talmente inefficienti, o conniventi, da non organizzarle? A questo punto il servizio dovrebbe essere reso ad un ente statale: parchi nazionali, capitaneria di porto, demanio dello stato etc. Quindi i comuni inadempienti dovrebbero essere sanzionati o perfino sciolti.

Però andiamo avanti:  una volta queste regioni erno anche le destinatarie degli investimenti delle famigerate “Partecipazioni statali”: pensiamo ad esempio all’Alfasud di Pomigliano, o alle acciaierie di Bagnoli. Ora non si fa più politica industriale ed il risultato è il reddito di cittadinanza. Quando Prodi prese certe decisioni, valutò le conseguenze?

c) Non ci sono camerieri stagionali, bagnini, etc. Riprendiamo un grafico pubblicato sopra:

La domanda di stagionali e la dimensione del RdC pagato coincide in Sicilia, ma non nelle altre regioni. In Emilia Romagna, ad esempio, si pagano pochissimi redditi di cittadinanza, ma c’è una forte richiesta di stagionali. Non è che si sta affrontando un falso problema? Non è che invece il problema è una dinamica salariale che ha penalizzato i redditi più poveri? Perché negli anni 80 un operaio prendeva un milione di lire, cioè poco più di 500 euro attuali, ma si tratta di 35-40 anni fa. Siamo sicuri che gli stipendi offerti siano a oggi adeguati? E se non lo sono perché accade questo? Solo perché i datori di lavoro sono dei suicidi che gettano al vento una risorsa scarsa come il lavoro, o perché c’è un modello economico che non funziona?

in quanto all’etica del lavoro, io l’ho imparata stando in azienda da quando ancora facevo le medie, aiutando la mia famiglia allargata. L’etica si insegna con l’esempio, che non c’è più. Quanti figli seguono i genitori nella propria attività? Se l’etica del lavoro è solo il guadagnare denaro stiamo prendendo un declivio molto pericoloso. L’etica del lavoro non è solo spinta dall’avidità e dal denaro, anzi è anche la capacità di fare qualcosa di cui essere orgogliosi, spesso, non solo per i soldi. Se no meglio addestrare una generazione di speculatori di borsa, come, effettivamente, sta già accadendo.

 

 


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