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Quali politiche energetiche per l’Italia?


di Davide Gionco

In Italia è almeno qualche decennio che la politica non si occupa seriamente di politiche energetiche, se non per aumentare in ogni modo possibile la tassazione sul consumo di energia per “fare cassa”, per perseguire l’assurdo obiettivo politico della “riduzione del debito pubblico”.

Le questioni strategiche per l’Italia riguardo all’energia sono le seguenti:

  • La necessità di ridurre l’impatto ambientale ovvero le emissioni di CO2 (effetto serra globale), ma anche le emissioni di sostanza nocive per l’organismo umano che inquinano le nostre città: ossido di carbonio, ossidi di azoto, ossidi di zolfo, particolato fine
  • La riduzione della dipendenza per l’Italia di approvvigionamenti energetici dall’estero. Tale questione è rilevante sia per quanto riguarda la nostra bilancia estera dei pagamenti, sia per quanto riguarda la dipendenza del nostro sviluppo economico da fornitori esteri non sempre affidabili.

La situazione attuale

Per quanto riguarda le emissioni di CO2 effettivamente l’Italia ha registrato una riduzione delle emissioni negli ultimi anni, tuttavia, come si vede dai grafici che seguono, la riduzione è stata causata principalmente dal calo del prodotto interno lordo in Italia (causa crisi economica).

Gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, infatti, richiedono importanti investimenti iniziali, ma poi comportano dei costi di esercizio relativamente bassi, essendo l’energia prodotta dal sole, dal vento o dalla geotermia.
Viceversa gli impianti di produzione di energia da combustibile fossile richiedono investimenti iniziali bassi, ma poi comportano dei costi di esercizio più elevati, essendo legati al consumo di combustibili derivati dal petrolio o di gas metano, che dobbiamo acquistare a caro prezzo, principalmente dall’estero.
Durante la crisi economica vi è stato un calo della domanda complessiva di energia, per cui si è preferito utilizzare gli impianti da fonti rinnovabili, con investimenti già fatti e bassi costi di esercizio, piuttosto che utilizzare gli impianti a combustione fossile ad alto costo di esercizio.

Qui a seguire alcuni dati interessanti.

Figura 1 – Il drastico calo di domanda di energia nel settore industriale

Figura 2 – L’andamento dei consumi energetici nei vari settori dell’economia

Come si può notare dal questo grafico, l’intensità di emissioni di COin rapporto al prodotto interno lordo è passata da 0,243 tonnellate di
CO2 per migliaio di dollari/anno di PIL del 1990 a 0,171 del 2016, con una riduzione del 30%.

Questo è dipeso certamente anche dagli investimenti dell’Italia nella produzione di energia da fonti rinnovabili, ma, sulla base di quanto si desume dai grafici precedenti, anche dal calo del prodotto interno lordo causato dalla crisi economica, che ha portato a ridurre l’utilizzo degli impianti di produzione ad energia fossile, favorendo l’utilizzo degli impianti ad energia rinnovabile.

Figura 3 – Riepilogo storico della produzione di energia in Italia

Figura 4 – La composizione del mix di produzione energetica in Italia nel 2017

Questi dati dimostrano che, quando –finalmente- avremo una ripresa economica nel paese, la crescente domanda di energia non potrà essere soddisfatta con la stessa percentuale di oggi dagli attuali impianti ad energia rinnovabile, ma verrà soddisfatta da un maggiore utilizzo degli impianti ad energia fossile oppure da un aumento di importazioni di energia dall’estero, di origine nucleare (francese) o da carbon-fossile (Germania, Polonia).

La combinazione di investimenti sulle energie rinnovabili combinata alla riduzione della domanda complessiva di energia ha anche portato ad una riduzione della dipendenza dell’Italia da approvvigionamenti esteri di energia (linea tratteggiata), che pur passando dall’85% del 1990 all’attuale 75% circa, resta ancora a livelli molto elevati, che rendono l’Italia un paese molto esposto alla variazione delle condizioni di fornitura di energia dall’estero.

Figura 5 – Dipendenza energetica italiana dall’estero

Quali politiche energetiche?

Negli ultimi 10-15 anni l’Italia ha timidamente puntato sul risparmio energetico. Gli eco-bonus hanno consentito la realizzazione dal 2007 al 2016 (dati ENEA) di 32 miliardi di interventi di riqualificazione energetica. Davvero poca cosa, pari a circa lo 0,2% sul PIL di investimenti annui.
E pensare che applicando semplicemente delle tecnologie semplici ed affermate, come l’isolamento termico degli edifici, la sostituzione dei serramenti, l’utilizzo di apparecchiature adeguate di termoregolazione, nel settore degli edifici sarebbe realistico pensare di ridurre del 40-50% il consumo energetico, rispetto ad oggi, nei prossimi 20-25 anni.

Molto ancora può essere fatto sull’efficienza energetica dei processi produttivi e dei grandi consumatori di energia.
Ma si dovrebbe investire almeno 10 volte di più (al 2% del PIL), aumentando gli sgravi fiscali fino al 100% dell’importo dei lavori e concedendo contributi per incentivare gli interventi anche in settori fino ad ora non coinvolti nei lavori di miglioramento energetico.

Nel settore dei trasporti le privatizzazioni e la riduzione dei servizi di trasporto pubblico certamente non hanno aiutato a ridurre i consumi energetici per il trasporto. Immaginiamo quali sarebbero gli effetti se si mettesse in atto, nelle nostre città, un vasto piano di realizzazione di piste ciclabili, che ridurrebbe i problemi di traffico, di inquinamento ed il consumo energetico nei trasporti.

Per una nazione che non dispone di proprie fonti energetiche primarie, la riduzione del fabbisogno energetico, ottenuto grazie alle competenze professionali di ingegneri ed imprese, è una questione fondamentale, sia per la riduzione delle emissioni inquinanti, sia per ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero.

Per quanto riguarda lo sviluppo delle fonti rinnovabili, qualcosa si è fatto negli ultimi anni, ma siamo ancora molto distanti dall’affrancarci dalle fonti energetiche fossili (gas e petrolio).
Si sono dati incentivi per la realizzazione di molti piccoli impianto fotovoltaici privati, così come di centrali eoliche.
Tuttavia molto meno si è fatto per adeguare anche la rete di distribuzione dell’energia elettrica.
Per comprendere il discorso, semplificando, se prima avevamo poche grosse centrali di produzione, con una rete costituita da “grossi cavi” in uscita dalle centrali e “piccoli cavi” per alimentare gli utilizzatori finali, oggi abbiamo una produzione molto più diffusa, periferica. Il problema è che i cavi periferici non sono stati adeguati (la privatizzazione della rete elettrica non ha aiutato in tal senso), per cui la maggiore energia prodotta in periferia si disperde un buona parte nella rete per “effetto joule”. Un adeguamento della rete consentirebbe, quindi di utilizzare una quota maggiore dell’energia rinnovabile prodotta.

Un’altra questione importante che in Italia è stata poco sviluppata è la diffusione delle “smart grid”. Le energie rinnovabili hanno la caratteristica di essere molto discontinue e non controllabili, per cui vi sono momenti con picchi di produzione di energia che superano il fabbisogno di consumo ed altri momenti (ad esempio la notte) in cui la produzione di energia rinnovabile è inferiore al fabbisogno.
Essendo difficile accumulare l’energia elettrica, la soluzione migliore è cercare di concentrare la domanda di energia, in modo intelligente, nei momenti di massima disponibilità.
Questo può essere fatto tramite una gestione coordinata e computerizzata dei vari sistemi di produzione di energia e degli utilizzatori, ove possibile, tramite diffusione della domotica. In Germania sono molto avanti in tal senso, in Italia siamo a poco più che a livelli di conferenza.
Lo sviluppo di smart-grid efficienti è una questione centrale per un paese che intenda ridurre la propria dipendenza da combustibili fossili di importazione.

E infine la questione strategica del futuro dell’energia: lo stoccaggio.
Caratteristica delle energie rinnovabili è di essere discontinue con dei cicli giorno/notte, ma anche con dei cicli annuali estate/inverno.
La sfida della totale copertura dei fabbisogni energetici tramite fonti rinnovabili potrà essere vinta solo da chi saprà sviluppare tecnologie per immagazzinare gli eccessi di energia prodotti in estate (con tanto sole), per poi utilizzarli nell’inverno successivo.

In questo caso stiamo parlando di tecnologie ancora da sviluppare. Stiamo parlando di ricerca scientifica in tale direzione.
Stendiamo un velo pietoso sui miopi tagli in Italia alla ricerca scientifica, in nome delle politiche di austerità, e sulla partenza verso l’estero di troppi ricercatori di qualità.

Auguriamoci che, non appena saranno finite le attuali assurde politiche di austerità, chi ci governerà abbia la lungimiranza di investire adeguatamente nel risparmio energetico e nello sviluppo delle tecnologie delle fonti rinnovabili. Anche perché si tratta di investimenti che certamente di ripagano nel tempo, che ci rendono meno dipendenti dalle forniture estere, e rischiose, di energia e che riducono l’impatto delle nostre attività sul pianeta.


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