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Produttività italiana: il gap che salari e capitale non spiegano fino in fondo

Il dibattito sulla produttività del lavoro in Italia si ripete quasi identico da vent’anni. C’è un numero che non torna, si cercano le cause nei salari, negli investimenti, nella dimensione delle imprese, si arriva a una conclusione parziale e si rimanda l’analisi al report successivo. Nel frattempo un pezzo di spiegazione resta fuori dai radar: le condizioni fisiche in cui quelle ore di lavoro vengono effettivamente spese.
I numeri che non tornano
Secondo l’Ocse, nel 2023 l’Italia produce circa 68,6 dollari Usa a parità di potere d’acquisto per ora lavorata, contro una media Ue-Ocse tra i 75 e i 76 dollari. Una sintesi su 25 paesi Ue per il 2022 colloca l’Italia all’undicesimo posto, con 74,5 dollari contro una media di 75,6: non un disastro, ma sistematicamente sotto Germania e Francia.
Il problema è che l’Italia non lavora meno delle altre. Nel 2023 un lavoratore italiano ha totalizzato in media circa 1.734 ore, contro una media mondiale di 1.641. Nel 2021, secondo dati Ocse ripresi da Visual Capitalist, le ore italiane erano 1.669 contro le 1.349 della Germania e le 1.490 della Francia. Più ore, meno valore per ora: è l’opposto di quanto suggerirebbe la teoria economica classica.
La Bce, in una nota del 2024, osserva che nel post pandemia l’Italia è l’unico tra i grandi paesi dell’area euro con una crescita così marcata delle ore lavorate, mentre la produttività per persona resta debole e quella oraria cresce appena.
Non è un problema recente. La serie Istat sulla produttività del lavoro 1995-2024 mostra una crescita media annua dello 0,3%, identica nel decennio 2014-2024: una stagnazione ventennale. Negli ultimi due anni la situazione è peggiorata, -2,7% nel 2023 e -1,9% nel 2024, perché le ore lavorate sono cresciute (+3,4% e +2,3%) molto più del valore aggiunto (+0,8% e +0,4%).
Le spiegazioni che conosciamo già
Le spiegazioni istituzionali non sono sbagliate. Sono incomplete.
Bankitalia, in un’analisi strutturale sul periodo 2000-2022, attribuisce la debole crescita del Pil italiano a una dinamica di produttività oraria fiacca rispetto ai partner dell’area euro, causata da una crescita della produttività più bassa un po’ in tutti i settori e da un recupero degli investimenti troppo debole dopo la crisi finanziaria e quella del debito sovrano. Un lavoro più recente della stessa Banca d’Italia lega la stagnazione 2022-23 anche all’aumento dei prezzi di beni intermedi e capitale rispetto al lavoro, che ha spinto le imprese verso processi più intensivi di manodopera, rallentando l’adeguamento del capitale.
Confindustria mette il dito su un altro nervo: tra il 2000 e il 2020 i salari reali orari nel manifatturiero italiano sono cresciuti del 24,3%, in linea con la produttività (+22,6%), ma molto meno dei guadagni di produttività tedeschi, intorno al 40,2%. Il risultato è una perdita di competitività di costo e un’erosione della quota profitti rispetto alla media dell’Eurozona, con meno investimenti innovativi: un circolo vizioso che Confindustria descrive esplicitamente in questi termini.
Salari, capitale, dimensione d’impresa sono tutti fattori reali. Ma restano fattori macro, misurati su intere industrie e interi decenni. Nessuno di questi report guarda dentro l’edificio.
La variabile che i report non misurano
Esiste una letteratura scientifica, in gran parte estranea al dibattito economico italiano, che misura da anni l’effetto delle condizioni fisiche di lavoro sulla performance dei lavoratori. E i numeri, quando esistono, non sono marginali.
Uno studio della Cornell University ha esposto un gruppo di impiegate d’ufficio a tre ore di rumore a bassa intensità, il classico rumore di fondo di un open space. Rispetto al gruppo in ambiente silenzioso, chi era esposto al rumore mostrava livelli più alti di stress fisiologico, faceva circa il 40% di tentativi in meno su un compito impegnativo (un indicatore diretto di motivazione) e riduceva della metà gli aggiustamenti ergonomici della propria postazione, un comportamento che nel tempo aumenta il rischio di disturbi muscoloscheletrici.
I disturbi muscoloscheletrici da postazione non ergonomica pesano più di quanto la maggior parte delle aziende registri. Uno studio pubblicato su Jama ha stimato che le condizioni dolorose comuni, mal di schiena in testa, causano in media 4,6 ore di tempo produttivo perso a settimana per lavoratore, e che l’80% di questa perdita arriva da presenteismo, cioè da persone presenti ma che lavorano a capacità ridotta, non da assenze. In Italia, dopo l’inserimento dei disturbi muscoloscheletrici tra le malattie professionali riconosciute dall’Inail nel 2008, la loro quota sul totale delle malattie denunciate è passata dal 20% del 2003 al 40% del 2007.
Anche la luce naturale pesa più di quanto si pensi. Il Well Living Lab, legato alla Mayo Clinic, ha misurato memoria di lavoro e capacità di concentrazione in uffici con e senza accesso a finestre: con luce naturale e vista sull’esterno migliorano entrambe, insieme ad affaticamento visivo e soddisfazione. Due studi condotti nel distretto elettrico di Sacramento (Smud) e ripresi dalla ricercatrice Heschong mostrano un miglioramento del 13% nei test di memoria con più luce diurna, e operatori di call center con vista sull’esterno che gestiscono le chiamate il 6-12% più velocemente. Un esperimento su 60 impiegati ha rilevato compiti completati il 14% più rapidamente, il 23% di errori in meno e una soddisfazione lavorativa superiore del 19% negli uffici con luce naturale.
Il dato più estremo riguarda la qualità dell’aria. Gli studi Cogfx di Harvard T.H. Chan School of Public Health, con la Suny Upstate, hanno confrontato ambienti di ufficio simulati con ventilazione standard e ventilazione potenziata: i punteggi ai test cognitivi erano superiori del 101% nella seconda condizione. Nello studio successivo su edifici reali, chi lavorava in edifici certificati “green” otteneva punteggi cognitivi superiori del 26%, il 30% in meno di sintomi da sick building e un sonno migliore del 6%. Un’analisi economica collegata a questi dati stima che raddoppiare la ventilazione di un ufficio tipo costa tra 14 e 40 dollari a persona l’anno, ma può generare fino a 6.500 dollari di produttività equivalente per persona l’anno: un ritorno circa 150 volte superiore al costo.
Anche i dati italiani lo confermano
Il rischio, leggendo solo studi americani, è liquidare tutto come un fenomeno lontano dal contesto italiano. Non è così.
L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ha rilevato che lo smart working è rimasto stabile in almeno l’89% delle grandi imprese anche dopo la fine dell’emergenza pandemica, e che oltre un terzo dei lavoratori percepisce un miglioramento sia dell’equilibrio vita-lavoro sia della produttività nei modelli ibridi ben progettati. Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio, stima che un lavoro agile ben strutturato, accompagnato da un ripensamento degli spazi, possa valere fino al 15% di produttività in più per lavoratore e il 20% in meno di assenteismo.
Un caso concreto è quello di Sace, monitorato dallo stesso Osservatorio: l’introduzione di settimana corta volontaria, lavoro per attività e maggiore flessibilità ha prodotto in un anno un aumento della produttività del 26% rispetto ai target di piano, insieme a un utile lordo record e a un miglioramento del benessere percepito dal 65% dei dipendenti.
Un fattore che si può governare
Salari, capitale e dimensione d’impresa contano, i dati di Bankitalia e Confindustria lo confermano. Ma sono leve lente: richiedono riforme, cicli di investimento e tempi che non dipendono dalla singola azienda.
Le condizioni fisiche in cui un team lavora ogni giorno, rumore, luce, qualità dell’aria, ergonomia delle postazioni, restano invece difficili da orchestrare con una policy nazionale, ma sono anche le uniche, tra i fattori citati qui, su cui un’azienda può intervenire subito, senza aspettare una riforma del lavoro o un ciclo decennale di investimenti pubblici. Un percorso di progettazione degli spazi di lavoro costruito sui flussi reali dei team, non sul numero di scrivanie da sistemare in pianta, non risolve da solo il problema macro della produttività italiana. Ma è la parte che dipende da chi quell’ufficio lo occupa ogni giorno, non dal legislatore.
Difficile misurarlo con la stessa precisione con cui si misura il Pil. Ma altrettanto difficile continuare a ignorarlo in un paese che da vent’anni cerca la stessa risposta nei posti sbagliati.







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