Energia
Prezzi dei carburanti: perché salgono come razzi e scendono come piume
Il fenomeno “rockets and feathers” spiegato: ecco perché quando il petrolio scende la benzina resta cara, tra accise italiane, speculazioni finanziarie e logiche di mercato.

La dinamica dei prezzi dei carburanti al dettaglio presenta una regolarità empirica ben documentata: gli aumenti del greggio si trasmettono rapidamente alla pompa, mentre i ribassi si riflettono con maggiore lentezza e intensità ridotta. La letteratura economica definisce questo comportamento rockets and feathers (razzi in salita e piume in discesa) e lo inquadra nel più ampio tema del pass-through asimmetrico, ossia della trasmissione non lineare delle variazioni dei costi ai prezzi finali.
Un’analisi rigorosa richiede innanzitutto di distinguere la struttura della filiera petrolifera – upstream (estrazione), midstream (trasporto e stoccaggio), downstream (raffinazione, distribuzione e vendita al dettaglio) – e di chiarire che il prezzo alla pompa non è funzione esclusiva del greggio. Esso riflette il prezzo dei prodotti raffinati, il crack spread (margine di raffinazione), la struttura fiscale e il rischio cambio, oltre alle dinamiche concorrenziali locali.
Il punto teorico di partenza è il principio del costo di sostituzione. In mercati concorrenziali con aspettative razionali, le imprese prezzano al costo marginale atteso, non al costo storico. Se il greggio aumenta oggi, anche le scorte acquistate a prezzi inferiori assumono immediatamente un valore opportunità più elevato, poiché il loro rimpiazzo avverrà a un costo maggiore. L’adeguamento del prezzo finale è dunque coerente con la massimizzazione del profitto intertemporale. Simmetricamente, una riduzione del greggio dovrebbe ridurre il costo di sostituzione e riflettersi con pari rapidità nei listini.
L’evidenza empirica mostra però che la simmetria teorica raramente si realizza. I modelli econometrici stimati su dati panel per diversi mercati evidenziano coefficienti di aggiustamento più elevati in fase di aumento rispetto alla fase di diminuzione. Le spiegazioni proposte si collocano su tre livelli.
Il primo riguarda le frizioni finanziarie. Le compagnie utilizzano strumenti di copertura – forward e future – per stabilizzare i margini. In fase rialzista, le coperture pregresse possono generare utili mark-to-market che rendono sostenibile un immediato trasferimento del rincaro. In fase ribassista, coperture stipulate a prezzi più elevati producono perdite contabili che inducono una maggiore gradualità nell’aggiustamento. La gestione del rischio introduce dunque un elemento di viscosità asimmetrica.
Il secondo livello concerne la struttura industriale. In mercati con integrazione verticale e concorrenza locale imperfetta, l’incentivo a trasferire rapidamente gli aumenti è forte, poiché la compressione dei margini comporta costi immediati. Al contrario, in fase discendente, la riduzione del prezzo può non generare significativi guadagni di quota in presenza di domanda anelastica nel breve periodo. L’equilibrio oligopolistico può quindi produrre una risposta più lenta ai ribassi, senza necessariamente configurare un comportamento collusivo esplicito.
Il terzo livello attiene alle componenti non direttamente legate al greggio. Il prezzo dei carburanti riflette le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati e il crack spread, che può ampliarsi anche in presenza di un calo del barile, attenuando il pass-through. Inoltre, il petrolio è quotato in dollari, mentre il consumatore europeo paga in euro. Il rischio cambio introduce una variabile autonoma: un deprezzamento dell’euro può neutralizzare parte di un ribasso del greggio, mentre un apprezzamento può mitigare un rialzo.
Nel caso italiano, la struttura fiscale amplifica l’asimmetria percepita. Accise fisse per litro e IVA applicata anche sulle accise fanno sì che oltre metà del prezzo finale sia indipendente dalle oscillazioni della componente industriale. Anche ribassi significativi del greggio si traducono quindi in riduzioni percentualmente contenute.
Nel complesso, l’asimmetria osservata non contraddice il principio del costo di sostituzione, ma ne evidenzia i limiti in presenza di frizioni finanziarie, potere di mercato, rigidità fiscali e variabili valutarie. La questione cruciale, sul piano empirico, non è stabilire se l’asimmetria esista – l’evidenza suggerisce che esiste – bensì misurarne l’entità e attribuirne correttamente le cause lungo la filiera, dall’upstream al downstream. Solo un’analisi disaggregata dei margini e della redditività può distinguere tra fisiologica viscosità di mercato e possibile estrazione di rendita.
Antonio Maria Rinaldi








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