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Premiata ditta Scalfari-Kalergi & Co.

 


Abbiamo sempre creduto che quanto affermato da Voltaire “Non credo nelle tue idee, ma lotterò fino alla morte perché tu possa esprimerle” fosse un principio assoluto, senza se e senza ma, pur tuttavia avendo letto l’editoriale di Scalfari pubblicato il giorno 6 agosto nel numero 32 de l’Espresso, sono giunto alla conclusione che forse qualche eccezione al pensiero volterriano possa e debba anche esserci.

Ma procediamo con ordine.
L’editoriale è intitolato “C’è l’Africa nel nostro futuro” e come sottotitolo “E’ il continente più giovane. Da cui partono i milioni di migranti che arrivano in Europa. Un fenomeno che dobbiamo governare“.
Premetto che l’ho letto e riletto più volte, molto attentamente, poiché il suo contenuto mi ha lasciato basito.
Ad una prima lettura avevo tratto l’affrettata conclusione che il tempo che passa è sempre ingeneroso con tutti, anche con le menti più acute, e che l’articolo era conseguenza della vecchiaia ormai avanzata dell’autore ultra novantenne.

Infatti l’articolo di Scalfari ha inizio con la menzione di un intervento di Bernardo Valli, secondo il quale esaminando la situazione del pianeta in base a due punti di vista, crescita e diminuzione degli abitanti, chi sta peggio di tutti è la Germania, che diminuisce ed invecchia e chi sta meglio è l’Africa che cresce e ringiovanisce (chissà perché allora vogliono venire in Italia).

Sicuramente i più curiosi si chiederanno chi sia il demografo citato da Scalfari: è un giornalista della Repubblica di ottantasette anni e dalla sua biografia abbiamo concluso che forse sia diventato esperto di demografia sicuramente nei suoi anni di militanza presso la Legione Straniera.
In ogni caso paragonare un continente ad una singola nazione ci sembra un po’ azzardato.
Ma ritornando all’articolo di Scalfari, egli si dilunga successivamente su di una analisi dell’Africa che non è certo partita ab urbe condita, di più, con tempi su scala geologica.
Asserisce che essa è stata un grande elemento di mutazione del nostro mondo planetario, primo continente staccatosi da pangea. Poi continua la sua trattazione parlando della formazione dell’oceano Atlantico senza tralasciare di citare Atlantide, terra affondata sotto mare dopo secoli di maremoti.

Passa quindi ad esaminare la cosiddetta tettonica a zolle per concludere che i terremoti che colpiscono i paesi mediterranei quali l’Italia, la Grecia, la Turchia, la Macedonia, sono conseguenza del riavvicinamento all’Europa della piattaforma continentale africana.
Ovviamente ai più, a questo punto della lettura dell’articolo, viene da chiedersi cosa ci azzecca la formazione dell’orbe terraqueo con la premessa demografica iniziale?
Nulla, assolutamente nulla. Questa ovviamente è stata la mia stessa conclusione.

In tutto il racconto c’è una tale svagatezza che a primo acchito fa pensare a problemi di senescenza.
Ma ecco che con poche battute finali si ritorna al tema di partenza. E’ il caso di dire in cauda venenum.
Infatti l’autore ci esorta a non ragionare più in termini di millenni, ad aspettare che l’Africa geologicamente si ricolleghi all’Europa, ma in termini di secoli.
Infatti gli africani vanno aiutati, come tutti gli altri popoli migranti, a condividere le ricchezze con i paesi che ne dispongono, nel tentativo di ridurre le diseguaglianze .
Che dire? Santo subito!

Neanche Papa Bergoglio nelle omelie della domenica giunge a tanto!
Ma non basta.
Riporto quanto affermato testualmente da nostro fratello Eugenio (nomen omen nato bene):
“La vera politica dei Paesi europei è quindi d’essere capofila di questo movimento migratorio: ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea ed in particolare di quella italiana. Ma questo è un altro discorso. L’abbiamo già fatto e ancora lo rifaremo, speriamo che ci ascoltino e non facciano orecchie da mercante”.

L’epilogo è invece dirimente.
Lo scritto non è uno sproloquio inconcludente di un vecchio rinfanciullito, ma invece è funzionale a far passare nell’opinione pubblica i concetti aberranti contenuti nel piano paneuropeo di Kalergi.
Nel meraviglioso libro di Ilaria Bifarini, che esorto tutti a leggere, “Neoliberismo e manipolazione di massa: storia di una bocconiana redenta”, queste dinamiche occulte di acquisizione del consenso sono magistralmente spiegate.

Abbiamo una reductio ad unum di quanto quotidianamente denunciato da Scenari Economici.
C’è un’unica strategia che di volta in volta passa per lo ius soli, l’operazione Triton, le disposizioni del DEF, le oscure ONG, le dichiarazioni del presidente dell’INPS Tito Boeri ed infine gli articoli su l’Espresso.

Tralascio quali siano le motivazioni di carattere economico che spingono le lobby internazionali al perseguimento di questo sordido obiettivo che sono state spiegate in maniera esaudiente ed esaustiva in precedenti articoli pubblicati sempre su questo blog.

Cercherò ora di argomentare perché il progetto paneuropeo è storicamente sbagliato.
Nel libro di Jared Diamond “Armi, acciaio e malattie”, l’autore individua i motivi per i quali gli europei hanno conquistato gli altri continenti, pur se pervenuti alla pratica dell’agricoltura, alla fusione dei metalli, alla conoscenza della ruota, della scrittura e della polvere da sparo dopo altre popolazioni e non lo hanno fatto i cinesi o gli africani.

La Cina è un paese che ha avuto molteplici vantaggi iniziali.
Ha la medesima configurazione geopolitica da circa diecimila anni. E’ sempre stata tra le nazioni più popolose e nel medioevo era la prima nazione tecnologica al mondo, la prima a dotarsi di un governo centralizzato.

La Cina si è unita summa capita nel 221 a.c. , l’Europa non si è neanche e avvicinata all’unificazione neppure con l’impero romano.
Tuttavia il giusto grado di frazionamento dell’Europa in stati di medie dimensioni hanno fatto sì che la concorrenza tra di essi, li portassero a primeggiare sul resto del mondo.
Il caso di Cristoforo Colombo è emblematico.

Italiano di nascita era inizialmente al servizio del duca d’Angiò e poi del re del Portogallo. Quando questi si rifiutò di fornirgli le navi, si rivolse al conte di Medina-Celi ed infine ai regnanti di Spagna.
Se l’Europa fosse stata unita sotto il dominio di uno dei tre re che rifiutarono, la storia del mondo sarebbe stata diversa.
Per contro il governo centralizzato della Cina, che era un impero, alla fine ha condotto gli stessi cinesi all’immobilismo.
L’eccessivo frazionamento porta invece ad una situazione non ottimale come quella indiana in cui addirittura abbiamo divisioni per caste.
L’autore conclude : “Un’Europa sempre più lanciata sulla strada dell’unità dovrà cercare in tutti i modi di non far sparire quelle condizioni favorevoli di diversità che ne hanno assicurato il successo negli ultimi cinque secoli”.

Tanto afferma Jared Diamond, uomo libero e libero pensatore, massimo esperto mondiale di flora e fauna della Nuova Guinea, docente dell’Università della California, membro dell’Accademia Nazionale Americana delle Scienze, premio Pulitzer 1998 per la saggistica.

Raffaele SALOMONE MEGNA

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