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Praga frena su Kiev: niente caccia L-159 all’Ucraina. Lo scontro istituzionale tra Pavel e Babiš
Scontro a Praga: il governo Babiš stoppa la promessa del Presidente Pavel. Niente caccia L-159 a Kiev senza l’ok dell’esecutivo. I motivi tecnici e politici dietro il “no”.

A Praga, in questi giorni di gennaio 2026, si sta consumando un cortocircuito istituzionale che illustra perfettamente le difficoltà logistiche e politiche del sostegno all’Ucraina.
Al centro della contesa ci sono quattro caccia leggeri L-159 ALCA, promessi dal Presidente Petr Pavel ma bloccati seccamente dal Primo Ministro Andrej Babiš. Una vicenda che, al di là dei pochi velivoli coinvolti, svela le tensioni interne alla Repubblica Ceca e i limiti delle “coalizioni dei volenterosi” quando si tocca il bilancio nazionale.
L’illusione di Pavel e la doccia fredda del governo
Il Presidente Petr Pavel, forte del suo passato come capo del Comitato Militare della NATO, il 16 gennaio scorso aveva giocato d’anticipo. Durante una visita a Kiev, aveva proposto il trasferimento di “diversi aerei da combattimento medi”, identificati poi come gli Aero L-159A ALCA. Si tratta di macchine subsoniche, prodotte localmente, che l’aeronautica ceca utilizza dai primi anni 2000 sia per l’addestramento avanzato che come caccia leggeri.
If this information is correct and it specifically concerns jet aircraft, then it is most likely referring to the L-159 of Czech production.
The L-159 is a light jet combat aircraft, designed primarily for ground attack, close air support, reconnaissance, and advanced pilot… https://t.co/gSQQTKtOt0 pic.twitter.com/Vx6J1HoDVq
— Special Kherson Cat 🐈🇺🇦 (@bayraktar_1love) January 17, 2026
L’idea, tecnicamente sensata, era fornire a Kiev uno strumento economico ed efficace per la caccia ai droni. Tuttavia, Pavel ha fatto i conti senza l’oste, ovvero il governo di coalizione guidato da Andrej Babiš (ANO), sostenuto dall’SPD e dal partito Motoristi, come riporta il quotidiano CT24.
La risposta dell’esecutivo non si è fatta attendere. Il 19 gennaio, il governo ha ufficialmente respinto il piano. Le motivazioni sono state duplici:
- Tecniche: Il Ministro della Difesa Jaromír Zůna ha sottolineato che l’aviazione ceca ha ancora bisogno di quei velivoli.
- Procedurali: Il capo della diplomazia del partito Motoristi, Petr Macinka, ha rimarcato con una certa irritazione che il Presidente “non aveva informato il governo in anticipo”.
The Czech government has decided that Czechia will not sell it’s Aero L-159A Alca light combat aircraft to Ukraine.
President Petr Pavel said that Ukraine had proposed to buy four of the 24 aircraft used by the Czech Air Force. However, the Czech… pic.twitter.com/hQE80hReYR
— 𝕻𝖗𝖆𝖎𝖘𝖊 𝕿𝖍𝖊 𝕾𝖙𝖊𝖕𝖍 (@praisethesteph) January 19, 2026
Perché l’L-159 faceva gola a Kiev?
Non stiamo parlando di game changer come gli F-35 o i Gripen, ma in una guerra di logoramento, l’economia dello sforzo bellico è tutto. L’Ucraina sta combattendo un’invasione di droni Geran-2 (gli Shahed russi), spesso abbattuti in modo artigianale usando mitraglieri sui portelloni degli elicotteri Mi-8.
L’L-159 sarebbe stato ideale per questo ruolo di “difesa aerea dei poveri”:
- Basso costo operativo rispetto a un caccia supersonico.
- Capacità di ingaggiare droni lenti.
- Possibilità di liberare i caccia più prestanti per missioni al fronte.
La minaccia dei droni russi, peraltro, si sta evolvendo: recenti abbattimenti hanno mostrato droni equipaggiati con missili R-60 e sistemi MANPADS, rendendo la caccia agli UAV molto più pericolosa per gli elicotteri ucraini.
La flotta ceca e il realismo di Babiš
Per capire la resistenza dell’Aeronautica Ceca (CzAF), basta guardare i numeri riportati dal World Air Forces 2026. La coperta è corta:
- 24 L-159 (il fulcro dell’addestramento e attacco leggero).
- 11 L-39NG (addestratori di nuova generazione).
- 14 JAS39 Gripen C/D (la prima linea).
- 24 F-35A Lightning II (ordinati, ma l’operatività piena è futura).
Cedere quattro macchine operative su ventiquattro avrebbe impattato sui programmi di addestramento oltre che sulle capacità di difesa, visto che si tratta di caccia leggeri
Ma c’è anche il fattore economico, caro al nostro approccio. Babiš, pragmatico e attento al suo elettorato conservatore, ha chiarito la linea anche sulle munizioni. L’iniziativa ceca per l’invio di proiettili continuerà, ma a una condizione keynesiana al contrario: niente soldi dei contribuenti cechi. Il progetto va avanti solo se finanziato da paesi terzi. Praga organizza, ma non paga.
In sintesi, lo scontro sugli aerei è un segnale. L’entusiasmo atlantista di Pavel si scontra con il realismo di bilancio e la prudenza politica di Babiš. Quattro aerei non avrebbero cambiato le sorti del conflitto, ma il loro mancato invio la dice lunga sul clima politico in Europa centrale nel 2026.
Domande e risposte
Perché il governo ceco ha bloccato l’invio degli aerei promessi dal Presidente? Il blocco nasce da due fattori principali. Primo, una questione di metodo: il Presidente Pavel ha fatto l’annuncio senza consultare preventivamente il governo Babiš, che detiene il potere esecutivo. Secondo, una necessità operativa: il Ministero della Difesa ritiene che privarsi degli L-159 indebolirebbe le capacità di addestramento e difesa dell’aeronautica ceca, che ha una flotta limitata, in attesa dell’arrivo degli F-35.
Gli aerei L-159 sarebbero stati davvero utili all’Ucraina? Sì, ma in un ruolo specifico. Non sono caccia da supremazia aerea, ma velivoli subsonici ideali per intercettare i droni russi (come i Geran-2). Attualmente l’Ucraina usa elicotteri o missili costosi per abbattere droni economici. L’L-159 avrebbe offerto una soluzione “cost-effective”, permettendo di risparmiare i missili preziosi della difesa aerea per minacce più gravi, come i missili balistici o da crociera russi.
La Repubblica Ceca smetterà di inviare aiuti militari? No, ma cambia il modello di finanziamento. Il Primo Ministro Babiš ha confermato che l’iniziativa per l’invio di munizioni proseguirà, ma ha posto un vincolo economico stringente: i fondi non devono provenire dalle tasche dei contribuenti cechi. Praga continuerà a coordinare la logistica e l’approvvigionamento, ma il conto dovrà essere saldato da altri partner della coalizione internazionale. È un approccio pragmatico che separa il supporto politico dall’onere finanziario diretto.









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