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PESTA IL POPULISTA

I grandi media nazionali – e forse anche quelli internazionali visto che, gli uni e gli altri, costituiscono grosso modo un’unica entità – sono da giorni impegnati in una gigantesca seduta di autocoscienza collettiva. Dopo la formazione del governo giallo-verde, la paranoia li ha colti. E, insieme ad essa, l’atroce sospetto: saremo mica diventati populisti? Così, di redazione in redazione, di salotto in salotto – di microfono in microfono, persino – è tutto un cameratesco ammiccare, dandosi di gomito. Ammiccare per far intendere all’interlocutore di turno: “Ehi, guarda che sono preoccupato come te della deriva populista” (mal comune mezzo gaudio, giusto?); darsi di gomito per ribadire la comune appartenenza alla consorteria dei giusti: “Ehi, guarda che stiamo tutti e due con i buoni, con le ‘democrazie liberali’”. Calenda avrebbe voluto farci persino un fronte repubblicano, in caso di elezioni. Da morir dal ridere: le brigate dell’establishment, oppure i partigiani del turbocapitalismo.

In ogni caso, è tutto un fiutarsi continuamente il di dietro. E stiamo parlando per metafore, s’intende: si annusano reciprocamente le spalle per controllare che le rispettive biografie siano immacolate. Quando sono certi di aver sempre appoggiato lo status quo, di essere sempre stati europeisti, di aver sempre plaudito alle virtù taumaturgiche del liberismo e di aver sempre assecondato i prepotenti desideri dei mercati, allora si danno un cinque e tirano un sospiro di sollievo: fiuuuu, che fortuna, tu non sei populista, io non sono populista, probabilmente leggiamo entrambi Il Foglio, ma adesso cosa facciamo? Allora cominciano a interrogarsi sui motivi dell’epidemia di populismo.

E lo fanno con un impegno e uno sforzo commoventi. È tutto uno spremere di meningi che ricorda tanto i conati degli esperti di peste, nel seicento manzoniano. A cosa dobbiamo il colera del populismo? Forse agli effluvi nell’aria, forse a certi umori corporali, forse al risorgere del razzismo, del qualunquismo, del totalitarismo; o magari all’alito pesante di Trump. Eppure, l’allegra congrega degli anti-populisti non ne viene mai a capo, com’è ovvio che sia. Stiamo parlando di una sorta di seduta psicanalitica per intellettuali orfani (delle antiche certezze). E l’ultimo a sapere le cose è sempre l’analizzato, così come l’ultimo a sapere delle corna è sempre il marito cornuto. I feticisti dell’anti-populismo non capiscono il populismo perché impiegano categorie sballate. Anzi, le categorie (democrazia e autoritarismo) sono giuste, ma loro le applicano sistematicamente al soggetto sbagliato.

Chiamano ‘democrazia liberale’ il regime istituzionale vigente (Europa-Mercati-dissoluzione-degli-stati-nazionali) e ‘deriva autoritaria’ le pulsioni popolari per un cambiamento di regime. È in atto un fenomeno di portata epocale: non sono più le elites culturali a rappresentare, a parole, l’avanguardia del rinnovamento, ma le masse popolari a esigerlo coi fatti. Ed è un fenomeno così beffardamente e spregiudicatamente democratico che l’unica salvezza per i ‘dotti’ è il travisamento schizofrenico della realtà delle cose. E allora, pesta il populista!

Francesco Carraro
www.francescocarraro.com


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