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Perché non possiamo non dirci Sovranisti (di Paolo BECCHI)

Articolo di Paolo Becchi su Libero di oggi, 16/11/2019:

Negli ultimi tempi, sembra che la critica al “sovranismo” sia diventata di moda. A sparare a zero su di esso si cimentano politologi, storici, filosofi e persino qualche economista. Per tutti questi esperti, il “sovranismo” non è nulla, non significa niente, di più si tratterebbe di un termine pericoloso, da evitare di usare. Molto meglio – ecco l’uovo di Colombo – la vecchia idea di “sovranità”, magari la nostra sovranità, quella “nata dalla Resistenza”.

Lasciamo perdere l’ignoranza manifestata sull’argomento: il “sovranismo” non ha niente a che vedere con le teorie “classiche” della sovranità – ne costituisce, anzi, la critica radicale, nel tentativo di pensare una sovranità “debole”, de-centrata, plurale. Non a caso il termine sovranismo è stato impiegato in opposizione a sovranità da parte di movimenti, come quello in Québec o in Catalogna, che rivendicavano indipendenza e autonomia nei confronti degli Stati sovrani “centrali”. Altro che “sinonimo” di sovranità!

Il “sovranismo”, oggi, ripensa la sovranità dopo il fallimento del classico modello centralistico, “leviatanico”: per questo si sposa perfettamente con le rivendicazioni autonomistiche, a partire da quelle del tutto legittime della Lombardia e del Veneto, che il potere centrale sta cercando in ogni modo di bloccare. Ma tutto questo sfugge ai critici odierni del “sovranismo”. Per loro non si dovrebbe parlare di “sovranismo”, che è una specie di “degenerazione” della “tradizionale” idea di sovranità, di un –ismo, che ricorderebbe troppo da vicino altri “–ismi”: razzismo, fascismo, etc.

Insomma, viene proposta una specie di auto-censura: come dell’euro non se ne può più parlare perché fa paura l’“anti-europeismo”, così di sovranismo non si può parlare perché fa paura ai poteri forti, molto meglio allora una bella parola “neutrale” come “sovranità”. Bisogna moderarsi anche nel linguaggio. Parleremo, insomma, solo di quello che vogliono i nostri avversari, con le parole che piacciono a loro. E alla fine faremo anche quello che vogliono loro. Lombardi e veneti scordatevi le vostra giuste aspirazioni autonomiste perché fate troppo paura, i risultati del vostro referendum popolare non contano, ed è meglio insabbiare tutto e metterci una bella pietra sopra. Conta la sovranità dello Stato centrale, non il sovranismo dei popoli.

L’errore di coloro che dall’“interno” criticano il “sovranismo” è clamoroso: se esiste una teoria del “sovranismo”, è proprio perché si tratta di una cosa diversa dalla mera difesa classica della sovranità statale. Questo, invece, è ciò che propongono autori – che sono stati esponenti di spicco dell’intellighenzia della sinistra italiana nel nostro Paese – come Carlo Galli o Luciano Canfora: il ritorno, il recupero della cara e vecchia sovranità dello Stato centrale. E come? Legando la sovranità alla Resistenza, alla tradizione antifascista, alla costruzione della Repubblica ed alla sua Costituzione.

Due piccioni con una fava. Da una parte, infatti, la rivendicazione di sovranità sembra lanciare questo messaggio: siamo con voi, contro questa Unione europea, contro i “trattati” e i “parametri” di Bruxelles, contro il neo-liberismo, contro l’establishment. E dall’altra, dice: ma come?, non lo sapevate? La sovranità è sempre stata “de sinistra”, i “sovranisti” veri siamo noi. L’intellettuale finalmente si riconcilia con il suo popolo. E il gioco sembra funzionare, perché piace a tutti: a quelli di destra, perché vedono i professori criticare il Pd, criticare quella sinistra che non è stata capace di rivendicare la “sovranità” nazionale; a quelli di sinistra, perché vedono gli stessi professori sputare merda contro il “sovranismo”, perché vedono condannato l’uso “da destra” della sovranità, che rischia di essere xenofobo e razzista.

In fondo, non c’è niente di nuovo sotto il sole. E’ un’operazione “classica”, che gli intellettuali di sinistra hanno sempre compiuto: prendere un pensatore di destra, trovarlo interessante e “sterilizzarlo” elogiandone alcuni aspetti e non altri, “storicizzarlo” portandolo, a poco a poco, a sembrare, in fin dei conti, solo un pensatore di sinistra che non se ne era accorto. E’ successo, negli anni Settanta, con Carl Schmitt. E’ successo, in parte, con Jünger. Ma è successo anche con Cèline, o Gómez Dávila. Quando proprio non si può fare, allora si evita di ripubblicarlo (quindi Cèline sì, Drieu La Rochelle poco, Roger Nimier niente).

Si tratta di far passare, impercettibilmente, un concetto da una parte all’altra della barricata. Galli stesso lo dice chiaramente nella conclusione del suo libretto sulla Sovranità: «Un tempo il pensiero non conformista doveva criticare la sovranità e la sua pretesa di autosufficienza, la sua intrinseca alienazione, la violenza implicita nelle sue istituzioni. Oggi, davanti ad altra violenza, ad altra alienazione, ad altra pretesa di autosufficienza, deve vedere nelle pur contraddittorie richieste di sovranità il sintomo dell’esigenza di ritrovare un approccio integrale, ed emancipativo, alla politica». Una volta la sovranità era reazionaria, roba da fascisti. Oggi è chic, va su tutto, ed è un ottimo argomento di conversazione nei salotti o nei convegni.

Peccato, però, che il “sovranismo”, in tutto questo, non c’entri proprio un cazzo.

di Paolo Becchi, su Libero del 16/11/2019

 

 


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