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IL NUOVO PDR. POVERINO

Se, uno o due mesi dopo che qualcuno è morto, si ha il sospetto che il decesso non sia avvenuto per cause naturali, come si era pensato fino a quel momento, si decide la riesumazione e un più accurato esame del corpo. Tutti aspettano poi i risultati dell’autopsia, senza però pensare a che cosa significa studiare, sezionare, esaminare un cadavere di un paio di mesi. È qualcosa di inimmaginabile. Da fare spavento ai becchini. E tuttavia della faccenda si occupa un distinto professionista, non soltanto laureato in medicina ma specializzato in medicina legale. Naturalmente nessuno dubita dell’utilità della sua professione. Nessuno nega che bisogna essergli grati, se riesce a chiarire un dubbio come quello ipotizzato. E tuttavia i particolari riguardanti ciò che avviene in un corpo umano, da quando esala l’ultimo respiro a quando rimangono soltanto le ossa, sono tali che per decenza nessuno si permette di riferirli.
Anche la politica è un lavoro benemerito e necessario, e tuttavia uno che ne capiva, Rino Formica, ha detto di essa che è “sangue e merda”. Perché l’Italia è un Paese dalla bassa moralità? Dirà qualcuno. E invece no. Nel lontano Ottocento, Otto von Bismarck ha detto questa frase tanto brillante quanto immortale: “Je weniger die Leute davon wissen, wie Würste und Gesetze gemacht werden, desto besser schlafen sie”, quanto meno la gente sa come si fanno le salsicce e le leggi, tanto meglio dorme.
Da estimatori di Machiavelli, non ci si deve né meravigliare né scandalizzare delle miserie umane e morali che si scoprono in questo campo. La politica è inevitabile e bisogna sopportarne gli inconvenienti. Come ripetono instancabilmente gli americani, “It’s a dirty job, but somebody’s gotta do it”: è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve farlo.
Non bisogna però confondere necessità con gradimento. L’estrazione di un dente può essere una necessità, ma è raro che sia un godimento. Nello stesso modo, mentre da un lato si può – e si deve – essere contenti d’avere eletto velocemente il nuovo Presidente della Repubblica (per giunta nella persona di un uomo apparentemente fine e riservato come Sergio Mattarella) non si riesce a reprimere un sottile disgusto. Non per lui, naturalmente: per la politica. E per i danni che essa arreca al malcapitato che diviene Presidente.
Il titolare della suprema carica del Paese si trova infatti invischiato in una serie di dilemmi dai quali è pressoché inevitabile esca perdente. Se si limita al ruolo notarile previsto dalla Costituzione, lo si accuserà, all’occasione, di mancare al suo dovere di salvatore della nazione. Se invece esonda dai compiti che gli assegna la legge, e sulla base delle proprie convinzioni interviene attivamente, incorre nell’accusa – giustificata – di fare politica, approfittando di una carica che, istituzionalmente, dovrebbe essere super partes. In questo campo ha lasciato una traccia Giorgio Napolitano, che alla fine molti giornalisti hanno chiamato “Re Giorgio”. Per non parlare del ricordo negativo e indelebile di Oscar Luigi Scalfaro, da molti designato come “il peggior Presidente che l’Italia abbia avuto”.
Neanche le qualità umane salvano il Pdr. Se se si tratta di un intrigante, di un prevaricatore, di un fazioso, le condanne grandineranno. Ma non andrà molto meglio se sarà mite: infatti, in questo caso, per amor di pace egli tenderà a dire di sì, e naturalmente lo dirà non a chi ha ragione, ma a chi lo intimidirà di più. Dunque al peggiore.
Eccesso di pessimismo, dirà qualcuno. In questo modo si esclude che al Quirinale vada un uomo retto e coraggioso, che farà il suo dovere senza esagerare in nessuna direzione e che tutti ricorderemo con gratitudine. Ed è un’obiezione da prendere sul serio. Ma si è costretti a rispondere che un simile uomo sarebbe lo stesso giudicato male da coloro che si aspettavano di essere favoriti e che, magari, gli attribuirebbero i moventi più deteriori.
Non se ne esce. Pubblicamente il Presidente della Repubblica raccoglie un’inverosimile messe di adulazioni, ma nell’ambiente della politica, seppure copertamente, è fatto oggetto dei giudizi più severi. I giornali spazzano sotto il tappeto, o denunciano nella forma più edulcorata, i suoi errori (anche per non andare in galera), ma l’interessato sa benissimo come stanno le cose.
In questo senso anche Sergio Mattarella dovrà rassegnarsi a qualche amarezza. Di un politico incolore si disse una volta che il suo stemma era “Coniglio bianco in campo bianco”. Dire dunque del nuovo PdR che è un uomo mite e riservato non è il migliore viatico possibile, in un mondo di lupi. Il fare schivo gli ha fatto fare carriera, fino ad oggi, ma il Quirinale è un posto in cui anche le qualità si trasformano in difetti.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
31 gennaio 2015

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