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PANORAMICA SULLA CRISI ECONOMICA

 

L’economia libera procede come una bicicletta: correggendo continuamente la direzione. Dunque le crisi sono un fatto fisiologico. Ma attualmente in Europa ne subiamo una che dura almeno dal 2008, che non accenna a finire e che potrebbe deflagrare. Non avendo tenuto conto del resto del mondo, la nostra bicicletta potrebbe rovinare per terra.

L’economia quale la conosciamo è nata con la rivoluzione industriale. E poiché da prima si è realizzata soltanto nell’Europa Occidentale, ci eravamo abituati all’idea che i problemi e le soluzioni dovessero essere “europei”. Poi col Giappone abbiamo avuto la prima avvisaglia di che cosa potesse essere la concorrenza di una nazione colta, scientificamente sviluppata e in cui i salari erano molto più bassi dei nostri: ma pensavamo di poterla fronteggiare. Infine la fiaccola della concorrenza è passata a Taiwan, alla Corea del Sud, alla Cina, e qui si è trasformata in un rogo che rischia di bruciare le nostre industrie. Anche se la stessa Pechino è seduta sulla bomba di un cambio irrealistico, di un ritmo di sviluppo troppo difficile da mantenere e di un eccesso di crediti nei confronti degli Stati Uniti. Dunque potrebbe avere e riservarci brutte sorprese.

In conclusione l’intero mondo abbisogna di un aggiustamento, ma il problema più grande è quello di noi italiani. Abbiamo goduto fra i primi dei grandi benefici dell’industrializzazione e ci siamo abituati ad un alto livello di vita. Certe guarentigie sindacali e certe prestazioni del Welfare State ci sembrano naturali, e quand’anche la situazione mondiale dovesse renderle economicamente insostenibili, le consideriamo acquisite e irrinunciabili. Ma abbiamo imboccato una china pericolosa. I nostri costi sono cresciuti, il nostro vantaggio concorrenziale è diminuito e per decenni siamo stati sciaguratamente condizionati dalle idee di Keynes: una teoria mal interpretata che ci ha fatto credere al deficit spending come a una catena di S.Antonio. Sul momento abbiamo pensato che ai debiti avrebbero posto rimedio una mitologica e inarrestabile esplosione dell’economia e un aumento costante ed irrefrenabile della popolazione, dunque della platea dei contribuenti. Poi l’economia ha cominciato a rallentare, tanto che oggi si considera un notevole successo un aumento del prodotto interno lordo del 2%, e la nostra Italia va addirittura indietro. La popolazione ha smesso di crescere e l’unica cosa che ha continuato ad aumentare è un mostruoso debito pubblico.

Ciò però non solo da noi. In termini percentuali sul pil, esso è giunto a livelli stratosferici in Giappone, in Grecia e in Portogallo; in termini assoluti è enorme negli Stati Uniti e dovunque è troppo alto per essere rimborsabile. Nel frattempo, cosa gravissima, continua a salire: e ciò non può durare indefinitamente. Infine tutti paghiamo pesantissimi interessi (in Italia si parla di settanta-ottanta miliardi di euro l’anno), e dunque versiamo nella fogna un fiume di denaro che non produce nessun ritorno, se non il fatto che il Paese – per il momento – non fallisce.

La causa di questo sfacelo, quanto meno in Italia, risale ad uno Stato guidato da demagoghi, dunque prodigo di regali e carico di troppi compiti. Quando si è inaridito il pozzo di S.Patrizio del deficit spending, il risultato – stante la naturale inefficienza di tutto ciò che non beneficia dell’ “occhio del padrone” – è stato un fisco avido ed invadente che ha reso la produzione nazionale costosa e poco competitiva.

Tanto per l’Italia quanto per l’Europa, la salvezza potrebbe venire soltanto da una rivoluzione intellettuale e sociale. Dovremmo comprendere che non siamo una razza superiore destinata a lavorare meno di altri e godere di speciali vantaggi. Non possiamo comportarci come i nobili francesi prima del 1789 e considerare irrinunciabili i nostri privilegi. È inevitabile riconoscere che non abbiamo più la primazia intellettuale o tecnologica d’un tempo: i popoli asiatici non sono né più stupidi né più ignoranti di noi. Anche se la Cina, col tempo, aumenterà il livello dei suoi salari – come ha fatto il Giappone e come è fatale che avvenga – rimarrà concorrenziale. Dunque dobbiamo rassegnarci a lavorare e produrre di più.

Questo genere di discorsi per parecchi è urticante. Molti si offendono, se uno gli predice (non gli augura, gli predice) un futuro da operaio cinese. Ma a parità di produzione di ricchezza non possiamo pretendere di guadagnare più di altri.

I nostri governanti non sono in grado di risolvere la crisi perché la nazione non può accettare un brusco ridimensionamento. Dunque si tirerà avanti finché non cadremo dalla bicicletta e il problema si risolverà da sé. Poi dovremo ricominciare quasi da zero.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

23 ottobre 2014

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