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LO STATO DISTRUGGE POSTI DI LAVORO

 

C’è un aureo detto inglese che spesso viene citato a proposito della Borsa, ma che vale in molti campi: “You can lead a horse to water, but you can’t make it drink”, puoi condurre un cavallo alla fonte ma non puoi obbligarlo a bere. Per quanto conveniente sia l’occasione, per quanto basso possa essere il prezzo, se la gente non ha voglia di una cosa, quella cosa non si venderà. Certe cose non si ottengono per rescriptum principis, cioè per via legale, e neppure perché sono state rese facili, ma soltanto perché chi deve realizzarle le desidera.

Ciò vale anche per un problema che in questo momento fa scorrere fiumi d’inchiostro e di saliva: la vittoria sulla disoccupazione. In questo campo impera un’illusione perniciosa, e cioè che sia compito dello Stato moltiplicare i posti di lavoro. La convinzione è così radicata che quando la situazione arriva al dramma, come in questo momento, la richiesta dell’intervento pubblico diviene insistente e perfino minacciosa. Nell’idea generale il governo deve creare i posti di lavoro e deve anche impedire, ad ogni costo, che si abbiano dei licenziamenti o si perdano i salari esistenti: infatti, per alcune categorie di privilegiati c’è la cassa integrazione.

L’opinione pubblica fa mostra di prendere la cosa molto sul serio, ma in realtà fa soltanto un po’ di retorica. Gli stessi sindacati si limitano a fare  baccano per quei drammi aziendali che riescono ad entrare nei titoli dei giornali, ma né loro, né lo Stato riescono oggi ad impedire il degrado economico. In realtà il problema nazionale, soprattutto quello degli innumerevoli licenziamenti nelle microimprese, non può essere esorcizzato con le promesse, e i numeri parlano di infinite piccole tragedie. In queste condizioni non è strano che, in linea con i pregiudizi nazionali,  alla politica venga insistentemente ricordato l’ineliminabile dovere di “creare posti di lavoro”.

Il verbo è impegnativo. Mentre “fabbricare” significa mettere insieme dei pezzi per realizzare qualcosa, “creare” è ottenere qualcosa con un semplice atto di volontà. “Ex nihilo” (partendo dal nulla), come ha potuto fare Dio nella Genesi. E in effetti chi richiede la salvifica azione del Parlamento non indica la cosa da fare, parla soltanto di “interventi”, di “investimenti”, di “provvedimenti”. Sostanzialmente richiede un miracolo. Lo Stato “crea” posti di lavoro soltanto quando assume direttamente: cosa necessaria, se si tratta di sostituire dei dipendenti pubblici andati in pensione, ma cosa scandalosa, se si assumono dipendenti non necessari, per acquisire consenso. In Calabria dicono ci sia un corpo forestale pletorico, molto largamente al di sopra del fabbisogno.

Il cavallo beve se ha sete, e se sa dov’è la fonte non è neanche necessario condurcelo. Per creare occupazione non sono necessari né interventi, né investimenti né provvedimenti, basta far sì che i datori di lavoro abbiano interesse ad assumere. Se viceversa questo interesse non esiste, lo Stato non può farci nulla. Può soltanto incrementare le spese improduttive, con i suoi “investimenti”.

L’ambiente lavorativo italiano – tra burocrazia, malagiustizia e soprattutto tasse – ha reso l’impresa poco produttiva. Pochi operatori lanciano nuove attività e molti di loro chiudono. Non c’è da meravigliarsene. Qualunque società prospera se fa profitti. Se questi sono grandi, si arricchisce, si espande, crea filiali, assume nuovo personale; se invece sono piccoli, sopravvive a stento; e se infine i costi superano i ricavi si arriva alla chiusura o, peggio, al fallimento. In questo secondo caso non solo si perdono posti di lavoro, ma si rapinano anche tutti coloro che all’impresa hanno fatto credito. Il fallimento è distruzione di ricchezza.

Lo Stato è per sua natura ininfluente nella creazione dei posti di lavoro, ma può essere molto influente nella loro eliminazione. Dunque non bisognerebbe chiedergli di creare posti di lavoro, bisognerebbe chiedergli di non distruggerne. E per questo basterebbe diminuire drasticamente la componente pubblica dei costi dell’impresa: una folla di imprese marginali rientrerebbe nel mercato e si creerebbe una gran quantità di posti di lavoro.

Forse tutto questo non è neanche possibile. Lo Stato non preleva soldi dalle imprese per capriccio, ma perché deve sostenere costi enormi. E finché gli enormi costi di una spesa pubblica più irremovibile della piramide di Cheope rimarranno intangibili, non si potrà concedere nessuna seria diminuzione della pressione fiscale. Per conseguenza tutti i discorsi sulla creazione di posti di lavoro serviranno soltanto per gargarizzarsi o, peggio, a prendere i disoccupati per i fondelli.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

23 ottobre 2014

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