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OTHER PEOPLE’S MONEY

The problem with socialism is that eventually you run out of other people’s money”, ha detto Margaret Thatcher. “Il problema del socialismo è che alla lunga il denaro degli altri finisce”. Questa celebre battuta è in realtà una seria teoria politica.
Per la mentalità di sinistra è inammissibile che ci siano i ricchi e i poveri. E forse saremmo tutti ricchi, se questi egoisti non si fossero appropriati i beni dei poveri. Dunque la prima funzione di un governo giusto e compassionevole sarebbe quella di dirigere implacabilmente l’economia e rimediare a questo furto “ridistribuendo” la ricchezza: bisogna togliere ai ricchi e dare ai poveri.
Purtroppo nessuno, nemmeno con la più sanguinaria delle dittature, è mai riuscito di rendere tutti ricchi. Dunque la teoria è divenuta un’altra: se non possiamo essere tutti ricchi, saremo tutti poveri. Non avremo realizzato la prosperità ma la giustizia sì. Nei Paesi del “socialismo reale” – quelli che hanno adottato questa soluzione – erano effettivamente tutti poveri, ad eccezione dei membri del partito.
Gli uomini di sinistra credono veramente in ciò che s’è detto. Reputano che la prima funzione del governo non sia quella di favorire la creazione di ricchezza – dal momento che essa ha la deplorevole tendenza a non andare alle persone giuste – ma la sua “ridistribuzione”. Bisogna tassare pesantemente chi la produce, in modo da darne una gran parte a chi non l’ha prodotta. Lo stesso Papa Francesco ha intrepidamente affermato che la ricchezza deve avere un valore sociale, e non importa chi l’ha creata. È other people’s money.
Malgrado l’epocale crollo del comunismo, l’Italia è ancora socialista. Infatti ha così ben disincentivato la produzione di ricchezza da condurre il Paese prima alla recessione, poi alla stagnazione e, oggi, ad un vicolo cieco. Il denaro degli altri è proprio finito.
Qui s’inserisce il nostro Primo Ministro, il quale ha finalmente capito una verità che i liberali conoscono “da quando avevano i calzoni alla zuava”, per citare un socialista: è più importante produrre la ricchezza che distribuirla. In primo luogo perché non si può distribuire ciò che non esiste. In secondo luogo perché, anche a non volerla distribuire, il povero beneficia comunque della ricchezza del ricco in termini di posti di lavoro, per cominciare, e poi per le ricadute indirette. Spesso si trovava più merce utilizzabile nella spazzatura dei ricchi di quanta se ne trovasse nei negozi del socialismo reale.
Molti in Italia hanno la sensazione che, se producono ricchezza onestamente, la maggior parte gli sarà sequestrata dallo Stato: l’erario si appropria tra il 50% e il 70% dei profitti. E allora non intraprendono. Per invertire questa tendenza, Matteo Renzi ha pensato che bisogna lasciare una percentuale maggiore di ricchezza a chi la crea: e poiché ciò si realizza diminuendo il carico fiscale ha promesso: “Abbatterò in tre anni questo prelievo da rapina”.
Applausi. Non perché sia una gran trovata, ma perché è l’unico programma che funziona. Gli applausi tuttavia si spengono quando ci si chiede se sia possibile realizzarlo.
Per diminuire in modo consistente la pressione fiscale, lo Stato deve per prima cosa diminuire il suo fabbisogno. Escludendo che tutta l’operazione sia condotta a debito, per farlo ci sono tre sistemi: l’eliminazione delle spese inutili; la lotta all’evasione fiscale; il taglio dei servizi. I primi due sono mitologici. Non teoricamente, beninteso: praticamente. Decenni e decenni di esperienze stanno lì a dimostrare che nessuno è riuscito a metterli in pratica.
Quanto all’economia sommersa in particolare, che corrisponde all’incirca a un quarto o un terzo della produzione nazionale, non si deve sognare che tassandola le imprese divengano legali e ci sia un corrispondente aumento del gettito. In realtà la maggior parte di quelle attività scomparirebbe, perché prima sopravviveva beneficiando d’un regime (illegale) di evasione. Eliminare il “nero” sarebbe moralmente e giuridicamente giusto, ma diminuirebbe la ricchezza prodotta.
L’unica via che porterebbe ad un risultato apprezzabile sarebbe la riduzione massiccia dei servizi. La pressione fiscale non serve infatti a rendere infelici i cittadini, serve ad alimentare lo Stato, affinché possa adempiere le sue infinite funzioni. Una riduzione delle tasse come quella prospettata da Renzi in tanto potrebbe funzionare, in quanto la sinistra fosse disposta a negare ai cittadini molto di ciò che è stato loro concesso nell’ultimo mezzo secolo. Se sarà così, Renzi manterrà il suo impegno e realizzerà una rivoluzione copernicana. Se invece ha promesso la botte piena e la moglie ubriaca, come è suo costume, allora si possono accogliere i suoi proclami con un sorriso.
Chi vi promette la Luna o è un imbecille o è un truffatore. Renzi naturalmente non è né l’uno né l’altro e dunque ha una ricetta che non siamo riusciti ad immaginare.
Gianni Pardo
22 giugno 2015

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