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Oltre Yalta, oltre Bruxelles: il XXI secolo chiede una nuova architettura dell’ordine internazionale

 La sfida del XXI secolo non è produrre nuove regole europee, ma contribuire alla costruzione di un nuovo equilibrio internazionale fondato sul diritto, sulla cooperazione tra Stati e sulla competitività.

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La storia insegna che nessun ordine politico o giuridico è eterno. Ogni architettura istituzionale nasce per rispondere agli equilibri del proprio tempo e inevitabilmente entra in crisi quando quegli equilibri mutano. Accadde nel 1945, quando dalle macerie della Seconda guerra mondiale prese forma un sistema internazionale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite, sul diritto internazionale, sulle istituzioni economiche di Bretton Woods e su un equilibrio geopolitico che gli accordi di Yalta contribuirono a delineare. Quel sistema non era perfetto, ma assicurò per decenni una relativa stabilità, consentendo lo sviluppo economico dell’Occidente e offrendo una cornice prevedibile ai rapporti internazionali.

La fine della Guerra fredda avrebbe dovuto aprire una nuova fase costituente dell’ordine mondiale. È accaduto invece il contrario. Il crollo dell’Unione Sovietica ha dissolto il precedente equilibrio senza che ne fosse costruito uno nuovo. Nel frattempo il mondo è stato trasformato dalla globalizzazione, dall’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, dall’ascesa dell’India, dalla crescita di nuove potenze regionali, dalla rivoluzione digitale, dalla competizione tecnologica e dalla progressiva ridefinizione delle catene globali della produzione. La distribuzione del potere economico e strategico è cambiata profondamente; le regole chiamate a governarlo molto meno.

È in questa frattura che si colloca la principale debolezza dell’attuale costruzione europea. L’Unione continua infatti a muoversi secondo categorie elaborate in una fase storica ormai conclusa. Mentre il mondo evolve verso un sistema multipolare, Bruxelles continua a privilegiare un paradigma fondato prevalentemente sull’espansione della regolazione interna, come se la capacità di produrre norme coincidesse con la capacità di orientare gli equilibri internazionali. È una visione che poteva apparire plausibile negli anni Novanta, quando si immaginava una progressiva convergenza dei sistemi economici e politici. Oggi quella convergenza non esiste più.

La politica internazionale è tornata a essere competizione tra grandi aree economiche e tra Stati. La sicurezza energetica, il controllo delle materie prime strategiche, l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, le infrastrutture digitali, la finanza, la logistica e la capacità industriale sono divenuti strumenti essenziali della sovranità. In questo scenario il potere non si misura dalla quantità di regolamenti prodotti, ma dalla capacità di incidere sugli equilibri globali.

L’Unione europea sembra invece aver progressivamente identificato la propria missione con la funzione regolatoria. Il risultato è un sistema normativo sempre più complesso che disciplina in modo dettagliato il mercato interno, ma che troppo spesso prescinde da una domanda fondamentale: quale impatto avranno queste regole sulla competitività delle imprese europee chiamate a confrontarsi con concorrenti che operano secondo discipline completamente diverse?

È questo il punto che il dibattito europeo continua a sottovalutare. Le imprese dell’Unione non competono soltanto tra loro. Competono quotidianamente con aziende statunitensi, cinesi, indiane e di numerose altre economie che non sono soggette ai medesimi vincoli regolatori, ambientali, amministrativi o industriali. Quando Bruxelles introduce obblighi che gravano esclusivamente sul sistema produttivo europeo, senza che tali standard trovino un corrispondente riconoscimento internazionale, il rischio è evidente: trasformare la regolazione da fattore di organizzazione del mercato interno a fattore di svantaggio competitivo nella competizione globale.

Il confronto sviluppatosi attorno al Green Deal ha reso questa contraddizione sempre più evidente. La sostenibilità ambientale rappresenta un obiettivo imprescindibile. Tuttavia, una politica che imponga costi crescenti alle imprese europee senza assicurare condizioni di reciprocità nei confronti dei principali concorrenti internazionali rischia di produrre effetti opposti rispetto a quelli dichiarati: perdita di competitività, delocalizzazione degli investimenti, indebolimento della base industriale europea e maggiore dipendenza da produzioni realizzate in Paesi che applicano standard differenti e soprattutto disoccupazione. La tutela dell’ambiente non può tradursi nella progressiva marginalizzazione dell’industria europea.

La questione, tuttavia, è ancora più profonda. L’errore non consiste soltanto nell’eccesso di regolazione. Consiste nell’aver progressivamente ridotto la politica europea a un esercizio prevalentemente normativo, mentre il resto del mondo tornava a ragionare in termini di potenza economica, sicurezza nazionale, politica industriale e interesse strategico. Si è pensato che bastasse regolare il mercato europeo per influenzare automaticamente quello mondiale. La realtà ha dimostrato che nessuna regolazione regionale può sostituire una vera governance internazionale.

È proprio qui che il dibattito dovrebbe cambiare prospettiva. Il tema decisivo del XXI secolo non è soltanto il futuro dell’Unione europea. È il rapporto tra l’Unione europea, il diritto internazionale, le organizzazioni multilaterali e il nuovo equilibrio tra le grandi potenze. È necessario tornare a studiare come le norme europee si inseriscano nell’ordinamento internazionale, quale ruolo possano svolgere le Nazioni Unite in un mondo multipolare, come ricostruire regole condivise sul commercio, sulla finanza, sull’innovazione tecnologica e sulla sicurezza economica. È su questo terreno che si deciderà la qualità del nuovo ordine mondiale.

Criticare l’attuale impostazione dell’Unione europea non significa rinnegare l’idea di cooperazione europea. Significa, al contrario, ritenere che essa rischi di perdere progressivamente peso economico, industriale e politico se continuerà a interpretare il presente con categorie appartenenti al passato. Le istituzioni sopravvivono solo quando sanno adattarsi alla storia; quando si limitano a ripetere gli schemi che le hanno generate, finiscono per essere superate dagli eventi.

La vera sfida del nostro tempo non consiste quindi nel moltiplicare le regole all’interno dell’Europa, ma nel contribuire alla costruzione di una nuova architettura dell’ordine internazionale. Un’architettura capace di coniugare sovranità degli Stati, cooperazione multilaterale, diritto internazionale, competitività economica e stabilità geopolitica. Se l’Europa saprà partecipare con realismo e visione a questo processo, potrà continuare a essere uno dei protagonisti del XXI secolo. Se invece continuerà a considerare la regolazione del proprio mercato come il principale strumento della propria azione politica, mentre il resto del mondo ridisegna i rapporti di forza globali, il rischio non sarà soltanto quello del declino della sua competitività, ma quello di una progressiva irrilevanza storica. È per evitare questo esito che oggi serve il coraggio di ripensare profondamente il progetto europeo: non contro l’Europa, ma perché l’Europa possa tornare a misurarsi con il mondo reale, anziché con quello che immaginava esistesse trent’anni fa.

Antonio Maria Rinaldi

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