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NICE TRY, BEL TENTATIVO

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C’è in noi un bambino che non muore mai. Neanche quando raggiungiamo gli ottant’anni. Il bambino non si entusiasma per Ottaviano che, divenuto Augusto, diviene – come Francesco Giuseppe – il primo impiegato di Stato dell’Impero. Troppo saggio, troppo grigio, troppo insignificante. L’eroe è Cesare che conquista la Gallia, contro forze soverchianti; il ribelle che passa il Rubicone; il genio politico, letterario e militare che diviene infine il mito della grandezza sconfitta dall’ingratitudine e forse dall’invidia.

Oggi il bambino tifa Renzi. L’Italia è così immobile, piatta, scoraggiata, che si sarebbe stati disposti ad applaudire chiunque prometta uno scossone. Quasi chiunque. Perché anche in questo campo ci sono condizioni minime. Si vede con Beppe Grillo: non basta sparare parolacce e dire male di tutti, per far nascere una speranza. Se si propone di abbattere la casa, ma non si dice come ci si riparerà dal freddo, poi, non si andrà lontano. Dire “no” non è una politica, è una tappa psicologica nello sviluppo del bambino piccolo. Molto piccolo. Renzi invece la casa sembra volerla ristrutturare, e anche se non ce la farà, l’applauso è assicurato. Il suo tentativo sarà stato generoso.

Naturalmente qualcuno lo accuserà di fare tutto questo perché divorato da una smodata ambizione Un’ambizione tanto forte da fargli chiudere gli occhi dinanzi ai pericoli che corre. Ma sarà un’osservazione inconcludente: quale grande condottiero ha avuto soltanto una modesta ambizione?

E si potrebbe perfino andare oltre: quale uomo saggio si è mai buttato in un’impresa che in partenza appariva improbabile e disperata? Solo un pazzo  poteva alla fine rendersi famoso col nome di Cristoforo Colombo. Prova ne sia che sopravvisse non perché ci aveva azzeccato, ma perché la via per l’India era sbarrata dall’impresta America. Un saggio avrebbe insegnato la geografia o l’astronomia del tempo a Salamanca. Se dovessimo considerare l’ambizione un difetto, anche quando è grandiosa e per così dire patologica, dovremmo buttare nella spazzatura anche Alessandro Magno. Francamente troppo.

Un esempio della miopia di noi uomini privi di ambizione lo ha dato quell’uomo per altri versi geniale che si chiamava Indro Montanelli. Quando Silvio Berlusconi gli manifestò la sua intenzione di scendere in politica, lo scongiurò di non farlo, predicendogli non solo l’insuccesso, ma anche che “l’avrebbero fatto a pezzi”. Vent’anni dopo la profezia si è avverata, lo hanno fatto a pezzi, ma vent’anni di ritardo sono troppi, per considerare azzeccata una profezia. Nel frattempo Berlusconi è divenuto Primo Ministro circa sei mesi dopo quella conversazione, ed è rimasto sulla cresta dell’onda per due decenni. Più a lungo di Napoleone.

Dunque bisogna perdonare a Renzi i suoi eccessi, le sue intemperanze, le sue inutili provocazioni. Quel suo modo di essere a volta a volta  un ingenuo, un politico dal dente avvelenato, un ragazzino, un demagogo, un istrione. Perché è anche un trascinatore di folle capace di suscitare speranze anche in chi non la pensa come lui, ma spera che finalmente svegli l’Italia. Anche prendendola a calci nel sedere. Da vero condottiero, Renzi sembra sapere che in battaglia o si vince o si muore. Sul Rubicone non gioca ai dadi per vincere una misera posta: gioca per il montepremi. E non in tempi biblici, subito.

Se non ci si è sbagliati sul personaggio, e se non lo si è sopravvalutato, bisognerà vedere se questo incontro con Berlusconi sarà l’inizio di una serie di vittorie, come la campagna d’Italia per Napoleone, o l’inizio delle sconfitte.

Purtroppo infatti, come il grande Corso, il giovane Matteo sembra capace soprattutto di farsi dei nemici. Che saranno magari dei lillipuziani, ma sono molti, E alla fine Gulliver rischiò di perderci la vita.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

18 gennaio 2014

 

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