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Neoliberismo VS Umanesimo. Alla fine vincerà Petrarca (di Giuseppe PALMA)

L’Unione europea è avvitata nella morsa del neoliberismo, cioè del mercato che può – e deve – regolare tutto. Fa niente se poi tale autodisciplina può causare diseguaglianze, disperazione e povertà. Ciò che conta, in tale sistema, è il “Dio mercato” sopra ogni cosa, anche al di sopra delle leggi e della politica.
L’Unione europea, che non è l’Europa, ripudia dunque ogni intervento di riequilibrio dello Stato nell’economia, in contrapposizione all’impalcatura keynesiana della nostra Costituzione, la quale, se da un lato garantisce e tutela la libera iniziativa privata, dall’altro ammette l’intervento dello Stato nell’economia allo scopo – ad esempio – di garantire al lavoratore e la sua famiglia una retribuzione dignitosa.
Ma non è solo questo. Il neoliberismo, unitamente ai meccanismi che regolano il funzionamento della moneta unica europea, impone agli uomini di lavorare non per lo sviluppo materiale e spirituale della società (come stabilito dall’art. 4 della nostra Costituzione), bensì per il massimo profitto aziendale e la mera sopravvivenza del lavoratore. Che tradotto significa 12-14 ore al giorno per 6 giorni di lavoro a settimana (compresi i festivi) con compensi poco superiori a 1.000 euro al mese. Forse. Un tempo si sarebbe chiamato sfruttamento. Oggi, invece, crediamo alle menzogne tipo quella che un domani ciascuno di noi potrebbe diventare ricchissimo e famoso come Steve Jobs, tanto per citare un esempio che va per la maggiore. Il motto è “uno su mille ce la fa“, e tutti dietro come pecoroni illusi di essere “quell’uno”.
La competizione, che ci viene propinata a tamburo battente attraverso il concetto della sfida (che tra l’altro è propria delle bestie), ha preso il posto della leale cooperazione e della solidarietà.
Del resto, le regole scritte nei Trattati europei non fanno altro che fondare la UE proprio sulla competitività selvaggia (“economia sociale di mercato fortemente competitiva” – art. 3 TUE).
Non è un caso, infatti, che l’euro imponga di scaricare il peso della competitività non più sulla moneta (essendo un accordo di cambi fissi) bensì sul lavoro, cioè sui salari e sui diritti fondamentali connessi al lavoratore.
Eppure il mondo ha conosciuto tempi migliori rispetto a questo. Il Medioevo, per esempio. Epoca bistrattata ed erroneamente considera “buia”, ma in realtà sinonimo di grande civiltà.
C’era un tempo infatti in cui tutto girava attorno all’Uomo, l’Uomo doveva essere al centro di ogni cosa. Non il massimo profitto o la competitività selvaggia, ma l’Uomo. Non a caso per secoli l’Europa è stata pervasa da quello che generalmente si conosce come Umanesimo. Si crede inoltre che tutto abbia avuto inizio nel Cinquecento, quindi nel periodo rinascimentale, post-medievale, ma non è esattamente così.
Precursore dell’Umanesimo è un giurista del Trecento, poeta e filosofo tra i più apprezzati in quel periodo in Europa. Un italiano, un toscano. Tale Francesco Petrarca, da Arezzo. Fu lui che ristabilì, in pieno Medioevo, la necessità di dare massima importanza e risalto alle lettere, cioè alla raffinata testimonianza scritta – in versi o in prosa – dell’Animo dell’Uomo, dei suoi sentimenti, delle sue debolezze, dei suoi dubbi, dei suoi bisogni, delle sue angosce e delle sue speranze.
Da quel momento in poi, accertata l’indispensabile funzione del mecenatismo, è l’Uomo che inizia ad essere al centro di tutto. Nel Cinquecento se ne realizza finalmente la piena consapevolezza, ma tutto inizia verso la metà del Trecento con Francesco Petrarca. Che poi, a dire il vero, la maturazione in tal senso da parte del Petrarca avviene quasi esclusivamente nello sviluppo decennale della sua poetica che, gira e rigira, è tutta concentrata sull’Amore non corrisposto per una donna, Laura de Noves. Sarà la sconfinata ricercatezza letteraria del suo Amore per Laura (pre e post mortem) a far maturare in Petrarca la consapevolezza di come tutto debba concentrarsi sull’Uomo, sotto tutti gli aspetti della vita, materiale e spirituale.
Non farebbe dunque male all’Europa se fosse essa stessa – seppur nella consapevolezza che i tempi sono profondamente mutati – a fondare il proprio assetto istituzionale, il suo funzionamento e i suoi obiettivi (economici e non) sull’idea di un Nuovo Umanesimo: l’Uomo, i suoi diritti, le sue speranze, i suoi problemi, la sua famiglia, i suoi dubbi e le sue esigenze al centro di tutto.

In fin dei conti, se oggi l’Uomo ha ancora un’anima ed è capace di critica individuale è proprio grazie al contributo di uno dei Padri della Letteratura come, appunto, il Petrarca. Ed è forse proprio questo che il neoliberismo non vuole. Alla globalizzazione, che tutto conforma e tutto anonimizza, servono consumatori che non pensino, che non abbiano né gli strumenti né il tempo di elaborare una critica individuale. Al neoliberismo non serve l’Uomo, serve un vasto insieme di consumatori nomadi. 

Ma, alla fine, tutto in Natura trova un riequilibrio. Che certamente non è quello crudele e spietato del mercato globalizzato, senza regole. E allora a vincere sarà ancora una volta il Petrarca, dopo settecento anni. A vincere, prima o poi, sarà di nuovo l’Umanesimo.

Avv. Giuseppe PALMA

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