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IL TEMPO NEMICO DEL M5S

 

Il Movimento 5 Stelle, che lo si apprezzi o che lo si deprechi, ha parecchi seggi in Parlamento. Dunque conta. E contano anche le sue vicende interne. Ma non tutti hanno la buona volontà di occuparsi, giorno per giorno, della cronaca minuta che lo riguarda. E del resto, per diagnosticarne l’evoluzione, è forse più importante annusare l’aria che seguire i battibecchi e le giravolte dei protagonisti.

Il Movimento non è nato, come il comunismo, da un’ideologia. I marxisti avevano un’idea precisa, anche se sbagliata, del modello economico e sociale che intendevano instaurare e dunque erano identificabili. Grillo invece è partito da un’opposizione netta e violenta contro i partiti e contro tutto, senza proporre un modello diverso. Il suo messaggio è stato un semplice “no”, e un invito – “andatevene” – espresso in modo volgare. Poi è stato come se il successo elettorale dicesse al M5S: “Ora avete la forza per agire in concreto e vi aspettiamo alla prova”. E qui si è vista la tara fondamentale del Movimento: non aveva la più pallida idea di ciò che avrebbe dovuto fare.

Come se non bastasse, la realtà si è incaricata di porre subito il problema. Pierluigi Bersani è andato col cappello in mano a proporre a Grillo di partecipare al governo ma era passato troppo poco tempo dalle elezioni e il Movimento non se l’è sentita di smentirsi così nettamente. Aveva detto urbi et orbi che tutti i partiti erano squalificati e infrequentabili, aveva promesso agli elettori che esso sarebbe stato “diverso” e “fuori”, e non poteva dire di sì. Ma ora è passato un anno, e un po’ tutti siamo indotti a ripensare a quel bel detto (di Talleyrand?) secondo il quale si può fare di tutto, con le baionette, salvo sedercisi sopra. Nel senso che certi atteggiamenti possono essere momentaneamente utili, ma non possono rappresentare una posizione definitiva.

Il problema di chi dice soltanto “no” è che rischia, se non riesce a togliere il potere a chi ce l’ha, di divenire insignificante; e se ci riesce, di dover poi dire dei “sì” ed agire concretamente, perdendo la rendita dell’opposizione. È l’attuale problema dei “grillini”. Dopo che all’inizio si sono fatti inseguire per mesi dal Pd, un anno dopo sono loro ad inseguire il partito di Bersani. Forse perché comincia a serpeggiare la percezione della delusione degli elettori. A che scopo avere tanti deputati e tanti senatori, in Parlamento, se non si cava un ragno dal buco e non si influenza neppure il governo del Paese? Perfino il minuscolo Nuovo Centro Destra può dire “se è così non ci stiamo”, perché è essenziale per il Pd. Mentre finché regge la maggioranza di governo, finché regge l’alleanza con Forza Italia per le riforme, il M5S può pure abbaiare alla luna. Tutto questo è conseguenza dell’audacia, anzi, del colpo di genio di Renzi: alleandosi con Berlusconi per le riforme ha con ciò stesso resi irrilevanti i “grillini”. Oggi possono dire di sì, possono dire di no, possono creare qualche problema e qualche rallentamento, ma non sono affatto determinanti. Come se non bastasse, hanno dato all’opinione pubblica l’impressione che implorassero il Pd di concedergli udienza – loro che prima apparivano come quelli che avrebbero potuto concederla – e il Pd di Renzi, prima ha fatto fare loro anticamera, poi gli ha detto sul muso che tirerà comunque avanti per la propria strada.

Si comprende dunque il malumore di tanti, nel Movimento. Da un lato ci sono coloro che si chiedono, essendo contro l’intero sistema nazionale, a che serva battersi – a costo di qualche umiliazione – per ottenere una piccola modifica nella nuova legge elettorale. Dall’altro ci sono coloro che temono, se il tempo continua a passare, che gli elettori si accorgano della totale inutilità del Movimento, cui potrebbe conseguire una disastrosa batosta elettorale. E per questo vorrebbero entrare in gioco.

Non sta ai terzi dire chi ha ragione e chi ha torto. Forse si potrebbe sostenere, generosamente, che hanno tutti ragione e che il torto sta a monte. La realtà è piena di tante negatività, che dicendo no difficilmente si sbaglia. E sarà magari vero che, come ha detto qualcuno, “decidere corrisponde a ridurre tutti gli errori possibili ad uno”: ma chi decide di non decidere può pagarla ancor più caro. Chi dicesse di no a tutti i cibi morirebbe di fame.

Col tempo Beppe Grillo e alcuni suoi amici si accorgeranno che senza dire dei sì e senza sporcarsi le mani non si costruisce nulla.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it

22 luglio 2014

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