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MATTEO RENZI E ORAZIO COCLITE

 

 

Salvo errori, uno dei motivi di contrasto che portarono alla separazione della Chiesa Cattolica dalla Chiesa Greco-Ortodossa fu la questione della barba. I sacerdoti dovevano portare la barba o essere rasati? La questione fu talmente vitale che le due sette non riuscirono a mettersi d’accordo. E infatti ancora oggi i nostri preti secolari sono sbarbati, mentre tutti i popi sono barbuti. Personalmente sarei stato a favore della barba perché toglie il fastidio di doversi radere ogni giorno: ma il motivo della preferenza dimostra che forse soffro di una tanto grave ignoranza, in materia religiosa, da non capire l’importanza dei peli.

Qualcosa di analogo – sempre a causa dell’ignoranza, stavolta politico-economica – si verifica a proposito della battaglia in corso al Senato. Senato sì, Senato no? Senato elettivo, senato non elettivo? Senatori retribuiti o non retribuiti? E qualcosa del genere si ha a proposito della legge elettorale: preferenze sì o no? A che livello scatta il premio di maggioranza? Qual è la soglia per i partiti non coalizzati? Non che le materie non siano importanti: anche doversi sbarbare ogni mattina potrebbe essere una bella seccatura, soprattutto se non si dispone di un rasoio elettrico. Ma di preferenze o di Senato eletto invece che nominato non è ancora riuscito a nutrirsi nessuno. Ecco perché le posizioni gladiatorie e vagamente eroiche (“Qua l’armi!”) di Matteo Renzi ci lasciano interdetti. Il giovane Primo Ministro sembra dire che se passano queste riforme l’Italia è salva, e se non passano o si va ad elezioni, o lui si ritira prima a Caprera e poi all’Escorial.

Non si vuole infierire su un governo che ha già gravissimi problemi soltanto per far votare questi provvedimenti: ma lo sforzo di farli passare per epocali appare eccessivo. Le riforme importanti sono quelle sul lavoro, sulla giustizia, sulla pubblica amministrazione, sul fisco. E se già siamo in guerra sul bicameralismo perfetto –  che molti non sanno nemmeno che cosa sia – figurarsi quando riusciremo a liberalizzare il lavoro, a rimettere in riga i magistrati, a snellire la pubblica amministrazione e a diminuire la pressione fiscale. Non basta dire “campa cavallo”, qua bisognerebbe dire: “è sperabile, caro equino, che tu sia immortale”.

Per giunta, per quanto riguarda il Senato, non è neanche detto che il gioco valga la candela. È vero, il bicameralismo perfetto – cioè la norma per cui per essere vigente una legge deve essere stata approvata nell’identico testo da ambedue le Camere – rallenta di molto la produzione legislativa. Ma è anche vero che noi abbiamo avuto ed abbiamo una strabiliante quantità di leggi, spesso non applicate, che si accavallano, si contraddicono e confondono le idee. Dunque rendere ancor più facile la frenesia legislativa non sembra una buona idea. In secondo luogo, se oggi all’opposizione l’agguato riesce, c’è sempre la possibilità di correggere il testo nell’altro ramo del Parlamento. Domani, senza il Senato, ci sarebbe soltanto la possibilità che il Presidente della Repubblica non firmi la legge e la rinvii per una nuova votazione. Ma la toppa sarebbe peggiore del buco. Infatti, quando il Presidente si avvale di questa facoltà per difendere la coerenza con la Costituzione, siamo nell’ambito della legalità sostanziale. Se invece rinviasse una legge perché la norma introdotta dalla minoranza non gli piace, o per fare un favore alla maggioranza, e comunque per “motivi politici”, e non costituzionali, ciò costituirebbe una prevaricazione. Ma non val la pena di proseguire anche qui la discussione attuale.

Ciò che importa è la constatazione che, sotto l’ombrello che ci ha aperto sulla testa Mario Draghi, l’Italia sembra finanziariamente tranquilla, ma di fatto stiamo peggio di un anno fa. E un anno fa stavamo peggio dell’anno prima. E in quell’anno le cose erano peggiorate rispetto all’anno precedente. In altri termini, o si inverte la direzione di marcia, o l’esito finale è il tracollo. Ecco ciò cui sarebbe bello veder mettere rimedio. Ma non se ne parla. Essenziale è sapere se i nuovi senatori saranno retribuiti o no, e quali competenze avranno in materia di orari di apertura e chiusura dei negozi, sempre che questa sia materia riguardante le regioni.

Intendiamoci, non è che Renzi sia colpevole di non far nulla per salvare realmente l’Italia. Probabilmente non ha – come tutti, del resto – la più pallida idea di ciò che bisognerebbe fare. E soprattutto, se lo sapesse e provasse a metterlo in atto, si scontrerebbe con resistenze rispetto alle quali quelle che vediamo attualmente in Senato sembrano messe cantate.

Se questa è la realtà, non ci si vengano a spacciare la rissa senatoria, la zuffa sulla legge elettorale o la logomachia sulla barba dei senatori come la battaglia in cui si parrà la nostra nobilitate, e in cui, come sul ponte Sublicio, salveremo la patria.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it

25 luglio 2014

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