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Nel lungo periodo siamo tutti morti: Keynes aveva ragione, ma l’Europa non lo sa
L’Europa ignora Keynes: ecco perché i sacrifici di oggi non porteranno al benessere di domani. L’analisi di Rinaldi: Bruxelles persegue dogmi e regole rigide, dimenticando che senza crescita nel presente, il “lungo periodo” è solo un cimitero di errori economici.

«Nel lungo periodo siamo tutti morti». La frase più celebre di John Maynard Keynes viene ancora oggi citata con superficialità, come se fosse un brillante aforisma da manuale di storia del pensiero economico. In realtà, è una condanna senza appello di un certo modo di governare l’economia: quello che rinvia, giustifica, attende. Keynes non metteva in discussione l’importanza del lungo periodo; smascherava l’uso strumentale del futuro come rifugio ideologico di chi non vuole decidere nel presente.
Per Keynes, una politica economica che tollera disoccupazione, stagnazione e impoverimento sociale in nome di un presunto riequilibrio futuro non è né scientifica né prudente: è semplicemente una fuga dalle responsabilità. Le economie reali non vivono nei modelli, ma nella vita quotidiana di famiglie e imprese. Ogni scelta mancata produce effetti cumulativi, ogni rinvio lascia cicatrici permanenti. Il lungo periodo, se il presente viene sacrificato, non è una promessa di stabilità: è la sommatoria di errori che si consolidano.
È esattamente questo errore che caratterizza, ormai strutturalmente, la politica economica europea. L’Unione ha costruito la propria architettura su un culto delle regole che prescinde dalla realtà economica e sociale. Vincoli automatici, parametri rigidi e procedure di sorveglianza sono diventati il cuore dell’azione pubblica, mentre crescita, investimenti e occupazione sono stati relegati a variabili subordinate, quando non apertamente sospette. La stabilità dei conti non è più uno strumento: è un dogma. E come tutti i dogmi, non ammette confutazioni empiriche.
In nome di un equilibrio futuro, mai realmente definito, ai cittadini europei è stato chiesto di accettare sacrifici immediati e prolungati: salari compressi, spesa pubblica ridotta, investimenti rinviati. Il tutto accompagnato da una narrazione rassicurante sulla “credibilità” e sulla “sostenibilità”, parole vuote se scollegate dalla crescita reale. Il risultato non è stato un’Europa più forte, ma un continente più fragile, più diviso e sempre meno capace di generare consenso.
Keynes aveva capito ciò che l’Europa continua ostinatamente a rifiutare: l’economia non è un meccanismo che si autoregola nel tempo, ma un sistema instabile, governato dalle aspettative e dalle decisioni pubbliche. Rinviare gli interventi necessari, confidando che il lungo periodo sistemi tutto, significa permettere alle distorsioni di diventare strutturali e alle fratture sociali di approfondirsi. Quando la disoccupazione diventa cronica, gli investimenti insufficienti e i salari persistentemente compressi, il danno non è temporaneo: è irreversibile.
Eppure Bruxelles continua a comportarsi come se il tempo fosse una variabile neutra e la tenuta sociale un dettaglio secondario. Si ripristinano vincoli mentre la crescita rallenta, si invocano regole mentre la domanda interna si indebolisce, si parla ossessivamente di sostenibilità ignorando l’erosione progressiva del consenso democratico. È una strategia che forse tranquillizza i mercati nel brevissimo periodo, ma che compromette le basi economiche e politiche dell’Unione nel medio e lungo termine.
Mettere il presente al centro della politica economica non significa abbandonare la disciplina, ma riconoscere una verità elementare: senza crescita, lavoro e investimenti non esiste alcuna sostenibilità possibile. Keynes lo aveva detto con brutale chiarezza: il lungo periodo non è una scusa. Se l’Europa continuerà a ignorare questa lezione, scoprirà troppo tardi che non solo aveva torto sul piano economico, ma ha smarrito il senso stesso della propria legittimità politica. Perché un’Unione che chiede di aspettare all’infinito dimentica un fatto semplice e spietato: nel frattempo, la società reale non aspetta. Si impoverisce. E si ribella.
Antonio Maria Rinaldi
Domande e risposte
Cosa intendeva davvero Keynes con la frase “nel lungo periodo siamo tutti morti”? Non era un invito al cinismo o allo sperpero irresponsabile. Al contrario, Keynes criticava gli economisti classici che, di fronte alle crisi, suggerivano di aspettare che il mercato si riequilibrasse da solo nel lungo periodo. Per Keynes, questa attesa è inaccettabile perché, nel frattempo, la gente soffre, le imprese falliscono e il tessuto sociale si disgrega. È un richiamo alla responsabilità della politica di intervenire hic et nunc per risolvere i problemi reali, invece di rifugiarsi in modelli teorici astratti.
Perché le attuali politiche europee sono considerate in contrasto con la visione keynesiana? L’Unione Europea ha basato la sua architettura economica su regole rigide, vincoli di bilancio e parametri fissi (come il Patto di Stabilità), trattando la stabilità dei conti come un dogma religioso. L’approccio keynesiano, invece, suggerisce che in fasi di crisi lo Stato debba intervenire attivamente con investimenti e sostegno alla domanda, anche a costo di deficit temporanei. L’UE, focalizzandosi solo sull’equilibrio futuro, sacrifica la crescita e l’occupazione nel presente, rendendo di fatto impossibile quella stessa stabilità che dice di voler perseguire.
Quali sono i rischi concreti di questa strategia europea basata sull’attesa? Il rischio principale non è solo economico, ma politico e democratico. Se si continua a chiedere sacrifici (salari bassi, tagli alla spesa) promettendo un benessere futuro che non arriva mai, si distrugge il consenso su cui si basa l’Unione. Economicamente, i danni diventano strutturali: la disoccupazione cronica erode le competenze, e la mancanza di investimenti rende il continente obsoleto rispetto ai competitor globali. Alla fine, la società si impoverisce e, inevitabilmente, finisce per ribellarsi contro istituzioni percepite come distanti e nemiche del benessere cittadino.








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