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Il modello comuliberista

 

 

mao con scarpa nike

Giovedì 10 aprile ’14.
Ore 04:00, le agenzie diffondono i seguenti dati macroeconomici provenienti dalla Cina:
Export anno/anno -6.6% (il dato atteso era di +4%, l’ultimo dato è stato un catastrofico -18.1%);
Import anno/anno -11.3% (il dato atteso era di + 2.4%, l’ultimo dato è stato +10.1%);
Bilancia commerciale +7.7 miliardi di $ (dato atteso a +0.9 miliardi, ultimo dato -23 mld);
Come vediamo la bil comm ha superato abbondantemente le aspettative ma sol perché c’è stato il crollo verticale delle importazioni che è stato ben maggiore del calo delle esportazioni.
I dati relativi all’export fanno segnare, sommando le due ultime rilevazioni, un calo tendenziale del 24,7% che, come abbiamo visto, è fortemente corroborato da un decremento sostanziali delle importazioni.

Provo a fare un’analisi.
I magazzini cinesi sono oramai stracolmi di invenduto, nonostante i prezzi all’ingrosso tendono a scendere costantemente gli ordini non arrivano a febbraio (-18.1%) e nemmeno a marzo (-6.6%), di conseguenza la produzione rallenta bruscamente o si ferma momentaneamente e gli ordinativi relativi alle importazioni collassano a -11.3% e dal momento che non c’è una forte accelerazione dei consumi interni che possa bilanciare tale frenata gli indicatori collassano.

L’import cinese è relativo a materie prime (consuma il 40% del rame e il 30% dell’energia prodotti al mondo) e/o a semilavorati: nei prossimi mesi aspettiamoci un ulteriore forte calo generalizzato nei Paesi “materiaprimisti” e “contoterzisti” che esportano più del 50% delle loro produzioni verso il gigante rosso. Del resto, i dati relativi al trasporto navale “baltic index” e al consumo previsto di energia per il 2014 parlano chiaro: sono entrambi a -35%.

Cosa accadrà come conseguenza?

Ci sarà un calo generalizzato dei prezzi delle materie prime che farà saltare i maggiori trust accaparratori di contratti futures che per operare le ricoperture necessarie potrebbero accusare un gravissimo colpo finanziario (senza escludere eclatanti quanto inaspettati fallimenti di banche di primaria importanza sovraesposte verso di essi con i derivati), indebolimento dei conti dei Paesi fornitori e di conseguenza delle loro valute con tutte le catastrofiche conseguenze che possiamo facilmente immaginare.
Il caso del rame è emblematico: in settimana scorsa ci sono stati dei movimenti pazzeschi sui contratti futures del copper e il prezzo del petrolio è ancora pesantemente drogato dalla perdurante scarsità di offerte derivante dai problemi dei porti libici ancora in mano ai ribelli e dalla crisi nell’area irachena e siriana. Tutto questo potrebbe essere voluto ma non appena la Libia ricomincerà a immettere quantitativi di petrolio come ha sempre fatto il prezzo del greggio potrebbe stornare anche del 20/25%
.
Sarà un bene per la produzione un prezzo più basso delle materie prime?
La mia risposta è un NO secco poiché io non credo assolutamente alla legge di Say: l’offerta non crea la sua domanda, almeno nel 21esimo secolo.
Sappiamo benissimo che nei Paesi avanzati ben l’OTTANTA% di quanto si consuma NON è di primaria importanza.
Oggi, offrire prodotti NON indispensabili ad un prezzo scontato anche del 70% non fa aumentare le vendite ma fa solo abbassare drasticamente i già scarsi ricavi: quella attuale è una crisi da sovrapproduzione che il mondo non ha mai provato prima d’ora, ergo è sconosciuta.

Chi potrebbe spendere, ovvero quel miliardo di persone dei Paesi avanzati, ha di tutto e di più e, anzi, è costretta a ridurre drasticamente i consumi, simmetricamente alla contrazione dei guadagni e quindi della disponibilità di spesa.
Posso tranquillamente affermare che più del 50% della produzione mondiale era destinata al continuo rinnovo nei Paesi ricchi e quando questo ciclo si è indebolito per sopraggiunta crisi e per troppo indebitamento privato (che poi diventa pubblico) i consumi si sono arrestati.

Il modello attuale prevede un decremento dei consumi globali pari al 30/35%? Io dico ancora di no.

Molto di quanto accadrà nell’immediato futuro dipenderà dalla politica del dragone.
Al partito comuliberista cinese saranno disponibili a cambiare drasticamente modello di sviluppo?
Saranno disponibili ad aumentare salari e diritti ai propri lavoratori, facendo nascere quella nuova enorme classe media all’interno dello sterminato ex celeste impero che permetterebbe di aumentare una domanda mondiale in piena fase deflattiva?

Dai poverissimi indiani non possiamo aspettarci nulla: al momento attuale solo i cinesi possono farlo ma a patto che cambino drasticamente politica.
Negli ultimi 20 anni hanno pensato solo all’export e ad edificare città su città (dando una potentissima spinta al mercato trainante di qualsiasi economia: l’immobiliare residenziale e non) senza preoccuparsi troppo che quei nuovi sfavillanti edifici potessero essere acquistati dal cinese medio, ovvero che poi venissero davvero abitati.
Alla fine, in Cina ci sono intere STERMINATE città, edificate per milioni di potenziali cittadini completamente deserte.
Anche in Africa hanno operato allo stesso modo: vi sono milioni di palazzi nuovi rigorosamente deserti. Avranno forse deciso per l’espatrio coatto di 2/300 milioni di cinesi a loro insaputa?

Ad ogni buon conto nei prossimi mesi ne sapremo certamente di più, sicuramente ne sapremo di più dopo il 25 maggio, data che ci dirà cosa ne pensano della UE e dell’€uro i 500 milioni di europei, di cui circa la metà sta conoscendo sulla propria pelle il termine deflazione.

Il destino del vecchio continente si deciderà dall’esito di quelle votazioni.
In mancanza di un netto successo dell’euro scetticismo, almeno nei GIIPS, Francia e UK, la UE finirà di distruggere quel che resta della nostra millenaria civiltà, riportando in pochi anni al potere, tramite guerre civili e colpi di Stato, movimenti xenofobi e ultranazionalisti che già oggi sono ben evidenti in diverse realtà.

O si disinnesca la UE e l’euro o la civilissima Europa vedrà un nuovo nazismo di ritorno.
Tertium non datur.

Roberto Nardella

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