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Mercosur: un accordo ideologico che redistribuisce i costi e penalizza l’Italia.

Mercosur, la trappola di Bruxelles: perché l’accordo con il Sudamerica svende il Made in Italy agroalimentare.

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Il Mercosur è il mercato comune sudamericano che riunisce Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, un’area economica da oltre 270 milioni di abitanti, fortemente orientata all’export di prodotti agricoli e materie prime. L’accordo commerciale di partenariato tra l’Unione Europea e il Mercosur, negoziato per oltre vent’anni e oggi tornato al centro dell’agenda politica europea, mira a creare una delle più vaste aree di libero scambio al mondo. La sua entrata in vigore richiede tuttavia un complesso iter di ratifica: oltre all’approvazione delle istituzioni europee, sarà necessario il via libera dei Parlamenti nazionali, con tempi che potrebbero estendersi nei prossimi anni e con margini politici ancora aperti.

È dunque su questo passaggio cruciale che occorre concentrare l’attenzione, andando oltre la narrazione ufficiale di Bruxelles, che presenta l’intesa come un successo strategico e geopolitico. Un’analisi economica rigorosa mostra invece un accordo strutturalmente sbilanciato, fondato su una visione ideologica del libero scambio e caratterizzato da una redistribuzione selettiva di costi e benefici che penalizza in modo evidente alcuni Stati membri, tra cui l’Italia.

Il nodo centrale resta l’agricoltura. L’Unione Europea accetta di ampliare l’accesso al proprio mercato a produzioni sudamericane – carne bovina, pollame, zucchero, riso e derivati agricoli – provenienti da contesti in cui gli standard ambientali, sanitari e sociali sono significativamente inferiori a quelli imposti agli agricoltori europei. La concorrenza che ne deriva non è fondata sull’efficienza o sull’innovazione, ma su un divario regolatorio che Bruxelles conosce perfettamente e che sceglie di non affrontare. È una contraddizione evidente rispetto alle politiche europee sulla sostenibilità, sulla transizione ecologica e sulla sicurezza alimentare.

I benefici dell’accordo risultano concentrati in pochi comparti industriali ad alta intensità di capitale, prevalentemente localizzati nell’area centro-settentrionale dell’Europa. I costi, al contrario, sono diffusi, persistenti e territorialmente localizzati nei Paesi a forte vocazione agricola. L’Italia rientra pienamente in questa categoria. Il nostro sistema produttivo, basato su piccole e medie imprese e su un agroalimentare di qualità fondato su tracciabilità, origine e reputazione, viene esposto a una concorrenza che ne erode progressivamente la sostenibilità economica.

Bruxelles è consapevole di queste criticità e, non a caso, ha previsto misure di compensazione per i settori penalizzati, in particolare per l’agricoltura. Ma è proprio qui che emerge uno dei limiti più gravi dell’impostazione europea. Le compensazioni annunciate sono temporanee, finanziariamente limitate e concepite come interventi estemporanei. Non modificano le condizioni strutturali di concorrenza, non ristabiliscono parità di regole e non proteggono il reddito agricolo nel medio-lungo periodo. In sostanza, si tenta di tamponare con sussidi occasionali un danno che è strutturale e permanente. È l’ammissione implicita che l’accordo produce perdenti certi, ai quali si offre un ristoro transitorio in cambio dell’accettazione di una perdita duratura di competitività.

A ciò si aggiunge una tutela insufficiente delle denominazioni DOP e IGP. Molte eccellenze italiane restano esposte al fenomeno dell’Italian sounding, con una progressiva svalutazione del Made in Italy che non è solo economica, ma anche strategica. In un contesto globale sempre più competitivo, indebolire il posizionamento distintivo dell’agroalimentare italiano equivale a compromettere uno dei pochi vantaggi comparati realmente difendibili.

Vi è infine una dimensione strategica che non può essere ignorata. Mentre l’Unione Europea proclama la necessità di rafforzare l’autonomia strategica e ridurre le dipendenze esterne, l’accordo Mercosur aumenta la vulnerabilità alimentare del continente, affidando a Paesi terzi una quota crescente di approvvigionamenti sensibili. È una scelta miope, che riduce la resilienza del sistema europeo e contraddice le stesse dichiarazioni di principio di Bruxelles.

Un’alternativa esiste. Prima di procedere alla ratifica di nuovi accordi di libero scambio, l’Europa dovrebbe imporre vere clausole di reciprocità, le cosiddette clausole specchio, rendendo l’accesso al mercato europeo condizionato al rispetto degli stessi standard ambientali, sanitari e sociali richiesti ai produttori interni. Senza questo riequilibrio, ogni compensazione resterà un palliativo e ogni accordo un trasferimento occulto di ricchezza da alcuni Paesi ad altri.

Antonio Maria Rinaldi 

Antonio Maria Rinaldi, ex membro della commissione del Parlamento Europeo ECON

Domande e risposte

Perché l’accordo è considerato “asimmetrico” per l’Italia? L’accordo favorisce l’export di prodotti industriali e macchinari, settori forti nel Nord Europa, mentre apre il mercato europeo all’importazione di prodotti agricoli sudamericani a basso costo. L’Italia, avendo un settore agricolo forte e basato sulla qualità (DOP/IGP), subisce una concorrenza che non può sostenere a causa dei costi di produzione più alti legati a standard qualitativi e normativi superiori. I benefici sono concentrati geograficamente altrove, mentre i costi ricadono pesantemente sul sistema produttivo mediterraneo.

Le compensazioni promesse dall’UE non bastano a proteggere gli agricoltori? No, perché sono misure di natura temporanea fronte a un problema strutturale. I fondi stanziati servono a “tamponare” le perdite immediate, ma non risolvono il divario di competitività creato dall’ingresso di merci prodotte con standard inferiori. Una volta finiti i sussidi, l’agricoltore europeo si troverà comunque a competere con prezzi impossibili da replicare rispettando le regole UE. È, di fatto, un sussidio all’uscita dal mercato piuttosto che un aiuto alla crescita.

Cosa sono le “clausole specchio” e come risolverebbero il problema? Le “clausole specchio” (mirror clauses) sono un meccanismo di reciprocità legale: impongono che i prodotti importati rispettino le stesse identiche regole di produzione (ambientali, sanitarie, sociali) valide per i produttori interni all’UE. Se applicate, eliminerebbero il vantaggio competitivo sleale del Mercosur, basato su regole meno rigide, costringendo i produttori sudamericani ad adeguarsi ai nostri standard per poter accedere al mercato europeo, ristabilendo così una parità di condizioni.

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